C a p i t o l o  III°

 

Colonizzazione demografica dell’Impero

 

 

 

Compenetrandosi nella mentalità e nella realtà dell’epoca,

 

a parte ogni considerazione sull’eccezionale valore poli-

 

tico e di prestigio derivante dalla vittoriosa e fulminea

 

conquista imperiale, ci si domanda quale fosse realmente il

 

valore di questo vastissimo territorio acquisito all’itali-

 

ca capacità organizzativa, dal punto di vista dell’economia

 

e delle nostre necessità demografiche.

 

     Era possibile distinguere il vero dal fantastico, la

 

realtà dal miracolismo quando si parlava di questi nuovi

 

territori, puro dualismo che sembrava sempre accompagnare

 

ogni sensazione, ogni pensiero, ogni progetto su tale nuo-

 

va grande Italia?

 

     Certo è che un preciso giudizio, sereno ed armonico,

 

sul valore di un paese così immensamente vasto e vario co-

 

me l’Impero - che pur contando ampi territori di scarsissi-

 

ma produttività ne contava altrettanti di notevole valore

 

agrario, racchiudendo certamente in sé latenti e notevoli

 

ricchezze - era estremamente difficile.

 

     Era questa la preoccupazione costante dei nostri avi

                     

all’indomani della conquista del territorio etiopico; una

 

preoccupazione responsabile e consapevole, quasi necessaria

 

per poter affrontare con umiltà e determinazione i grandi

 

problemi derivanti dal progetto di civilizzazione di un

 

paese che appariva così pervicacemente arretrato.

 

     Era pensiero comune che, di lì a qualche lustro, for-

 

se già dopo un decennio, il volto di quello che si presen-

 

tava come un barbarico impero avrebbe subìto una profonda

 

trasformazione, e la vita di vaste masse di italiani vi si

 

sarebbe svolta fervida e serena.

 

     Uno degli aspetti di tale vita, così positivamente au-

 

spicata, era quello rurale, poiché, alla colonizzazione de-

 

mografica del territorio, erano volte le più intense cure e

 

la più ansiosa attesa della Nazione.

 

     La colonizzazione demografica sarebbe stata, quindi,

 

una delle forme della valorizzazione dei territori dell’Im-

 

pero, ma non la più facile. Certo la più nuova, poiché nes-

 

sun’altra Nazione colonizzatrice, in Africa, fu particolar-

 

mente spinta alla conquista imperiale dalle proprie neces-

 

sità demografiche.

 

     Ma prima di soffermarci sui particolari aspetti di ta-

                      

le colonizzazione demografica, è opportuno ricordare, a pu-

 

ro fine schematico, come la colonizzazione in genere, in

 

quanto utilizzazione agraria di un territorio nuovo, usasse

 

distinguersi in:

 

- colonizzazione di popolamento (o demografica);

 

- colonizzazione capitalistica  (o industriale)

 

entrambe diversamente interferenti con l’esistente organiz-

 

zazione agricola indigena.

 

 

     Della colonizzazione capitalistica, si distingueva tra

 

organizzazioni il cui fine essenziale era la coltivazione

 

della terra (generalmente per colture industriali) e orga-

 

nizzazioni che essenzialmente provvedevano alla raccolta di

 

prodotti spontanei o dell’agricoltura indigena, e che per-

 

tanto si limitavano alla semplice incetta (seppure talvolta

 

anche alla disciplina tecnica delle produzioni indigene).

 

     Un’ulteriore distinzione si poteva fare tra grandi, me-

 

die e piccole imprese capitalistiche, a seconda della loro

 

entità e grado di ampiezza.

 

     Della colonizzazione demografica, si poteva fare la

 

seguente partizione:

 

- relativa a masse di nullatenenti;

 

- relativa a piccoli risparmiatori;

 

- relativa a persone di una certa agiatezza

 

(queste ultime si riferivano, ovviamente, a coloro che

 

possedevano mezzi sufficienti per realizzare la colonizza-

 

zione direttamente).

 

     Naturalmente, si trattava di partizioni dal valore

 

essenzialmente astratto e propedeutico, ma necessarie a

 

chiarire idee ed evitare confusioni, specie in relazione

 

ai mezzi, ai tempi e ai modi relativi al diverso prevalere

 

dell’interesse dell’Italia per l’una o per l’altra forma

 

di colonizzazione.

 

     E’ opportuno chiarire come, in questa sede, noi ci oc-

 

cuperemo solo della colonizzazione demografica relativa a

 

masse di nullatenenti, certamente quella di più complessa

 

e difficile realizzazione, ma anche di maggiore interesse

 

sociale e politico per il nostro Paese.

 

     Vediamo ora se, ed in quali limiti, sia stato possibi-

 

le affrettare l’avviamento di tale colonizzazione demogra-

 

grafica dell’Impero.

 

 

     Volendo schematizzare una gerarchia di tempi e di pro-

 

blemi nell’attività economica dell’Impero, la seguente suc-

 

cessione apparirebbe certamente la più logica:

 

 

1) l’Impero provvede alla propria autarchia economica, e in

 

   primo luogo a quella alimentare;

 

2) l’Impero provvede alla costituzione di nuove sedi di vi-

                   

   ta per nuclei familiari metropolitani, particolarmente

 

   rurali;

 

3) l’Impero rifornisce materie prime mancanti alla Madre

 

   Patria.

 

 

Se non che, tale successione ha un puro valore di schema

 

astratto, dovendo in pratica procedere insieme alle une e

 

alle altre necessità, contemporanee e interferenti.

 

     In particolare, per quanto concerne la colonizzazione

 

demografica, l’urgenza di iniziare tale forma di attività -

 

urgenza derivante non solo dalla realtà viva delle nostre

 

necessità demografiche, ma anche da sostanziali ragioni di

 

ordine politico - impose di superare a priori schematismi

 

dottrinari e teorizzazioni di metodo. Si delineò infatti

 

il dilemma: o procedere ad esurienti studi, necessariamente

 

molto lunghi quanto estenuanti, sospendendo certamente per

 

molto tempo ogni iniziativa in merito alla colonizzazione

 

demografica, oppure avviare subito iniziali realizzazioni

 

rinunciando alla perfezione in termini di conoscenze e di

 

metodo.

 

     Si trattava, evidentemente, di avere la volontà di co-

 

minciare, procedere più per intuizione che per conoscenze

 

approfondite, sulla base sommaria di esperienze similari in

 

ambienti relativamente analogici.

 

     Non era detto, inoltre, che tale sistema dovesse ri-

                  

sultare necessariamente meno efficace ed utile anche da

                       

un punto di vista meramente astratto, pur considerando co-

 

me tale sistema venisse imposto da ineluttabili necessità.

 

     Era infatti opinione comune che non si sarebbero cer-

 

tamente evitati errori, e anche numerosi; ma ogni errore

 

avrebbe costituito preziosa norma per perfezionamenti suc-

 

cessivi, contenendo in sé molti più elementi conclusivi di

 

conoscenza e di orientamento che non lunghe elaborazioni

 

teoriche.

 

     L’Ambiente: ecco il punto di partenza. E’ importante

 

questo aspetto: punto di partenza, non di arrivo. Poiché

 

evidentemente qualunque attività operante in esso non pote-

 

va non significare, sotto certi aspetti, modificarlo, tra-

 

sformarlo. Questione di modi e di limiti, a concretizzare i

 

quali era necessario saper interpretare l’ambiente nelle sue

 

realtà fondamentali, certamente non ignorarlo.

 

     Considerare l’ambiente, quindi, e cercare di interpre-

 

tarlo, come funzione dominante di possibilità e di modalità

 

realizzatrici; ma credere, insieme, alla volontà operante,

 

in quanto modificatrice, nel tempo, di condizioni non tanto

 

fisiche quanto e soprattutto economiche e sociali.

                     

     Convincersi che nessuna realtà è statica, che la vita 

 

è movimento e che il mondo cammina, il pensiero si evolve,

 

i mezzi e la tecnica progrediscono. E con essi le idee, i

 

sentimenti, lo spirito, la volontà.

 

     Era importante trarre dalla nostra passata esperienza

 

e dalle esperienze altrui, elementi utili di conoscenza e

 

di guida, ma senza immobilizzazioni e staticismi; d’altra

 

parte, né al popolo delle nostre vecchie e relativamente

 

povere colonie, né ad altri in territori ben più ricchi, si

 

era mai presentato un così nuovo problema come quello della

 

creazione, in paesi primitivi, di vitali sedi di esistenza

 

per vaste masse di popolazione rurale.

 

     Dopo tale premessa, cerchiamo ora di cogliere la fon-

 

damentale realtà che, dal punto di vista che ci interessa,

 

offriva l’Impero nelle sue elementari caratteristiche.

 

     Poco più avanti, quando parleremo dell’argomento sul-

 

le dimensioni e approssimazioni, verrà trattato il tema per

 

cenni schematici di estrema semplicità. Non è infatti il

 

caso di presentare analisi prodotte sulla base della cono-

 

scenza di oggi, per non intaccare la genuinità delle im-

 

pressioni, delle aspettative,degli obiettivi che gli stu-

 

diosi dell’epoca si sarebbero posti organizzando la siste-

 

matica rilevazione del territorio dai più diversi e inte-

 

ressanti punti di vista: un dissodamento conoscitivo che

 

avrebbe richiesto molti anni, forse addirittura decenni.

 

     Ci si limiterà, pertanto, a qualche elementare consta-

 

tazione da valere come sommario orientamento di primissima

 

approssimazione dal solo punto di vista che qui ci interes-

 

si: la possibilità di una nostra colonizzazione demografica

 

in loco.

 

     Ed è per meglio intendere la complessa realtà territo-

 

riale, come si presentava agli osservatori e agli studiosi

 

dell’epoca, che dovremo, innanzitutto, considerare il ter-

 

ritorio dell’Impero nelle sue tre dimensioni spaziali.

 

     C’è subito da dire che la terza dimensione, l’altime-

 

tria, determinando un diverso andamento climatico in rela-

 

zione alle precipitazioni atmosferiche e alla temperatura,

 

costituiva l’elemento differenziatore per eccellenza delle

 

possibilità di vita demografica, delimitando nettamente le

 

zone di tale possibilità.

 

     Nella stessa terminologia indigena, ciò è significati-

 

vamente precisato:

 

- Uaina Degà (zona della “vita”), veniva chiamata dagli in-

 

  digeni la zona che approssimativamente andava dai 1700 e

 

  1800 metri di altitudine, ai 2400-2500;

                      

- al di sotto di tale limite, Quollà, la vita rurale per

 

  gli stessi indigeni si rendeva più difficile (soprattut-

 

  to dal punto di vista delle possibilità agrarie);

 

- al di sopra dei 2500 metri, Degà, vita ugualmente diffi-

 

  cile (soprattutto dal punto di vista della resistenza

 

  fisiologica).

 

 

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