Era
evidente come, tali limiti, potessero e dovessero
considerarsi “spostabili” in relazione alla vita dei
coloni
bianchi.
Tuttavia,
la zona ideale che sembrava più confacente a
una vasta immissione di nuovi lavoratori, appariva quella
tra i 1800 e i 2400 metri.
Quanto
alle altre dimensioni, si poteva affermare -
sempre ai fini della colonizzazione che ci interessava, e
sempre ferma restando la sommaria limitazione altimetrica
accennata - che il territorio presentava incoraggianti at-
titudini alle necessità della colonizzazione demografica,
procedendo da est verso ovest. Nel senso poi nord-sud, ta-
li attitudini si riscontravano particolarmente nella parte
centrale.
In
conclusione, la zona centro-occidentale dell’Impe-
ro era quella che si presentava,in prima approssimazione,
come la più rispondente alla realizzazione di una vasta co-
lonizzazione demografica metropolitana.
Vasta
perché “nessun altro territorio dei nostri pos-
sedimenti d’oltre mare, né di altre regioni africane da
noi
conosciute” - ad esempio gli altipiani del Kenia e del Tan-
ganica e quelli dell’Ovest africano angolese - “sembrava
offrire, nel complesso, più vaste superfici adatte per un
notevole sviluppo di vita rurale europea”.
Era
opinione comune che l’Impero potesse offrire note-
volissime possibilità in tal senso; si trattava, in fin dei
conti, di territori “la cui ampiezza complessiva si poteva
commisurare nell’ordine di grandezza di diverse province
italiane riunite insieme”.
E
tutto questo considerando esclusivamente l’aspetto
fisico del territorio, e al di fuori di ogni considerazione
limitativa di altro ordine (economico, sociale, politico),
nonché problemi organizzativi del territorio, come comuni-
cazioni, mercati, trasporti ecc.
Esaminando
in seconda approssimazione il territorio
considerato ai fini della colonizzazione demografica, c’era
un’altra realtà, di grande importanza, da tener presente:
l’esistente notevole popolamento del territorio utile.
Questo
era uno degli aspetti di indiscutibile interes-
se, in quanto “ la popolazione di un territorio rappresenta
il fattore fondamentale del suo valore, e non un semplice
accessorio”.
Alle
prime superficiali analisi, il territorio dello
Impero appariva quasi spopolato. Ragioni contingenti, modi
particolari d’insediamento che, in rapporto al paese, si
poteva definire “mimetico”, nonché altri elementi,
indusse-
ro in errore i primi osservatori.
C’erano
si, zone meno popolate, soprattutto quelle
dell’ovest e del sud-ovest, ma per ragioni non attinenti a
deficienze fisiche del territorio (regioni, queste, tra le
migliori dell’Impero), bensì conseguenti a particolari de-
terminanti politiche, e cioè alla barbarica amministrazio-
ne spoliatrice e terroristica attuatavi dai dominatori di
razza Amhara che, in alcuni territori, come ad esempio nel
Caffa, con la sterminatrice “tratta degli schiavi”, ne
de-
terminò il quasi completo annullamento demografico.
Tale
situazione avrebbe avuto evidentemente particola-
ri riflessi sugli sviluppi e sui modi della colonizzazione
metropolitana di tali regioni. Ma, ad eccezione di tali zo-
ne, in linea generale era da confermare il notevole popola-
mento del territorio che ci interessava.
Abbiamo
già sottolineato, del resto, il pensiero impe-
rante secondo cui “il popolamento di un territorio rappre-
senta la base fondamentale della sua importanza e del suo
valore”.
Infatti,
è assiomatico che “ una massa di più milio-
ni di uomini rappresenta, oltre ad un grande valore socia-
le, una notevole forza economica e politica, e che saper-
sela accattivare significa raggiungere un conseguente au-
mento di potenza”.
Era
opinione comune che, la frenetica e considerata
ignominiosa avversione alla nostra impresa africana, venne
suscitata e guidata da egoismi di pantagrueliche nazioni
non certo per i più o meno numerosi chilometri quadrati
“guadagnati alle braccia del nostro proletariato
agricolo”,
ma essenzialmente per i milioni di uomini acquisiti alla
italica possibilità organizzativa, considerati “un
eccezio-
nale aumento del nostro prestigio politico e della nostra
potenza economica e militare”.
Terza approssimazione: l’accennata massa di popolazione vi-
vente nei territori considerati, era dedita essenzialmente
all’agricoltura e alla pastorizia, attività che
costituiva-
no la base dell’economia locale.
Si
è rilevato come in tali territori, ovunque fosse
possibile l’esercizio utile di una sia pur modesta agricol-
tura, tale attività vi veniva esercitata con una relativa
intensità, limitatamente - è chiaro! - ai poveri mezzi e
alle modalità primitive degli indigeni.
Sulle più alte pendici, sulle cime montane, sui pianori
del miglior terreno - fino ed oltre i 3000 metri sul ma-
re - non v’era territorio, passibile di qualche produzio-
ne agraria, dove l’indigeno non applicasse la propria at-
tività rurale con una tecnica che per essere, come si è
detto, primitiva, non mancava tuttavia di una tenace ac-
cortezza: terrazzamenti eseguiti con faticosissima cura,
lavorazioni molteplici attuate fino a cinque volte per il
più completo approntamento del terreno stesso prima di af-
fidarvi la semente, sono l’indice della paziente fatica con
la quale, specie le popolazioni Galla, attendevano alla
propria agricoltura.
Viaggiando
sul territorio, e soprattutto sorvolandolo
a bassa quota con l’aereo, non si poteva non rimanere col-
piti dalla innumerevole e minuta scacchiera di campi colti-
vati che caratterizzava tutto il territorio, ovunque fosse
agrariamente utilizzabile.
“Campi
di frumento, orzo, farinacei in genere, alter-
nati a zone di pascolo e terreni a turno di riposo, si mol-
tiplicano allo sguardo per ore e ore di volo in tutte le
direzioni del territorio disseminato di tucul (tipica ca-
panna dell’agricoltore indigeno), caratteristicamente uni-
ti sotto l’immancabile ciuffo di eucalipti e di ginepri”.
Anche questa caratteristica era importante non sottovalu-
tare, dovendo impostare realistici programmi di colonizza-
zione metropolitana.
Prescinderne,
avrebbe costituito, oltre ad una puerile
ingenuità, grave errore dal punto di vista non solo econo-
mico ma politico, mettendo a rischio il successo dell’inte-
ra missione.
Per
quanto concerne la proprietà e il possesso, la si-
tuazione di fatto si rivelava notevolmente complessa, e
l’Italia non poteva concedersi il lusso di non considerar-
la in maniera adeguata.
“Il
diritto di uno Stato dominatore civile, diritto
incoercibile e incontrovertibile - specialmente quando, co-
me nel caso italiano, nasce da una vittoriosa conquista in
funzione di colonizzazione - non può tuttavia distruggere
reali diritti delle popolazioni indigene, nei limiti delle
loro imprescindibili necessità di vita”.(*)
Ciò
venne chiaramente e solennemente affermato all’at-
to della proclamazione dell’Impero.
Il
che non significa che lo Stato dominatore non do-
___________________
(*)
POGGIALI C., Albori dell’Impero. L’Etiopia: com’è e co-
me sarà., Bergamo, Ed.Treves, 1938-XVI.
vesse e non potesse regolamentare, secondo i propri fini
sociali di colonizzazione e di “vivificazione” del terri-
torio, tutta la materia concernente tale complesso proble-
ma.
Da
autorevoli studiosi, particolarmente introdotti
nella materia, venne affermato “doversi assumere come pun-
to fermo, che l’acquisto di territori in funzione di colo-
nizzazione, qualifica il rapporto che si costituisce nei
riguardi del territorio” e fu dimostrata “la vacuità di
certi principi che alcuni colonialisti amano proclamare
col titolo di politica indigena e cioè che lo Stato non
dovrebbe intervenire nelle istituzioni indigene anche fon-
diarie, ma lasciarle vivere secondo la tradizione e le co-
stumanze millenarie. Se
vi è materia in cui lo Stato deve
intervenire è proprio questa, e ve lo conduce fatalmente
la sua missione” (*).
Si
trattava, naturalmente, di determinare i più op-
portuni modi, tempi e limiti.
Non
si ha, in questa sede, interesse ad entrare nella
_____________________
(*)
COLUCCI M., Elementi per lo studio degli ordinamenti
dell’A.I. - I presupposti storici e giuridici,in “Ri-
vista Diritto Agrario”, Firenze, aprile-giugno 1937-XV.
complessa materia del diritto fondiario indigeno, soprat-
tutto relativamente ad un territorio di popolazioni e stir-
pi così varie e diverse le une dalle altre; non si vuole
neanche entrare nel merito delle più o meno incerte origi-
ni di tale diritto, con i suoi vari adattamenti e trasfor-
mazioni nel tempo e nello spazio; non tratteremo, inoltre,
neppure del più limitato campo dei rapporti tra proprietà
e lavoro, cioè dei “contratti agrari” che, pur essendo
di
competenza della nazione colonizzatrice, non erano certa-
mente precisati, nell’epoca in questione, in tutta la va-
sta gamma della loro esplicazione.
Quello
che si desidera specificare in tale paragrafo
si limita all’affermazione della necessità di chiarire il
concetto stesso del diritto fondiario indigeno, nella sua
accezione più ampia, nonché dell’accertamento dei
rapporti
tra gli indigeni e la terra.
Questo
si traduce, rapportato ai tempi oggetto della
presente ricerca, nel “presupposto evidente di un futuro
ordinamento, definitivo ed adeguato, di tutta la materia
delle concessioni terriere per la colonizzazione italia-
na”.(*)
____________________
(*)
ASQUINI A., La politica economica dell’Italia in Etio-
pia in “Annali dell’Africa Italiana”, Vol.III°, Verona,
A.Mondadori, 1938-XVI.
Ma
la considerazione più importante da fare è che, non
potendo l’Italia aspettare gli esiti di tale completa rile-
vazione, che per la sua complessità e per il suo particola-
re carattere avrebbe richiesto troppo tempo, si superò in
una prima fase tale pregiudiziale, così da potere ugualmen-
te avviare programmi di colonizzazione demografica in atte-
sa del completamento di quelle rilevazioni.
Si
decise, giustamente, di non turbare in maniera pro-
fonda, specialmente in un primo tempo, i rapporti che lega-
vano il lavoratore indigeno alla terra, non solo per evi-
denti interessi di opportunità politica, ma anche per esi-
genze di mera convenienza economica.
In
una pubblicazione del prof. Mazzocchi-Alemanni (*)
del 1918, compilata sulla scorta di una non breve esperien-
za di colonizzazione del territorio libico, si scriveva:
“L’indigeno che ha il proprio campo da coltivare, che
dalla
propria terra trae il sostentamento della famiglia, soprat-
tutto se ha la garanzia di poter tranquillamente attendere
ai propri lavori, è elemento conservatore per eccellenza;
______________________
(*)MAZZOCCHI-ALEMANNI
N., L’Agricoltura nella politica co-
loniale, Zuara (Tripoli), marzo 1918, riprodotta in “A-
gricoloniale”, Firenze, giugno-luglio 1919.
ed è facile assai, anche per una elementare capacità ammi-
nistrativa e politica, tenerlo saldo contro lusingatrici
follie ribelli. Questa è penetrazione di non dubbio risul-
tato, è politica che non tradisce”.
E
ancora:
“Rallentando i vincoli che legano il colono indigeno alla
terra, sminuendo l’interesse di questo all’esplicazione
di
una intensa attività agricola, toltagli la fisionomia di
comunque compartecipe agli utili, avremo di costui fatto un
operaio più o meno disinteressato all’andamento
dell’azien-
da: avremo,ciecamente, trasformato un’intera classe di par-
tecipanti alla produzione - elementi di ordine e di tran-
quillità - in una massa di proletariato facilmente turbo-
lento e sul quale pronta presa possono avere idee e lusin-
ghe di ribellione. Avremo, insomma, con la nostra opera ne-
gativa, compiuto un grande errore politico che potrebbe
tornarci sommamente infausto”.
E’
stupefacente come, nonostante i quasi trent’anni
trascorsi, nulla fosse da cambiare in merito a quanto so-
pra, sintesi di un antico pensiero.
Ma,
a parte le considerazioni d’ordine sociale e poli-
tico, già allora si affermava l’essere indubbio interesse
economico non sradicare il contadino indigeno dal lavoro
della terra perché, contrariamente al pensiero di chi non
aveva mai vissuto l’organizzazione di una qualsiasi attivi-
tà agraria in paese similari, si riteneva la collaborazio-
ne, almeno parziale, del coltivatore e pastore indigeno,
particolarmente utile e valida ai fini della sana imposta-
zione economica di una colonizzazione anche demografica.
Per
quanto concerne l’argomento “terre disponibili”,
gli interrogativi abbondavano:
- “Come ci si potrà inserire nella realtà di popolamento
e di
agricoltura indigena ai fini del colonizzamento
metropolitano?”
- “Sarà possibile attivare in un simile territorio una
concreta
e proficua nostra attività rurale a tipo de-
mografico?”
- “Sarà possibile operare con efficacia in tale attività
agraria
indigena?”
La
risposta, univoca, a tutti questi interrogativi
non poteva che essere positiva, e questo senza danni di
natura economica e senza alcun turbamento politico.
C’è
da confermare come sussistessero, in vastissime
zone (ovest e sud-ovest), ampi territori di scarso popola-
mento, ciò nonostante ottimi dal punto di vista della pos-
sibile vita attiva dei nostri rurali.
Problemi
tecnici particolari, in tali zone, non erano
di più difficile soluzione che altrove.
Erano,
inoltre, proprio quelle zone, dove anche i pro-
blemi di carattere fondiario presentavano soluzioni ancor
più semplici, rapportati ad una nostra vasta inserzione co-
lonizzatrice.
Si
aggiunga come, anche nei territori più popolati e
coltivati, non mancassero terre vacanti per ragioni diver-
se, comprese vaste zone demaniali.
La
ricognizione di tali terre avrebbe comportato ne-
cessariamente tempi lunghi, ma sarebbe stata effettuata to-
talitariamente. Questo avrebbe sicuramente facilitato la
costituzione, tramite accordi speciali, dei necessari ac-
corpamenti di zone organiche per la colonizzazione demogra-
fica.
Altra
considerazione di importanza non secondaria, ri-
guarda tutte quelle terre che non potevano essere utilizza-
te, sotto il profilo agrario, per il loro accertato stato
di disordine idraulico.
Non
ci si riferisce alle zone fuori del territorio og-
getto del nostro interesse, né di zone, pur esistenti in
detto territorio,ma che avrebbero richiesto imponenti e co-
stose opere di sistemazione, le quali, in una ragionevole
gerarchia di priorità, non rientravano in quel momento tra