Capitolo IV°

 

La colonizzazione abissina nell’Etiopia Occidentale.

 

 

 

     Per ben comprendere l’origine, la mentalità, le abitu-

 

dini ed i metodi delle popolazioni con le quali gli italiani

 

erano destinati a convivere, è senz’altro opportuno un breve

 

excursus sulla colonizzazione abissina nell’Etiopia Occiden-

 

tale, anche per meglio valutare le differenze tra “ciò che

 

era e ciò che è!”, e metterle a confronto, sempre però con-

 

siderando che si tratta di analisi riferentesi agli anni del-

 

le nostre conquiste.

 

     A tal riguardo, è opportuno specificare come, tutte le

 

terre dell’Etiopia Occidentale, non fossero Abissinia vera e

 

propria, bensì una colonia degli Abissini.

 

Vale a dire:

 

 

- una colonia che costituiva da sola una delle più vaste e

 

  ricche regioni dell’Africa Orientale;

 

- una colonia abitata da popolazioni Galla e Sidama, di razza

 

  e religione diverse;

 

- una colonia sfruttata da un popolo ancora barbaro, con si-

 

  stemi altrettanto barbari;

 

- una colonia, infine, che risaliva ad un’epoca molto recente

 

  e che, pertanto, non poteva neanche essere giustificata dai

 

  diritti storici del popolo abissino.

 

 

L’Etiopia Occidentale, questa grande colonia, era in realtà

 

opera della Francia.

 

     Eccone, in sintesi, la storia:

 

nel 1896, approfittando della situazione venutasi a creare

 

con il fallimento del trattato di Uccialli e della conseguen-

 

te guerra italo-etiopica, la Francia concepì il grandioso

 

piano di stringere in una morsa tutta l’Africa a Nord dello

 

Equatore, con l’intenzione di ostacolare la politica italia-

 

na nell’impero dei Negus, estendere la penetrazione franco-

 

etiopica nell’Ovest e stabilire tra la Francia e l’Abissinia

 

relazioni tali da pesare, al momento opportuno, sull’avveni-

 

re di queste regioni.

 

     Ma la storia impedì la realizzazione del grande sogno

 

francese di egemonia nord-africana, tenendo così “a battesi-

 

mo” il nascente imperialismo abissino.

 

     In tal modo, il “piccolo re dello Scioa” si trovò pa-

 

drone di regioni vaste e fertilissime, da cui poteva trarre

 

in abbondanza i mezzi occorrenti per affermare la sua supre-

 

mazia sui capi rivali e soffocare le tradizioni autonomisti-

 

che delle regioni vicine.

                   

     Non da Adua, ma dalla conquista dell’Ovest trae vera-

 

mente origine l’impero dei Negus.

 

Parlando di amministrazione e sfruttamento,la colonizzazio-

 

abissina dell’Etiopia Occidentale - fatta eccezione per i

 

territori semi-indipendenti come il Gimma, che erano tenuti

 

soltanto a pagare un tributo annuo alla Corona Etiopica -

 

presentava due caratteristiche salienti:

 

 

- le gerarchie tradizionali del luogo erano state pressocché

 

  sostituite da nuove gerarchie, devote alla causa etiopica;

 

- il territorio era controllato da “soldati-funzionari” che

 

  non percepivano stipendio, ma vivevano sfruttando proprie-

 

  tari e agricoltori indigeni.

 

 

     Era sorta, pertanto, una nuova “impalcatura” che inci-

 

deva fortemente:

 

 

a) sulla organizzazione civile e politica preesistente;

 

b) sul regime della proprietà terriera.

 

 

     Per quanto riguarda il primo punto (a), l’organizzazione

 

anteriore all’arrivo degli abissini aveva carattere patriar-

 

cale.

 

     In genere, il potere politico era affidato ad alcune ge-

 

rarchie elettive, scelte attraverso il sistema delle classi 

 

di età o altro analogo, mentre il potere religioso era gesti-

 

to dai cosiddetti Callu (o Gran Sacerdote), che si trasmette-

 

vano tale dignità di padre in figlio.

 

     Gli abissini modificarono profondamente tale situazione.

 

Ripercorriamo, qui di seguito, i punti essenziali di questi

 

cambiamenti:

 

 

A) senza abolire le gerarchie tradizionali, le avevano però

 

   svuotate di ogni contenuto politico, lasciando loro un po-

 

   tere giudiziario limitato alle controversie di minore im-

 

   portanza;

 

B) accanto alle gerarchie tradizionali, avevano creato un si-

 

   stema nuovo, nominando in ogni villaggio un capo locale,

 

   denominato Balabbat,che dipendeva eccezionalmente dal Cal-

 

   lu, normalmente dal Capo Presidio abissino, il Meslenié,

 

   con mansioni di carattere esecutivo (riscossione dei tri-

 

   buti, trasmissione ed esecuzione di ordini, arresto dei

 

   colpevoli ecc.). I Balabbat partecipavano alla distribu-

 

   zione delle terre e, quindi, erano fedeli al nuovo regime.

 

C) Avevano creato una fitta rete di Presìdi etiopici, i cui

 

   capi - i Meslenié - avevano anche funzioni civili e rap-

 

   presentavano, di fronte al Balabbat locale, il governo

 

   etiopico. Talvolta si auto-attribuivano anche le mansio-

 

   ni di Giudice, per i proventi pecuniari che ne derivava-

 

   no.

 

D) In alcuni casi, per consolidare meglio il nuovo stato di

 

   cose, sceglievano un Callu più autorevole degli altri e lo

 

   ponevano a capo di tutti i Balabbat, facendone l’interme-

 

   diario fra questi e il governatore etiopico;

 

E) avevano posto a capo di una o più regioni un governatore,

 

   Ras o Degiac, che comandava tutti i presìdi abissini e da-

 

   va ordini in nome del Negus.

 

 

     Tutti questi pubblici funzionari non percepivano dal go-

 

verno centrale alcuno stipendio, ma vivevano esercitando, più

 

o meno clandestinamente, il commercio degli schiavi, traffi-

 

cando in caffè, pelli o cereali, coltivando le terre avute in

 

dono dal governo e, soprattutto, sfruttando con tributi e pre-

 

stazioni personali di ogni genere gli agricoltori indigeni.

 

 

     Il secondo punto(b), quello sulle proprietà terriere, co-

 

stituisce l’aspetto più interessante e che più eloquentemente

 

rivela i sistemi etiopici di colonizzazione.

 

     La situazione preesistente alla occupazione abissina ve-

deva:

 

 

- territori ad economia pastorizia, nei quali non esisteva

 

  proprietà individuale; la terra apparteneva alla tribù che

 

  la utilizzava per il pascolo;

 

- territori ad economia agricola, dove, invece, prevaleva la

 

  proprietà privata, alienabile e trasmissibile per via ere-

 

ditaria.

 

     L’arrivo degli abissini rivoluzionò completamente tale

 

situazione, soprattutto nei territori ad economia agricola.

 

     I conquistatori, infatti, mentre nelle zone ad economia

 

pastorizia si limitarono ad affermare una demanialità pura-

 

mente teorica, nelle zone agricole misurarono con lo strumen-

 

to del Qalad (*) tutte le proprietà terriere con l’intenzione

 

di confiscarle.

 

     A misurazione ultimata, il governo decise di incamerare

 

le terre medesime che destinava:

 

- per i 3/4 al governo stesso e ai suoi funzionari;

 

- per 1/4 ai Balabbat locali.

 

     Le terre assegnate al governo avevano le seguenti desti-

 

nazioni:

 

- 1/4 alle chiese (diritto di Mederià e Ticlignà);

 

- 1/4 per vendite e future assegnazioni;

 

- 1/4 agli Amara, come premio per i servizi prestati (diritto

 

  di Rest).

 

 

 

 

__________________

 

(*) Qalad, corda di lunghezza pari a mt. 67,50 circa, uti-

 

    lizzata per le misurazioni fondiarie.

 

 

     Per quanto concerne, invece, il quarto di terre asse-

 

gnate ai Balabbat, questi venivano a trovarsi nella stessa

 

posizione degli Amara, e cioè potevano averle in Rest o in

 

Mederià, assumendo così la figura di proprietari veri e pro-

 

pri.

 

     Però, sul quarto loro assegnato, essi dovevano cedere:

 

- 1/10 di terra alle milizie, che, in guerra, scortavano la

 

  tenda del Negus (diritto di Destà);

 

- 1/10 di terra alle milizie che, sempre in guerra, erano ad-

 

  dette al servizio delle salmerie (diritto di Ghindebel).

 

    

     Nel 1925, Ras Tafari (il futuro Negus Hailé Sellasié),

 

ordinava un nuovo Qalad; mirando ad accrescere il demanio,

 

incamerava tutti i possessi di estensione superiore ad un

 

Gascià (*), e fissava in questa misura la superficie massima

 

consentita al possesso dei singoli. Le terre ricavate da ta-

 

le Qalad vennero poi vendute o date in Mederià ai soldati.

 

 

     Occupiamoci, ora, dell’ordinamento tributario.

 

 

_________________

 

 

(*) Gascià: unità di misura fondiaria. Corrisponde ad un ret-

 

tangolo di corde (Qalad) 7x11 per i terreni coltivati, 9x15

 

per quelli incolti. Quindi, circa 35 HA per i primi, e circa

 

61 HA per i secondi.

 

A) L’imposta fondiaria (ye-meriet-ghebr), che variava da

 

   luogo a luogo e secondo le circostanze. Nelle regioni ad

 

   economia pastorizia, con forme di proprietà collettiva

 

   delle tribù, tale imposta pesava e rendeva normalmente

 

   assai poco; non così, invece, nelle regioni ad economia

 

   agricola dove, su un totale approssimativo di 10.000 ga-

 

   scià coltivati e soggetti ad imposta, si poteva calcola-

 

   re un gettito annuo di circa 250.000 talleri.

 

B) La decima sul raccolto (ye-chel-asrat). Nei territori ove

 

   si esercitava la pastorizia, e, quindi, il raccolto era

 

   irrisorio, era dovuto il 10% di ogni prodotto agricolo;

 

   nei territori a regime agricolo, la decima era stata tra-

 

   sformata in imposta fissa, commisurata alla produttività

 

   del suolo. A tale scopo, le terre erano classificate in

 

   tre categorie:

 

   - ye-lem, le migliori, coltivate a caffè e cereali: tas-

 

             sate 6 talleri annui;

 

   - ye-lem-tef, adibite a coltivazioni meno redditizie: la

 

             tassa era di 4 talleri l’anno;

 

   - tef, incolte o adibite a pascolo: tassate 2 talleri an-

 

          nui;

 

C) L’imposta sul bestiame (ye-kebt-ghebr). Oltre ad una ci-

 

   fra fissa per ogni capo di bestiame, pari ad un gettito

 

di circa 200.000 talleri l’anno, le altre imposte si ri-

 

   ferivano a:

 

   - tassa di mercato (ye-cheneià qeret)

 

   - tassa di macellazione (laquandegnà)

 

 

Per le altre attività, le tasse ed imposte erano costituite

 

da:

 

- tasse sui negozi

 

- tasse professionali

 

- l’odiatissima imposta sul sale (ye-ceu-qeret)

 

- dazio doganale di frontiera (con il Kenia)

 

- dazi interni (sia per i prodotti alimentari, sia per il

 

  bestiame).

 

 

     In definitiva, i proventi che il fisco abissino ricava-

 

va erano assai notevoli (oltre 1 milione di talleri l’anno).

 

     Di essi, una quota parte spettava al governo centrale,

 

il resto (la parte più congrua) ai Ras delle singole regioni.

 

     Ma tutto il “sistema”, evidentemente, presentava dei di-

 

fetti macroscopici.

 

     Per prima cosa, questa forma di colonizzazione era de-

                  

stinata al fallimento più totale, in quanto minata, sin dalle

 

fondamenta, dalla corruzione che dilagava nelle file dei co-

 

lonizzatori.

 

L’unica legge rispettata e seguita dagli abissini nell’Etio-

 

pia Occidentale, era infatti quella del sopruso e della vio-

 

lenza, che si manifestavano nelle seguenti forme:

 

 

- esosità fiscale

 

- cattiva amministrazione della giustizia

 

- schiavitù

 

 

     Tutto ciò, ovviamente, non faceva che alimentare odio e

 

malcontento sul governo Amara.

 

     Così stando le cose, come poteva reggersi un tale domi-

 

nio? Sulla base di tre fondamentali condizioni:

 

 

- l’appoggio dei Balabbat, pronti, è vero, a seguire gli a-

 

  bissini nella prospera fortuna, ma altrettanto pronti ad

 

  abbandonarli nelle avversità;

 

- la schiacciante superiorità dell’armamento etiopico su

 

  quello delle popolazioni locali;

 

- il numero decisamente rilevante di presìdi etiopici, si-

 

  tuati in territori ricchi e ben protetti.

 

 

     Tutto ciò spiega per quali ragioni il dominio etiopico

 

sorse e durò, ma spiega anche perchè, al primo apparire del-

 

le truppe italiane, tutta l’impalcatura abissina nell’Etio-

 

pia Occidentale crollò come un castello di carte.

 

Ciò che è creato e mantenuto soltanto con la violenza, ces-

 

sa di esistere appena la violenza non è più sostenuta dalla

 

forza.

 

     Questa è la dimostrazione che un popolo barbaro può con-

 

quistare, ma non colonizzare, può distruggere, ma non co-

 

struire.

 

 

_________________

 

Tratto da GIACCARDI A., La colonizzazione abissina nella

Etiopia Occidentale, in “Annali dell’Africa Italiana”,

Vol.IV°, Verona, A.Mondadori, 1939-XVII .

 

 

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