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La Vita Di Winston Churchill Il grande statista che sconfisse Hitler di Silvano Cervelli, insegnante |
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BBC Audio Churchill 1 (traduzione) 2 e 3 Audio W. Churchill:
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Capitolo I IL PICCOLO LEADER Capitolo II PASSAGGIO IN INDIA Capitolo III ALLA GUERRA DEI BOERI Capitolo IV IL LEONCINO DEL PARLAMENTO Capitolo V SEBASTOPOLI ALL'OMBRA DELLA GUERRA Capitolo VI L'ANTIBOLSCEVICO Capitolo VII IL GIORNALISTA Capitolo VIII IL FASCISMO IN EUROPA Capitolo IX GUARDATO CON SOSPETTO Capitolo X GLI EQUIVOCI E LE DITTATURE Capitolo XI LA TRAGEDIA MONDIALE Capitolo XII LE UMILIAZIONI Capitolo XIII DUE DITA COME VITTORIA Capitolo XIV LA DIVISIONE ORIENTE-OCCIDENTE Capitolo XV IL VECCHIO RUGGISCE ANCORA APPENDICE - CRONOLOGIA ESSENZIALE - HA DETTO...
PREFAZIONE
I modi con cui i diversi storici e biografi hanno definito il protagonista di questo libro sono molteplici e spesso discordi tra loro. Churchill fu «un indomabile animale da combattimento», oppure «un cocciuto e un testardo che voleva imporre sempre la propria volontà», oppure «sapeva passare da un cavallo all'altro in piena corsa pur di essere sempre vincente», oppure «un uomo politico che fino dalla giovinezza credeva soltanto nella polvere da sparo». Potremmo continuare con queste definizioni per diverse pagine. Winston Churchill, indipendentemente dal giudizio che se ne vuole dare, a seconda che lo si guardi da una angolazione o da un'altra, fu senza dubbio un uomo fuori del comune. Al di là delle capacità politiche e militari, su cui i posteri per molto tempo continueranno a discutere, visse la sua vita di protagonista del suo tempo sospeso ad alcuni punti di forza (e che qualcuno vide anche come suoi punti di debolezza). Fu di un egocentrismo che nell'Europa dell'epoca era riscontrabile soltanto in Hitler, Stalin e Mussolini. Dotato di un profondo senso dell'immaginazione e dell'estetica pensò e realizzò ogni suo gesto in chiave spettacolare, comportandosi contemporaneamente come attore e come spettatore di se stesso. Amante degli atteggiamenti eccentrici, tanto da indossare una tuta da ginnastica per un ricevimento diplomatico e da visitare i soldati in prima linea, nel deserto, con un grazioso parasole bianco, persino nei gesti più banali, cercava il tocco che potesse portarlo all'attenzione degli altri: il modo di far salire al cielo le volute di fumo del suo sigaro, il modo di gesticolare durante i discorsi o le conversazioni, l'eleganza ampollosa di certi interventi oratori o di certe sue pagine, persino il gesto delle sue dita atteggiate a V, che avevano un chiaro significato provocatorio per il nemico. Qualche critico maligno ha scritto che Churchill «avrebbe potuto essere uno stupendo regista per un grande spettacolo di music-hall». Un uomo che aveva certamente bisogno di dimostrare a se stesso e agli altri di essere «diverso», di essere senz'altro il più bravo e quindi degno del bastone di comando. Abituati alle biografie edificanti non possiamo e non vogliamo esprimere giudizi pro o contro i suoi comportamenti di uomo-guida dell'impero britannico negli ultimi anni della sua forza ma anche alla soglia del suo tramonto. Possiamo dire che insieme al merito di aver rinvigorito e rinsaldato lo spirito inglese contro la minaccia nazista in Europa, convive il demerito di non avere intuito in tutta la sua gravità il pericolo tedesco all'inizio degli anni 30, insieme al merito di essere riuscito a convincere gli Stati Uniti ad affiancare l'Europa nella guerra contro le potenze dell'«Asse», convive il demerito di avere difeso strenuamente la mentalità colonialista dell'Inghilterra. Va comunque tenuto presente, a sua attenuante, che le sue origini e ascendenze aristocratiche e guerriere lo rendevano sordo ad ogni accenno di autocritica. Vivendo ogni avvenimento della sua vita, di politico, di combattente, di giornalista, di scrittore, di stratega, di economista, di mediatore, di oratore, come se si trattasse di una sfida sportiva, profuse in ogni suo gesto una generosità e una spontaneità un po' irrazionali che gli valsero, a volte, anche da parte degli avversari più accaniti, commenti benevoli. Qualcuno l'ha definito ambiguo. Certo, alcuni suoi gesti e decisioni non furono privi di ambiguità che finirono per danneggiare l'Europa. Come dice Chastenet, i grandi amori di Churchill furono «la maestà», «la potenza», «la gloria», «il dominio», che vedeva tutti condensati in una sola figura, che fu l'unica e vera «femmina-serva-padrona» della sua vita: l'Inghilterra. L'Autore
Capitolo I IL PICCOLO LEADER
E' il 30 novembre 1874. Nel castello di Blenheim, situato nella contea di Oxford, si tiene un ballo. All'improvviso una donna, un'americana, viene colta dalle doglie e dà alla luce un bambino... Così potrebbe incominciare una biografia su Winston Churchill, un personaggio che godette di una vitalità straordinaria oltreché di fortuna sfacciata, un uomo che passò indenne tra due guerre mondiali, condizionandone, anzi, la sorte e che visse la propria vita come una perenne lotta. La bella americana della festa di cui sopra altri non era che sua madre, figlia di un magnate della stampa, proprietario del «New York Times», Leonard Jerome. Il castello di Blenheim era invece eredità paterna, con una sua storia illustre essendo stato dato, per l'omonima vittoria, al duca di Malborough, John Churchill, vissuto dal 1650 al 1722, personaggio famosissimo tanto da entrare nella leggenda. Anche se il parto è prematuro, il neonato Winston Churchill nasce quindi tra due guanciali dorati. Non si potrebbe immaginare inizio migliore per colui che sarà destinato a reggere per tanto tempo il ruolo di guastafeste o di salvatore della patria, dato che indubbiamente la carriera di Winston Churchill supera ogni confronto sia per la personalità battagliera, non di rado caustica (e per qualche detrattore anche cinica), sia per l'attività frenetica dovuta a quella vitalità straordinaria, cui abbiamo poc'anzi accennato, che lo faceva stare alzato fino a notte inoltrata. Lavorava indefessamente, anche se poi recuperava con il sonnellino pomeridiano, un'abitudine inveterata che non perderà neppure nei più bui giorni di guerra. Randolph Spencer Churchill, padre di Winston, aveva conosciuto sua moglie nel corso di una regata a Cowes, occasione per la quale era stato dato un ballo a bordo dell'Arianna. Le nozze avvennero il 15 aprile 1874. Qualcuno dovette storcere il naso all'apprendere che il terzogenito del viceré sposava un'americana, ma il matrimonio fu saldissimo. Leonard Jerome, il padre della sposa, era una persona dalle decisioni quanto mai rapide e trasmetterà questa capacità decisionale alla figlia la quale a sua volta finirà per infonderla in Winston. Quanto a Lord Randolph, questi trasmetterà al figlio il gusto per la politica e la rapidità nel fare carriera. È ben vero altresì che nel caso di Lord Randolph le cose non finiranno nel migliore dei modi: anticipiamo qui che, divenuto cancelliere dello scacchiere, la carica più importante dopo quella di primo ministro, farà l'incauta mossa di dimissionare da tutti gli incarichi pur di far votare una sua mozione. Le dimissioni verranno prontamente accettate da Lord Salisbury che era allora a capo del governo. Il vedersi accettare prontamente le dimissioni sarà un colpo da cui non si rimetterà più, finendo per perdervi la ragione e poi la vita in una rapida débacle personale conclusasi a 46 anni quando suo figlio Winston ne aveva solo 21. Churchill eredita dal nonno materno la passione per i cavalli; il culto per il polo, che rivelerà da giovane, altro non è che retaggio familiare, essendo il già citato Leonard Jerome uno dei padri delle corse ippiche statunitensi. Da questo nonno erediterà anche l'amore per la carta stampata, dato che Churchill esordirà come corrispondente di guerra e amerà sempre il mondo del giornale. Tre avrebbero potuto essere le strade di un uomo come Churchill: la prima quella politica, che effettivamente seguì; la seconda l'attività di giornalista e scrittore, dato che si dedicò con successo alla pubblicazione di libri, e la terza quella di pittore considerato che con lo pseudonimo di Morin firmò decine e decine di quadri raggiungendo buone quotazioni.
L'infanzia di Churchill è quella dorata di tutti coloro che possono vantare simili genitori. Da piccolo ama giocare con i soldatini: ne ha più di duecento. Le fotografie dell'epoca ci mostrano un bambino paffutello dai lunghi boccoli, vestito sempre all'ultima moda. Discorso diverso va fatto per la scuola; agli inizi il suo curriculum scolastico non lascia affatto intravedere quelle che saranno le future possibilità dell'uomo. Infatti, nonostante segua gli istituti più prestigiosi come Ascot, Brighton e, successivamente, Harrow, il suo comportamento scolastico è piuttosto deludente. Lo stesso Churchill racconta che a sette anni gli fecero studiare la prima declinazione latina: «Come mai mensa vuol dire anche O tavolo?» chiese un giorno. E il professore rispose che era il vocativo, quando si trattava d'interpellare il tavolo. Churchill ribatté che lui non interpellava mai i tavoli. Il professore, stizzito, minacciò di punire severamente quell'impertinenza. Al che Churchill fa notare: «Fu il mio primo incontro con la lingua latina dei classici dalla cui lettura mi dicono che molti dei nostri grandi uomini hanno tratto istruzione e conforto...». Era un soggetto ribelle che imparava solo quello che gli andava a genio: «A scuola i miei maestri mi trovavano nel contempo precoce e ritardato mentalmente; leggevo roba da lettori più grandi di me ed ero l'ultimo della classe...» così scriverà lo stesso Churchill. Quando scriveva alla madre, lo faceva per lamentarsi dei compiti: supplicava di non essere infastidito con quella corvée: «Cara mamma, mi dicono che il signor Pest sarà il mio precettore per le vacanze. Ora, siccome è qui e mi è molto simpatico» scrive Winston dalla scuola di Brighton nel luglio 1887, «non mi dispiacerà affatto di averlo a una condizione e cioè quella di non fare nessun compito. Rinuncio a tutte le altre condizioni eccetto questa. Durante le vacanze non ho mai fatto alcun compito, quindi non comincerò a farlo ora. Se non mi si imporrà questo e se non mi si infastidirà al riguardo, sarò molto buono. Quando non sto facendo niente non mi importa di studiare un po', ma l'idea di essere costretto a farlo è contraria ai miei principi...». Ma non erano solo i compiti delle vacanze a infastidirlo, era proprio l'intera istituzione della scuola... Scrive sempre Churchill: «Odiando io questa scuola e vivendo nella maggiore ansietà per ben due anni, feci scarsi progressi nelle lezioni e per nulla nel gioco. Contavo le ore e i giorni che mi separavano dalla fine di ogni ciclo, quando dovevo ritornare a casa da questa odiosa schiavitù per poter sistemare i miei soldatini in ordine di battaglia sul pavimento della nursery. Il maggiore piacere che ricevevo in quei giorni era la lettura. Quando ebbi nove anni e mezzo, mio padre mi diede l'Isola del tesoro e ricordo ancora il piacere con il quale lo divorai». Il 3 novembre 1882, cinque settimane dopo l'inizio delle lezioni, Winston entrò nella scuola di Ascot retta dal rev. H.W. Sneyd-Kynnersley. C'è una pagella dell'estate 1883 in cui alla voce composizione classica è indicato «assai debole», in matematica si dice che potrebbe fare meglio di quanto non faccia, «molto buono» in storia. Il 15 settembre dello stesso anno scriveva: «Cara mamma, spero che stiate bene. Sono andato a pesca, oggi, e ho preso da solo il mio primo pesce: Jack ed io stiamo bene. Con amore e baci il tuo Winston». L'estate seguente la sua composizione fu classificata «molto debole» anche se si riscontrava qualche progresso in grammatica. È vero che ottenne una menzione di «molto buono» in storia ma, quanto allo scrivere, si dimostrava lento mentre la pronuncia lasciava alquanto a desiderare. Nell'autunno del 1883 ebbe la qualifica di «non buono» in francese, si dimostrò debole in geografia e, quanto al disegno, piuttosto elementare. Alla fine dell'estate 1884 i genitori di Winston decisero di togliere il loro figlio dalla scuola di St. George e di inviarlo in un istituto meno severo, a Brighton. Racconta lo stesso Churchill che Brighton era una scuola più piccola di quella che aveva lasciato. Era anche più economica e con meno pretese. C'era in più un elemento di gentilezza e simpatia che era mancato nelle sue esperienze precedenti. «In questa scuola mi si permise di imparare le cose che mi interessavano maggiormente: il francese, la storia, molte poesie a memoria, ma soprattutto il cavalcare e il nuoto. Il ricordo di quegli anni rappresenta un piacevole quadro nella mia mente, in fiero contrasto con i ricordi dei miei precedenti giorni di scuola». In questo periodo nacque in lui l'hobby della collezione di francobolli per la quale chiedeva continuamente del denaro ai genitori. Nessun dubbio che gli standard educativi a Brighton fossero certo diversi da quelli della scuola di St. George. Churchill era in grado di riportare giudizi assai più favorevoli di quelli ottenuti nella scuola precedente. Era indubbiamente più felice e rispondeva meglio al trattamento ricevuto. Nel marzo 1886, nonostante il clima mite di Brighton, che aveva anche un effetto corroborante sul suo fisico, mancò poco che morisse per un attacco di polmonite. Il particolare è di notevole interesse perché Churchill soffrirà di debolezza ai polmoni durante e dopo la seconda guerra mondiale. Venne curato dal medico di famiglia, il dottor Robson Roose. Si trattava di un attacco piuttosto violento tanto da indurre il medico a dormire accanto al paziente. Nell'estate del 1886 comunque, superato ogni pericolo, Churchill volle imparare a suonare il violoncello. Ogni tanto bussava a quattrini perché evidentemente ne spendeva non pochi. Cercò di fare sforzi per arricchire il proprio vocabolario, come appare da una lettera scritta a sua madre il 5 ottobre nella quale diceva di aver assistito a una rappresentazione shakespeariana (una lettura dei passi del Giulio Cesare tenuta da Mr. Beaumont). In una lettera a sua madre del giugno 1887 palesò il desiderio di mettersi a collezionare farfalle: i suoi interessi erano quindi molteplici e il profitto generale tendeva a migliorare. Il 17 aprile 1888 Winston entrava nella scuola di Harrow e con lui entravano le prime richieste di innovazioni. Pochi giorni dopo il suo arrivo, infatti, il giornalino della scuola «The Harrovian» riportava una lettera firmata dal «Miles Harroviensis» che si lamentava dello stato in cui versava il corpo fucilieri che, secondo l'estensore (non troppo anonimo per la verità), avrebbe dovuto annoverare almeno duecento membri in luogo dei cento insufficienti e inadeguati al compito. Il 12 marzo 1888 Winston prese parte anche lui a un'esercitazione con simulazione di combattimento e ci prese molto gusto. L'esercitazione si concluse con uno smacco per la fazione di Churchill: si trattava di una sconfitta, ma per inferiorità numerica, precisa Churchill, non certo per mancanza di coraggio. Ciò non toglie che ne fu così entusiasta da inviare alla madre uno schizzo della battaglia. Nel 1889 Winston scoprì la bicicletta: era un regalo per compensarlo della mancata venuta del padre. Tra gli altri passatempi vi erano naturalmente i soldatini: la sua collezione raggiungeva ormai i 1500 pezzi, tutti inglesi e tutti del medesimo formato. Avendolo un giorno osservato giocare con tanta passione, suo padre gli chiese se non gli sarebbe piaciuto entrare nell'esercito; Winston rispose subito di sì con entusiasmo... Era l'avvio per Sandhurst. Churchill trovò comunque il modo di collezionare due bocciature prima di potere essere ammesso a Sandhurst, la celebre accademia militare. Così scrive egli stesso: «Mio padre mi chiese se volessi intraprendere la carriera delle armi. Trovavo magnifica l'idea di comandare un esercito e pertanto gli dissi subito di sì e venni preso in parola. Per anni fui convinto che mio padre, con la sua grande esperienza e con il suo talento, avesse visto in me senza dubbio un genio strategico. Più tardi mi sentii spiegare che non mi aveva considerato sufficientemente intelligente per fare l'avvocato». A Sandhurst venne accolto in prima istanza, anche se dovrà sorbirsi delle noiose ripetizioni impartitegli dal capitano James. Riusciva bene in matematica e discretamente nello sport vincendo il campionato d'equitazione e riuscendo ottimamente come fuciliere nelle gare di tiro. Non mancarono gli episodi boccacceschi. Churchill si segnalerà per aver difeso, alla testa di un manipolo di studenti, gli ozi di Venere di un caffè concerto londinese minacciato di chiusura, l'Empire. Basandosi sulla «prude» moralità vittoriana, una signorina, Ormiston Chant, stava conducendo una campagna per la chiusura del locale, colpevole di ospitare, oltre al culto di Bacco, anche una specie di teatrino - café chantant, ridotto teatrale dove gli studenti di Sandhurst si radunavano il sabato sera. Il locale aveva sede in Leicester Square; in seguito alla campagna moralizzatrice si decise, con tipica pruderie britannica, d'isolare la zona del teatro da quella del caffè con una serie di paraventi. Ma i cadetti di Sandhurst, alla testa dei quali si pose Winston Churchill che tenne una sorta d'infiammata concione, abbatterono le fragili barriere e ne fecero un rogo nella stessa Leicester Square. Il periodo trascorso a Sandhurst rappresentò comunque un po' il riscatto di Churchill che ne uscì ottavo su centocinquanta cadetti, venendo poi ammesso come sottotenente al IV Ussari. È difficile spiegare oggi quello che poté rappresentare per un giovane d'allora l'ammissione in questa unità d'élite. Dice lo stesso Churchill che il contatto con il mondo del IV Ussari fu incredibile. A quel tempo la mensa di un reggimento di cavalleria era uno spettacolo: gli ufficiali con gli alamari d'oro sulla uniforme blu sedevano a una tavola splendente d'argenteria, patrimonio del reggimento tramandato nei decenni, mentre venivano serviti pranzi raffinati al suono della banda reggimentale. È questo però l'anno in cui morì suo padre: fu per lui una grande perdita, nonostante i rapporti piuttosto freddi che regnavano fra i due, e si accentuò la quasi idolatria nei confronti della madre. A vent'anni Churchill dimostrò un certo ardore bellicoso e sognava di trovare un campo di battaglia per sfogare la sua aggressività. Per sua sfortuna nel 1895 il mondo britannico attraversava un momento singolare di pace per cui non vi erano guerre dove il giovane scalpitante potesse cimentarsi. Racconta lo stesso Churchill: «L'era della guerra tra le nazioni civili era tramontata per sempre. Se fossi nato cent'anni prima, quelli erano tempi! Aver diciannove anni nel 1793, aver davanti a me vent'anni di guerra con Napoleone di fronte...! Ma inutile, quei tempi erano passati. «Dopo la guerra di Crimea, i soldati inglesi non avevano scambiato un colpo di fucili con un nemico di razza bianca!». Appassionatissimo della vita e delle opere di Napoleone, sentiva di avere come lui la massima fiducia nella propria stella. L'ambizione però non era quella di comandare un esercito, bensì quella di diventare primo ministro, progetto che paleserà per ben tre volte, una prima a un ufficiale di stanza in India, una seconda in Sudafrica al figlio di un capostazione, la terza a un giornalista americano suo omonimo, nel 1900. Nell'estate 1895 il IV Ussari fu ritirato dalla brigata di cavalleria di stanza ad Aldershot, questo per dargli modo di prepararsi a un periodo di nove anni di servizio in India. Gli ufficiali poterono godere di cinque mesi di congedo all'anno compreso un periodo ininterrotto di dieci settimane. I subalterni di cavalleria erano incoraggiati a trascorrere l'inverno nella caccia alla volpe. Churchill, che dal canto suo aveva già speso somme notevoli per i cavalli da polo, si diede da fare per cercare qualcosa di più entusiasmante e di meno costoso. C'era, defilata all'orizzonte, la guerra di Cuba nella quale poche migliaia di guerriglieri resistevano alle truppe del generale Santos. Veniva già allora usata la tipica tattica della guerriglia con imboscate, assalti proditori e ritirate altrettanto rapide. Obiettivi particolari erano come sempre le caserme e i convogli militari. Churchill aveva spiccatissimo il gusto dell'avventura: quale occasione migliore della guerra ispano-cubana? Questa non fu solo un'avventura in senso stretto ma anche una preziosa raccolta di informazioni. Non per nulla prima di partire ricevette istruzioni dall'allora comandante dei servizi informativi, generale E.F. Chapman (in particolare si volevano sapere gli effetti di una nuova pallottola). E qui a Cuba, dove si fece mandare grazie a una vecchia conoscenza paterna, l'ambasciatore britannico a Madrid, Churchill riceverà il battesimo del fuoco! Churchill e un suo commilitone, Barnes, partirono da Liverpool con il vapore Etruria della Cunard. La nave era diretta a New York dove i due trovarono alloggio presso un celebre avvocato, e di lì, dopo aver trascorso qualche giorno, presero il treno per Key West in Florida. Si trattava di un viaggio di trentasei ore. A Key West si imbarcarono sul vapore Olivette e arrivarono al porto dell'Avana il 20 novembre. Quello stesso giorno, dopo aver preso una camera al Grand Hotel dell'Inghilterra, Churchill scrisse alla madre dicendole che l'indomani mattina sarebbe partito per il fronte via Matanzas e Cienfuegos. Il viaggio era lungo, circa dodici ore di treno, con il pericolo di imboscate da parte dei ribelli. Non per nulla ogni convoglio era scortato da 40 a 50 fucilieri. Quando però arrivarono a Tuna, dove avrebbero dovuto prendere un secondo treno che li avrebbe portati nella zona dei ribelli, scoprirono che il convoglio era già partito con mezz'ora di anticipo. Poco dopo giunse la notizia che gli insorti avevano gettato una bomba sul treno stesso. Il mattino seguente furono in grado di recarsi a Santo Spirito, un luogo abbandonato da Dio dove regnava la febbre gialla. Il 29 novembre ci fu la novità che una banda di circa quattromila insorti, agli ordini di Maximo Gomez, era accampata a pochi chilometri a est d'Iguara. Fu qui, proprio il giorno del suo ventunesimo compleanno, che Churchill ricevette il battesimo del fuoco. «Per la prima volta nella mia vita» scriverà, «ho udito fischiare le pallottole nell'aria». Nel pomeriggio del 1° dicembre scriveva al giornale: «... la giornata era torrida ed io e il mio compagno persuademmo una coppia di ufficiali di carriera a venire con noi e a bagnarci nel fiume. L'acqua era deliziosa, calda e limpida e il luogo era bellissimo. Stavamo svestendoci sulla riva, quando improvvisamente udimmo un colpo di fucile seguito subito da molti altri fino a convertirsi in una raffica. Una sentinella, che se ne stava appollaiata su un albero, balzò giù e prese a sparare contro il nemico il quale si trovava ormai a meno di duecento metri. Ci vestimmo alla meglio e uno degli ufficiali, semisvestito, radunò una cinquantina di uomini che stavano costruendo dei ricoveri per la notte... Si rispose al fuoco, poi ci ritirammo lungo il fiume per rientrare al quartier generale». Mettendosi dalla parte degli spagnoli, il cui governo sull'isola era da considerarsi corrotto e inefficiente, Churchill forse vide giusto. Un governo formato da ribelli avrebbe portato un caos maggiore e una peggiore corruzione più di quanto già non vi fosse. D'altronde la guerra che si conduceva a Cuba era una ben strana guerra, dato che i morti da ambo le parti erano pochi pur facendosi grande spreco di munizioni. È ciò che Churchill dirà nelle interviste rilasciate alla stampa una volta rientrato a New York. Era pur vero che la domanda di indipendenza era unanime: gli insorti, capitanati da Antonio Maceo, non avrebbero fatto che ridurre la perla delle Antille e la più ricca isola del mondo in rovina. Da notare che le tesi di Churchill contrastavano con quelle del corrispondente del «Times», Hubert Howard, che si trovava dalla parte dei ribelli. A Cuba Churchill fece anche il corrispondente di un giornale: il «Daily Graphic» di cui aveva ottenuto l'appoggio grazie alle amicizie materne. Si hanno così già in luce gli elementi su cui farà leva il Churchill di domani: la corrispondenza, il reportage giornalistico da un lato e l'avventura dall'altro. Ovviamente a Cuba Churchill non militava dalla parte dei ribelli bensì degli spagnoli la cui stanca guerra contro le aspirazioni dei cubani all'indipendenza si trascinava giorno per giorno. Non era quindi quello cubano un clima così esaltante quale il giovane Winston auspicava. A Cuba imparò infatti il valore quasi mitico della siesta pomeridiana e soprattutto ad apprezzare i celebri sigari che saranno un tratto inconfondibile della sua fisionomia. Quanto alla scaramuccia nella quale egli venne coinvolto, si trattò di una scarica di fucileria in un'imboscata di ribelli con un proiettile che gli passò a trenta centimetri dal capo per andare ad uccidere un cavallo. C'era già comunque in lui il gusto dell'exploit, dell'illecito. Prima di tutto un tenentino dell'esercito di sua Maestà non avrebbe potuto aggregarsi come corrispondente di guerra a una formazione di un altro esercito regolare, secondariamente Churchill vi partecipò armato (il che era addirittura inammissibile), terzo tutta la sua posizione era irregolare; ma di questo non c'è da stupirsi perché negli anni a venire Churchill agirà sempre così, ai limiti del lecito, sia nelle spedizioni in India, sia nella lotta contro i dervisci, sia nella guerra anglo-boera dove raggiungerà il culmine delle irregolarità vivendo addirittura l'intera vicenda come un romanzo d'avventura che rechi sempre sull'ultima pagina la scritta «continua». L'ultimo episodio della guerra cubana cui Churchill assistette fu un nutrito scambio di fucileria fra i ribelli, che erano usciti allo scoperto, e i soldati del generale Valdez, scambio al quale Churchill prese parte standosene tranquillamente in sella. I ribelli dopo la fucileria si rintanarono nuovamente nella giungla e i soldati spagnoli si guardarono bene dall'andare a stanarli. Finita per Churchill e per il suo commilitone Barnes la pagina cubana, ci fu il rientro in patria con la prima decorazione: l'ordine spagnolo al valor militare. Le corrispondenze per il «Daily Graphic» gli avevano fatto guadagnare 25 ghinee per cinque articoli e aveva speso questa somma in modo piuttosto singolare, acquistando cioè l'edizione rara di un libro nelle aste di Sotheby. Un amore, questo per i libri rari, che non verrà coltivato in seguito, anche se continuerà ad acquistarne di meno preziosi per aumentare le sue cognizioni. È a questo punto che ricevette il consiglio da Bourke Cockran di dedicarsi agli studi di sociologia e di politica economica. Tutte le case londinesi erano aperte per lui, sia quelle dei vecchi amici di suo padre sia quelle delle conoscenze di sua madre. Si aprirono anche le porte della casa Rotschild. Nell'intervallo di tempo che lo separò dal viaggio in India, ebbe modo di frequentare i salotti più esclusivi e far tesoro di queste conoscenze. Soprattutto ne ricavò appoggi che gli sarebbero serviti in futuro. Per il momento nel suo orizzonte c'era solo il IV Ussari destinato a trascorrere in India diversi anni. E mentre Churchill aveva un occhio rivolto al suo reggimento, con il cervello pensava al modo di far quattrini. Le sue ambizioni erano infatti quelle di poter un giorno entrare a far parte della Camera dei Comuni. Il perché necessitavano i soldi per far parte della Camera dei Comuni era presto detto: i membri della stessa non ricevevano stipendio alcuno e sarà solo a partire dal 1911 che si parlerà di uno stipendio, un qualcosa di misero tuttavia perché si tratterà di sole quattrocento sterline l'anno. Per recarsi in India viaggiò sul piroscafo Britannia passando il suo tempo a giocare a scacchi e a interminabili partite di picchetto in buona compagnia perché vi erano circa quattrocento ufficiali imbarcati. All'approdo in India, Churchill ebbe però un incidente quasi banale ma destinato ad avere ripercussioni per tutta la sua vita. Ecco come lo stesso Churchill raccontò il suo incidente: «Dopo circa un quarto d'ora, noi giungemmo a un lungo muro di pietra con gradini sdrucciolevoli e anelli di ferro per appiglio. La barca oscillò sui marosi quattro o cinque volte. Io allungai la mano e mi aggrappai all'anello. Ma prima che potessi mettere il piede sul gradino, la barca oscillò causandomi un violento strappo alla spalla destra...». Per tutta la vita risentirà le conseguenze di questo incidente finendo per giocare a polo con l'avambraccio legato strettamente al torace. E dovette moderarsi più tardi anche nelle gestualità durante le concioni alla Camera dei Comuni. Ma in seguito ringrazierà il destino per questo incidente e precisamente nella battaglia di Omdurman allorché sarà obbligato a sostituire la sciabola con una più moderna pistola Mauser. In India si occupò della collezione di farfalle. Malauguratamente dopo essere riuscito a raccoglierne 65 specie tra le più rare, un topo, introdottosi nel suo gabinetto da lavoro, gli guastò ogni cosa. Si interessò anche di giardinaggio e chiese al fratello Jack, che si trovava in Gran Bretagna, di inviargli semi di tulipani e altre specie che non si trovavano in India, per vedere se vi fosse la possibilità di farli attecchire. Fu in questo periodo che incontrò il primo amore della sua vita, Pamela Plowden. Era una donna molto bella e intelligente, tanto più se comparata alle bellezze locali che a Churchill parevano semplicemente «immonde».
Capitolo II PASSAGGIO IN INDIA
Verso la fine del febbraio 1898 Churchill si recò a Meerut per la gara di polo tra il IV Ussari e il V dei dragoni della guardia. Una gara vinta dal IV che sarà però a sua volta battuto dal reggimento di fanteria leggera Durham. Ma l'attenzione di Winston era altrove, era alla frontiera del nord, nella zona di Tirah dove c'erano delle agitazioni. Ebbe a questo proposito un abboccamento con Sir Bindon Blood e concepì il progetto di recarsi a Peshawar in ferrovia e di lì a Tirah per vedere se non avesse potuto avere un impiego nei locali quadri dell'esercito. Nei suoi progetti ebbe un insperato aiuto dal capitano Haldane il quale a quel tempo serviva, con quel grado, nei Gordon Highlanders, ma aveva in effetti una grandissima influenza. Inoltre egli poteva contare sull'appoggio del generale Hamilton che aveva appena assunto il comando della 3a brigata del corpo di spedizione di Tirah e che Churchill definiva come suo grande amico in una lettera che scrisse alla madre il 25 febbraio 1898. Poi, con i suoi camerati, Churchill venne posto di stanza a Bangalore. Qui trascorrerà un periodo di intense letture. Durante il suo soggiorno in India leggerà i 12 volumi di Macaulay, tutto Gibbon per oltre 4.000 pagine, una lettura che aveva già cominciato in Gran Bretagna, le memorie dello stesso Gibbon, la Repubblica di Platone nella traduzione dello Jowett, e via dicendo, ivi comprese le lettere di Pascal. Dopo quasi un anno di letture alternate al gioco, tutto permeato di atmosfera indiana dal sapore vagamente kiplinghiano, ottenne una licenza, di tre mesi, da trascorrersi in Gran Bretagna. Durante la traversata che doveva ricondurlo in patria, Churchill rinnovò la conoscenza del colonnello Jan Hamilton il quale lo informò che tra i turchi e i greci i rapporti erano tesissimi. Winston, che non vedeva l'ora di poter partecipare a una nuova guerra, si fece subito attento e si informò con visibile interesse. Per sua sfortuna però, una volta che la nave arrivò a Porto Said, apprese che le ostilità erano già terminate. Decise allora di fare il turista e si recò in Italia dove ebbe modo di visitare Pompei e Roma. Di qui proseguì in treno per la Gran Bretagna. Sul campo di corse di Goodwood gli giunsero, da uno strillone di giornali, le notizie riguardanti lo scoppio delle rivolte alla frontiera con l'Afghanistan. Si precipitò allora a telegrafare al generale Sir Bindon Blood (da lui conosciuto in casa di Lord William Beresford), al quale era stato dato l'incarico di ristabilire l'ordine. Senza neppure attendere la risposta al suo telegramma, si imbarcò a Calais, attraversò Francia e Italia, e dal porto di Brindisi prese il primo piroscafo per l'India. A Bombay trovò ad attenderlo la risposta: non c'era bisogno di un ufficiale ma piuttosto di un corrispondente di guerra. Sempre attraverso le conoscenze materne, ottenne l'incarico dal «Daily Telegraph» di fare una serie di corrispondenze con il compenso di cinque sterline per colonna. Si aggregò così al corpo di spedizione del Malakand e questo sempre grazie all'appoggio di Sir Bindon Blood che comandava quel corpo destinato a riportare la pace nelle zone del Pamir ai confini con l'Afghanistan. Riuscì poi ad ottenere l'incarico di corrispondente anche dal «Pioneer» di Allahabad. Sotto una calura intensa fece quindi il suo viaggio verso il passo di Malakand. Dice lo stesso Churchill: «Non eravamo giunti fin lassù e non avevamo affrontato il caldo tremendo e i disagi per assistere da lontano agli interminabili conversari tra i nostri politici e quegli assassini di montagna!...». Questo a significare il suo ardore bellico e la sua volontà di non limitarsi a fare il corrispondente. Arrivati al posto di Malakand, Churchill scoprì che venivano messi all'asta l'uniforme e l'equipaggiamento di due o tre ufficiali che erano stati appena uccisi e si ritrovò bardato da capo a piedi con le spoglie di un morto. Essendo stato attaccato il campo britannico, il generale aveva deciso di lanciare in ciascuna delle vallate una spedizione punitiva. La giornata riserbò però delle sorprese. La colonna in cui era Churchill venne letteralmente sommersa da nugoli di ribelli; Churchill stesso si trovò isolato nella retroguardia, dovette raccogliere un fucile e sparare per assicurare l'evacuazione dei feriti. Fu in quell'occasione che abbatté, a revolverate questa volta, un indiano. È lui stesso a dirci di aver provato un preciso impulso a uccidere. Dopo lo scontro, il corrispondente del «Pioneer» e del «Daily Telegraph» venne destinato al 31° di fanteria del Punyab. E qui ci fu una nota comica, dovendo il sottotenente Churchill impartire gli ordini a gesti a truppe coloniali che non capivano l'inglese! Un giorno però, mentre si trovava al nord di Peshawar in alta montagna, il colonnello del IV Ussari gli fece pervenire l'ordine di raggiungerlo al più presto a Mysore. Invano egli chiese di poter ritornare sul campo. Riuscì a farsi ricevere dal viceré delle Indie a Calcutta durante una breve licenza per Natale, ma non ottenne il cambiamento voluto. Si consolò allora scrivendo la Storia del corpo di spedizione del Malakand, un volume scritto di getto in poco più di due mesi e che in patria diverrà quasi un bestseller (da notare che il giornale di Allahabad era quello che aveva pubblicato per primo Kipling). Quindi non soltanto Churchill ricevette gli omaggi per il suo coraggio e gli elogi per la risoluzione, non solo diede a vedere di godere di una fortuna quasi sfacciata (occorre rammentare che è soprattutto nelle operazioni contro i Mamund e gli Afridi che gli inglesi subirono le più scottanti perdite) ma il suo libro, che criticava tra l'altro i comandi militari, godrà di notevolissimo successo. In esso si narrava del corpo di spedizione al passo di Malakand, delle tribù ribelli, soprattutto dei Mamund ribellatisi sotto il peso e l'influenza del fachiro di Ipi, e di tante altre avventure (perché non è il caso di definirle altrimenti). Quando una coppia delle bozze del libro sulla spedizione di Malakand arriverà a Peshawar, Churchill scriverà indignato alla madre per il considerevole numero di refusi, molti dei quali assai grossolani, in esso contenuti. «Nella speranza di fermarne la pubblicazione» scriverà, «ho telegrafato alla Longmans, ma temo che sia ormai troppo tardi». «Non biasimo nessuno fuorché me stesso» scriverà ancora, «ma il risultato è tale da guastare ogni gioia, vedendo il libro, e permane solo la vergogna che una tale sconcezza possa venir presentata al pubblico... un esempio di quella che mio padre avrebbe chiamato sciatteria...». In effetti in quelle bozze c'era di tutto, ivi compresi dei nomi che l'autore aveva scritto in maiuscolo per migliorare la comprensione della grafia e che erano stati puntualmente riportati in maiuscolo; vi saranno stati almeno 200 tra refusi, errori e sbagli. Comunque, nonostante tutto, le pagine sulla spedizione al passo di Malakand incontrarono un successo straordinario. Nello stesso periodo in cui diede alle stampe il libro, Churchill redasse anche un romanzo, Savrola, di cui sconsiglierà sempre la lettura agli amici. Curioso aspetto questo del Churchill giovanile che non disdegnava il feuilleton. Giovane senza pace, non appena finita la pagina indiana, Churchill già si guardava intorno per cercare un nuovo terreno di scontri e di battaglie. Il successo delle sue corrispondenze gli aveva fatto pensare per un attimo di darsi al giornalismo militante o comunque di dedicarsi all'attività di scrittore. Le condizioni favorevoli per il gioco che intendeva fare Churchill erano nel Sudan. Nel Sudan il figlio di un falegname, Muhammad Ahmad, un uomo straordinario che a dodici anni leggeva già il Corano sapendolo commentare, si era ritirato come anacoreta su un isolotto sul Nilo, isolotto divenuto presto meta di pellegrinaggi di giovani sudanesi che chiedevano all'uomo di intervenire per risolvere i gravi problemi in cui versava il paese. Muhammad Ahmad si nominò allora profeta (Mahdi) per infiammare con la parola islamica tutto il Sudan che divampò come una torcia e fu perduto per l'Egitto. Il Mahdi e la setta dei Dervisci avevano quindi creato uno stato teocratico rettosi fino alla morte del Mahdi, nel 1885. Per gli inglesi si era trattato di una bruciante sconfitta che adesso era il caso di rovesciare, da qui la campagna mossa dal generale Kitchener, comandante in capo dell'esercito anglo-egiziano, contro i Dervisci e la loro capitale Omdurman. Churchill aveva chiesto regolarmente, ma senza alcun esito, tramite il War Office, la possibilità di far parte dell'armata d'Egitto. Non rimaneva che ricorrere ancora una volta a sua madre, la quale scrisse a Sir Herbert Kitchener che però non aveva voluto saperne. Anzi aveva risposto che non aveva affatto bisogno della collaborazione del giovane Winston. A questo punto la madre ricorse più semplicemente al primo ministro. Lord Salisbury aveva letto il libro sugli avvenimenti di Malakand e aveva pregato l'autore di recarsi da lui, dopodiché aveva scritto a... Sir Herbert Kitchener il quale aveva ripetuto il suo diniego! Allora Churchill decise di partire ugualmente. Sua madre lo accompagnò fino a Marsiglia; qui si imbarcò insieme a un contingente di truppe di rinforzo durante la sosta della nave nel porto francese. In tasca aveva la lettera con le credenziali del «Morning Post». Così compì la traversata fino al Cairo e qui ebbe un lampo di genio: per potersi far aggregare come volontario, cioè senza paga, era ricorso a uno stratagemma, quello di far capo all'aiutante di campo generale della spedizione, Sir Evely Wood, che si lamentava delle continue interferenze di Kitchener nelle sue specifiche attribuzioni. Ora la nomina di Churchill non dipendeva forse da Wood? Certamente sì. E fu così che Winston poté arruolarsi al Cairo venendo aggregato al 21° lancieri, corpo formato da volontari. Partecipò quindi alle operazioni che culminarono nella battaglia di Omdurman e alla carica di cavalleria della stessa battaglia (2 settembre 1898). Più che di una battaglia si trattò di una crudele carneficina: i Dervisci vennero decimati dalle mitragliatrici Maxim, impiegate per la prima volta, e dal fuoco delle cannoniere che avevano risalito il corso del Nilo. Ma vediamo in dettaglio come si svolsero gli avvenimenti. Il 2 agosto 1898, nelle nuove uniformi color kaki, con caschi coloniali, ghette, cinturoni e revolver, si imbarcarono gli uomini delle baracche di Abbasiya (Cairo) sul treno. Si trattava di un lungo convoglio composto di carri bestiame per i cavalli dei reparti di cavalleria, e di vagoni per la truppa. Soprattutto difficoltoso si rivelò l'imbarco dei cavalli sui carri bestiame. L'equipaggiamento era quanto di più moderno si potesse avere a quel tempo: caschi coloniali, occhiali da campo, zaini, borracce, carabine dell'ultimo modello, ecc. Il mattino del 16, presto, quando ancora si vedevano le stelle nel cielo, il convoglio e la sua scorta partirono. Churchill rimase indietro nei dintorni di Atbara, trattenendosi più del previsto. La colonna, alla quale avrebbe dovuto congiungersi, era ormai più di quindici miglia lontano. Con il traghetto a vapore si fece portare sulla riva occidentale del Nilo. Apparentemente non vi erano difficoltà, ma in realtà, a causa del cielo nuvoloso, mancava di riferimenti. Per cui fu costretto a passare la notte all'addiaccio accanto a una pietra con il cavallo che mostrava segni di sete e di irrequietezza. Circa verso le tre e mezzo del mattino le nuvole si diradarono e lasciarono intravedere la costellazione dell'Orione. Per fortuna, dopo due o tre ore di cavalcata, si cominciarono a vedere i primi cespugli che, a mano a mano che il corso del Nilo si faceva vicino, diventavano sempre più densi. Nel frattempo cominciò ad albeggiare e si intravidero i primi palmizi. Ed ecco, miracolosamente il Nilo. Subito il cavallo si buttò a corpo morto dentro quell'acqua mentre lo stesso Churchill, immerso fino alle ginocchia, si dissetava. Rimaneva da scoprire dove fosse andata la colonna. Il vecchio accampamento era ormai deserto. Per poter chiedere notizie agli abitanti del luogo, che ovviamente non capivano una parola di inglese, Churchill non trovò di meglio che disegnare con la sciabola sul muro di una casupola di fango l'immagine di un cavaliere. Era giunto infatti ad un piccolo villaggio, e a gesti gli abitanti gli fecero capire che al mattino presto i cavalieri erano passati per di là. Aggiunsero anche la parola Omdurman, la direzione presa. A questo punto non rimase a Churchill che forzare l'andatura del cavallo per raggiungere finalmente i suoi. Il 30 agosto 1898 corse voce che i Dervisci avevano fatto la loro apparizione. All'alba del 31 agosto si scorse infatti all'orizzonte il loro esercito. A recare la notizia al comandante fu il sottotenente Churchill. Sir Herbert Kitchener avanzava a cavallo alla testa del suo stato maggiore, seguito da due portabandiera. Per fortuna di Churchill, Kitchener non gli chiese il nome anche se gli fece qualche domanda. All'alba del giorno seguente Churchill venne di nuovo inviato in ricognizione. Nella luce del mattino vide una marea sterminata di Dervisci: circa settantamila. La battaglia di Omdurman stava per incominciare. Dall'alto della collina di Merreh, si poteva vedere l'armata del Nilo con i suoi cannoni, le masse di fanteria e d'artiglieria, i soldati a cavallo e il corpo cammellato formato da coloniali. Questa visione sarà ben presto cancellata da un'altra raccontata nel libro La guerra sul fiume1. 1 Sul libro The River War, La guerra sul fiume, il «Daily Mail» del 7 novembre 1899 scriveva un elogio fuori d'ogni discussione. L'unico appunto che si sarebbe potuto fare riguardava la sua lunghezza; un po' troppo prolisso, insomma. Il libro veniva comunque descritto come imparziale; lo stile era qualche volta paragonato a quello di Gibbon, con l'ultima parte scritta nello stile classico del corrispondente di guerra. Era comunque un successo editoriale per cui, esauritasi ben presto la tiratura di 2000 copie furono necessarie altre due ristampe per complessive 1000 copie. Dall'alto della collina di Surgham, dove Churchill si era posto come osservatore, si poteva vedere uno spettacolo straordinario: l'armata dei Dervisci si profilava come una serie di macchie scure sul bruno della pianura. Verso est era invece visibile l'armata anglo-egiziana. Le due forze erano divise tra loro da cinque miglia. Churchill guardava alternativamente i due schieramenti contrapposti. Per Kitchener non si poteva trovare migliore terreno di battaglia. Era molto calmo, non lo preoccupava l'avanzata del nemico che procedeva svelto, tanto che adesso era a sole quattro miglia dallo schieramento inglese. Gli inglesi avevano alle loro spalle il fiume con alcune cannoniere a basso pescaggio. Il fronte del nemico era composto da una grande massa d'armati con grande quantità di riserve sui fianchi e nella retroguardia. Così si presentava il quadro della battaglia di Omdurman. Stando così le cose, rimase l'opportunità di far effettuare una carica di cavalleria contro un nemico così numeroso. Ma poco mancò che la carica si tramutasse in un disastro per quei 300 britannici buttati nella mischia in tre minuti di combattimento. Vediamone la cronaca. Erano le 8,40 del 2 settembre 1898. Gli uomini del 21° lancieri si dirigevano adagio verso le file dervisce passando al trotto, incolonnati di fronte a loro, da destra a sinistra. In quel preciso istante i Dervisci si misero in ginocchio e aprirono il fuoco: violentissimo. «La distanza», scrive Churchill, «era troppo esigua perché il tiro risultasse senza conseguenze e io mi resi conto che rimanevano solo due alternative: conversione a sinistra in linea e via al galoppo per tornare a riprendere i feriti: una cosa sconveniente; oppure conversione a destra in linea e alla carica». La tromba non fece comunque in tempo a suonare che tutti erano già al galoppo di carica sotto un fuoco troppo intenso per consentire qualunque manovra di squadrone. «Di fronte a me», scrive sempre Churchill, «vi erano quattro file. Ma vennero tutti scaraventati al suolo e passammo oltre senza difficoltà. Uno dei miei uomini cadde. Venne fatto a pezzi. Cinque o sei cavalli rimasero feriti da colpi da tergo, ma tutti gli altri erano indenni. Venimmo poi a trovarci in una zona di uomini sparsi e di combattimenti individuali. Lo schieramento si disperse e scomparve...». La cosa tuttavia non fu così semplice come Churchill ha cercato di descriverla. Prima di tutto le forze affidategli furono presto disperse e si sbandarono; l'ufficiale che sostituiva Churchill al comando venne ucciso; per due volte lo stesso Churchill fu sul punto di venir disarcionato e fatto a pezzi; per due volte uccise a colpi di pistola l'avversario. E oserà scrivere che l'esperienza di una carica di cavalleria non era stata affatto eccitante e non gli era sembrata un pericolo... E poi vi furono le perdite: ben ventuno i morti e quaranta i feriti. Della guerra derviscia Churchill farà un resoconto nel già citato libro La guerra sul fiume, altro bestseller da cui abbiamo tratto la pagina riguardante la carica. Resoconto di una guerra in cui non mancarono le pagine macabre: perfino la tomba del Mahdi venne profanata dai britannici che ne prelevarono le spoglie gettandole nel Nilo, mentre il cranio fu preso dallo stesso Kitchener e messo in una latta di petrolio. Omdurman rappresentò l'ultima grande battaglia d'epoca coloniale e l'ultima carica di cavalleria delle guerre britanniche prima dell'avvento e della generalizzazione dell'impiego della mitragliatrice. Dopo la battaglia Churchill scriverà così alla madre: «Cara mamma (...) sono stato sotto il fuoco tutto il giorno e ho cavalcato nel bel mezzo della carica. Tu conosci la mia fortuna in queste cose. Credo d'esser stato l'unico ufficiale che non abbia ricevuto colpi sui finimenti o ai vestiti o al cavallo. Ho sparato dieci colpi con la mia pistola, tutti necessari, e siamo giunti dall'altra parte dopo esserci creato un passaggio tra la calca. Non ho mai provato il benché minimo nervosismo e sono stato calmo come lo sono ora scrivendoti (...) Mi dispiace di avere colpito di sicuro cinque uomini e altri due quasi sicuramente. La pistola era la migliore al mondo». Eppure non fu una cosa facile: Grenfell, suo amico carissimo, morì; lo stesso dicasi per Hubert Howard. Altri accusarono gravi ferite come Dick Molyneux e Jack Brinton. Lo stesso colonnello Rhodes rimase ferito; le perdite furono di cinque ufficiali, più di settanta uomini e un centinaio di cavalli. Il tutto in 120 secondi. Churchill si dichiarò molto lieto di aver aggiunto all'esperienza militare quella di una carica di cavalleria senza averla trovata né particolarmente eccitante né considerevolmente pericolosa. Di certo non vide uomini migliori del 21° lancieri, ammirandone l'addestramento e la disciplina. Ma non ci sono solo i resoconti militari: in una lettera scritta il 16 settembre 1898 al colonnello Jan Hamilton, disse di essere praticamente in disgrazia presso le autorità, vale a dire presso Kitchener, il quale sarebbe stato addirittura furibondo nei confronti di Sir Wood che l'aveva inviato al fronte...
Spentisi gli echi della battaglia e dei Dervisci, nel novembre 1898 Winston Churchill decise di darsi alla politica e chiese alla direzione del partito conservatore l'assegnazione di un collegio elettorale. Robert Ascroft invitò Winston a partecipare alle elezioni, ma, prima che potesse dar vita al progetto, mori. Come semplice oratore Churchill partecipò a un comizio a Bath dove ebbe la gradita sorpresa di vedere che il pubblico lo applaudiva diverse volte. Era quello per lui un momento favorevole: si presentò al seggio di Oldham dove ebbe la ventura di fare politica con un personaggio curioso: James Mawdsley, un tipo approdato dalle file dell'operaismo a quelle del conservatorismo. Ebbe per avversari un industriale e il figlio dell'armatore Runciman; naturalmente tutto il comizio di Churchill si fondò sull'autoincensamento di partecipante di fatto alle guerre coloniali e ai successi conseguiti (quasi che fossero tutti opera sua...). Alla fine però perdette la battaglia, forse per il connubio male assortito con l'operaio-conservatore Mawdsley (il quale, sia detto per inciso, farà una brutta fine morendo in strane circostanze nella vasca da bagno). Le elezioni furono infatti vinte dall'industriale Emmott e Churchill venne battuto ai voti anche da Runciman. Tornato a Londra, si abboccò con i principali proprietari di giornali dell'epoca: così poté pranzare accanto a Moberly Bell, il proprietario del «Times», e al figlio del direttore del «Morning Post». Si trattò di amicizie che gli risulteranno preziose quant'altre mai e che gli permetteranno di passare indenne attraverso le polemiche seguite all'episodio di Omdurman, dove sulla «Westminster Gazette» erano apparsi giudizi negativi sull'operato degli inglesi che non avevano voluto fare prigionieri, seguendo in ciò le direttive di Kitchener, ma legittimando la pratica di uccidere i feriti. Capitolo III ALLA GUERRA DEI BOERI
Churchill si apprestava a diventare l'uomo preconizzato da G.W. Stevens, uno dei giornalisti più quotati del momento, che per il «Daily Mail» aveva scritto un articolo destinato a rimaner famoso dal titolo «Il più giovane personaggio d'Europa». In quest'ultimo Stevens definiva Churchill ancora un ragazzo ma già un uomo per adeguamento dei mezzi ai fini, uomo dalle ambizioni ben definite anche se poco modesto, demagogo nato, mezzo aristocratico, mezzo uomo da strada... «Seguendo sempre per filo e per segno quel ritmo, Churchill potrebbe trovare piccola la Gran Bretagna, dato che per il momento si tratta di un prodigio...». Parole profetiche dette in un momento in cui su Churchill c'era ancora chi non era disposto a scommettere un soldo su quello che appariva come un super protetto rompiscatole... Ci fu qualcuno, come il suo avversario politico Runciman, che lo definì spaccone, facendone il ritratto di un avventuriero: Churchill ebbe facile destro nel replicare che Runciman aveva combattuto soltanto nelle battaglie civili, che non aveva mai visto scorrere il sangue e non era mai stato in combattimento. E gli elettori, anche se non gli diedero la palma, pure si mostrarono sensibili alle sue argomentazioni. E Winston ne ricavò, se non altro, l'appellativo di Winnie che lo accompagnerà tutta la vita. Per meglio chiarire il clima di quei giorni, basterà citare l'organo «Morning Post» che in un suo editoriale scrisse che gli onori della giornata sarebbero andati soprattutto al signor Churchill se..., beninteso se, il destino non avesse disposto altrimenti. Certo non erano in molti a prevedere il successo churchilliano in un momento in cui era celebre la frase pronunciata alla fine della carica di cavalleria, quando Churchill s'era rivolto a un commilitone per chiedergli se gli fosse piaciuta...
Un'altra guerra era alle porte e due settimane dopo il suo scoppio, alla fine d'ottobre del 1899, Winston Churchill s'imbarcò come corrispondente del «Morning Post»: destinazione l'Africa del Sud. Intendeva essere spettatore (e non solo quello) del conflitto anglo-boero. Churchill s'era già occupato del problema dei boeri alla fine del 1896. «Presto o tardi», aveva scritto, «per la salvezza del nostro impero o per la salvezza del nostro onore, dovremo combattere i boeri». Non ci dovevano essere mezze misure. Le forze impiegate avrebbero dovuto essere forti a sufficienza per annullare ogni opposizione e al tempo stesso per intimidire tutti i simpatizzanti. E ribadiva: «Presto o tardi», doveva concludere Churchill, «con l'approvazione dell'Europa, noi dovremo batterci con i boeri». Churchill era profondamente convinto che vi sarebbe stata una guerra, essendo in questo d'accordo con una larga fascia dell'opinione pubblica. Ora la pagina che vede opposti i due popoli, la piccola nazione boera e il potente leone britannico, è di quelle che fanno riflettere. Vediamo da vicino come andarono effettivamente le cose.
«Dal 1890 in poi», racconta lo stesso Churchill, «gli avvenimenti in Sudafrica stavano muovendosi verso una svolta decisiva. Già da un pezzo esistevano controversie tra i boeri e gli inglesi per il dominio di questa regione». I boeri, discendenti prevalentemente da coloni di origine fiamminga, scesi in Africa (all'estremo sud del paese) agli albori del secolo diciassettesimo, «avevano formato la loro repubblica all'interno della regione del Transvaal», dice ancora Churchill, «mentre gli inglesi padroni della colonia del Capo e del Natal dominavano le coste meridionali e occidentali. In pochi anni lo sviluppo delle miniere d'oro a grande profondità aveva conferito a una città, Johannesburg, nel Transvaal, una rilevanza economica mondiale. «Lo stato degli agricoltori boeri, che fino a quel momento si erano accontentati di condurre una vita pastorale nelle regioni semideserte dell'interno in cui erano immigrati i loro avi, si trovava adesso a gestire una fiorente città moderna con una popolazione in rapido aumento. Nella capitale boera di Pretoria, che si trovava a sessantacinque chilometri a nord di Johannesburg, si era insediato un governo forte, capace e con mire d'espansione, che si trasformò presto in un miraggio per gli olandesi di tutto il Sudafrica. Il governo era sostenuto dalla forza di cinquanta o sessantamila agricoltori boeri assai fieri, fedeli alla loro causa, bravi soprattutto nell'andare a cavallo tanto da essere considerati i migliori guerrieri a cavallo dal tempo dei mongoli. Il governo era poi rafforzato dalla tassa sull'oro che veniva estratto in quantità sempre più grandi e riceveva appoggi da Olanda e Germania». Ovvio che la presenza di queste miniere d'oro avesse attirato l'interesse di molti avventurieri soprattutto britannici che finirono per domandare il diritto di voto che fu loro negato dai boeri. Erano stati chiamati Outlanders. Racconta ancora Churchill che in quegli anni il governo britannico si fece paladino della causa degli Outlanders. «(...) I boeri avevano buone ragioni dalla loro parte. (...) Improvvisamente, ai primi d'ottobre, gli uomini coraggiosi che dirigevano la politica estera boera decisero di risolvere la questione». «Le grandi contese nascono spesso da piccoli spunti (...) Gli avvenimenti che precedettero lo scoppio della guerra in Sudafrica vennero seguiti dagli inglesi e direi da tutto il mondo con minuziosa attenzione. La lunga vicenda delle contese con i boeri (...) era una materia familiare al pubblico. Il paese seguiva con attenzione ogni tappa dei negoziati e ogni fase delle contese che si svolsero nel 1899. Ogni particolare fu discusso in una atmosfera assai tesa tra opposizione e governo alla Camera dei Comuni». Tra l'estate e l'autunno l'opinione pubblica era divisa in due settori: «Da un lato c'erano quelli che credevano inevitabile la guerra, dall'altro c'erano quelli che auspicavano l'impegno di ogni risorsa politica e morale per tentare di impedirla. Fu un'estate difficile; giorno per giorno l'atmosfera si faceva più tesa: si sentiva avvicinare la tempesta. (...) «Il Transvaal aveva incominciato ad armarsi seriamente. Una polizia ben armata teneva sotto controllo tutti gli Outlanders (...) Dei tecnici fatti venire dalla Germania stavano lavorando a una fortezza che permetteva di dominare dall'alto con le sue artiglierie Johannesburg. Cannoni, munizioni, fucili, giungevano dall'Olanda in numerosa quantità per armare tutti gli abitanti delle repubbliche boere e un numero anche maggiore di boeri sparsi sul territorio della colonia». Invano i boeri avevano chiesto che venissero allontanate dalla frontiera con il Transvaal le truppe britanniche che da tempo erano state fatte affluire lungo quel confine. Per cui alla fine i boeri si decisero a inviare un ultimatum che concedeva alla Gran Bretagna tre giorni di tempo per sguarnire la frontiera. Era la guerra. Non era neppure passata un'ora dall'ultimatum dei boeri che subito venne affidato a Churchill l'incarico di corrispondente di guerra del «Morning Post». Si trattava di un successo. A Churchill erano state promesse 250 sterline al mese con tutte le spese pagate e la libertà assoluta di scrivere quello che a lui piacesse con l'impegno di far durare la collaborazione per almeno quattro mesi. Erano le migliori condizioni mai fatte a un giornalista britannico, soprattutto in considerazione dell'età del corrispondente: 24 anni. Churchill prenotò subito il passaggio sul primo piroscafo che fosse diretto verso il Sudafrica. Era il Dunottar Castle. L'unità salpò da Southampton l'11 ottobre: era il giorno in cui scadeva l'ultimatum boero. A bordo della nave c'era il generale Sir Redvers Buller con il suo stato maggiore e parte del corpo d'armata destinato a portare aiuto al Sudafrica britannico. Stando alle parole di Churchill, Buller era una di quelle tipiche personalità che parlano poco e si fanno capire ancora di meno. Non era certo di quelli che sanno spiegare le cose, né cercò mai di farlo. Non appena la conversazione si faceva seria, emetteva dei brontolii facendo ogni tanto un cenno col capo. Soprattutto non affrontava mai i problemi militari. Era uno di quegli uomini destinati a passare di errore in errore, di disastro in disastro, senza per questo perdere il suo valore o la stima del paese. Aveva poi il consenso dei soldati perché si preoccupava molto del loro nutrimento. A quel tempo non esisteva la radio, e una volta imbarcati si perdeva il contatto con il resto del mondo. Approdata la nave a Madera, si venne a sapere che i negoziati anglo-boeri erano stati interrotti e che le truppe erano in movimento da ambo le parti. Si proseguì col viaggio finché non venne intravisto un piroscafo diretto alla parte opposta. Da un messaggio scritto sulla lavagna da un marinaio di quel piroscafo, vennero a sapere che i boeri avevano subito una sconfitta e che vi erano già state tre battaglie in una delle quali era morto il comandante Penn Symonds. Dopo un certo lasso di tempo, giunsero a Città del Capo quando ormai si era già fatto buio e le luci della località illuminavano le rive. Purtroppo le notizie apprese sbarcando non erano delle più confortanti. Il 31 ottobre era avvenuto un disastro nei pressi di Ladysmith: 1200 soldati inglesi si erano arresi e gli altri erano stati respinti all'interno della città trasformata in un campo trincerato. Per di più la linea ferroviaria era stata interrotta, il che faceva presagire che l'assedio sarebbe stato duro a sostenersi. Churchill era smanioso e voleva a tutti i costi raggiungere Ladysmith, ma la cosa non era possibile e non poté procedere se non fino a una piccola borgata con poche centinaia di abitanti: Estcourt. «I boeri», racconta ancora Churchill, «avevano occupato le stazioni successive e il ponte della ferrovia e, per disgrazia degli inglesi, c'erano a disposizione solo un battaglione, alcuni squadroni di cavalleria, due compagnie di fanteria leggera e un treno blindato». Il 3 novembre 1899 Churchill scriveva alla madre di avere sottostimato la forza militare e lo spirito dei boeri: «Ho seri dubbi che un solo corpo armato possa essere sufficiente per venire a capo della loro opposizione». Di fronte agli inglesi c'era una fiera resistenza. Comunque il 14 novembre il capitano Aylmer Haldane ricevette dal suo colonnello istruzioni verbali per assumere la direzione del treno blindato. Osserva Churchill: «Non c'è nulla che dia l'impressione di potenza e di invulnerabilità come un treno blindato; in realtà non esiste al mondo cosa più fragile e inefficace. È sufficiente fare saltare un ponte o anche le rotaie perché il poderoso mostro venga bloccato lontano dalla sua base e sia in preda al nemico. Evidentemente il colonnello non ci aveva pensato. Decise di impacchettare una compagnia della fanteria leggera di Durban e una dei fucilieri di Dublino nel treno formato da sei carri, aggiungerci un cannoncino da marina, che era stato appena sbarcato dalla corazzata Terrible, e spedire il tutto (...) sulla linea che in teoria portava a Colenso. Haldane me ne parlò il 14 novembre sera. La spedizione doveva partire l'indomani mattina all'alba. Non mi nascose la sua preoccupazione, capiva perfettamente che si trattava di un'impresa idiota. Ma come tutti all'inizio di quella guerra, sognava di buttarsi in un'azione a tu per tu con l'avversario. Mi chiese se volessi partire con lui. Certamente che volevo partire, anch'io avrei voluto trovarmi nei pasticci e poi era compito di corrispondente del "Morning Post" vedere tutto quello che potessi osservare. Questo episodio del treno blindato è stato discusso a dritto e a rovescio. Partì all'alba e percorse 22 chilometri senza alcun disturbo, anzi senza che scorgessimo segno di vita sulla campagna ondulata che attraversavamo. Facemmo una sosta a Chieveley: il tempo di segnalare per telegrafo al generale che non c'era niente da comunicare. Quel treno era così composto: carro merci aperto con a bordo un cannone navale con un distaccamento, poi un carro blindato con a bordo i tre quarti di una compagnia del secondo fucilieri di Dublino; veniva poi la locomotiva e il tender seguiti da due carri blindati con a bordo una seconda compagnia dei fucilieri di Dublino e in più una compagnia di fanteria leggera Durban; chiudeva il convoglio un carro soccorso con relativo personale. Avevano appena spedito il messaggio, che successe l'imprevedibile: un deragliamento in piena regola. Il deragliamento dei carri di testa venne provocato dai boeri con un masso attraverso le rotaie, masso che non fu notato dal personale a bordo del treno, tutto impegnato nelle operazioni e nel rispondere al fuoco del nemico che si era fatto vivo all'improvviso. Ma i boeri non disponevano solo di fucileria, ma anche di artiglieria. Quanto a Winston Churchill, corrispondente del «Morning Post» si trovava sul treno a titolo abusivo trattandosi di un'operazione strettamente militare. Con Churchill venne posto in azione il cannone da marina che però dopo pochi colpi venne messo fuori uso da una granata. La cabina della locomotiva fu ben presto piena di feriti, inoltre alcuni colpi boeri l'avevano danneggiata soprattutto nel condotto dell'alimentazione dell'acqua. Considerando che il fuoco nemico non si allentava, due soldati inglesi alzarono il fazzoletto bianco in segno di resa. Così alle 8,50 venne catturata una cinquantina di uomini, questo mentre la locomotiva faceva precipitosamente macchina indietro con il suo carico di feriti raggiungendo le linee inglesi a Estcourt. Particolarmente interessante fu il comportamento del telegrafista che rimase sempre imperturbabile malgrado le pallottole che gli fischiavano attorno, ed encomiabile quello del guidatore della locomotiva che, nonostante fosse stato ferito, volle rimanere al suo posto. Il tutto sotto una pioggia battente. Fra i prigionieri, come si è detto, vi fu anche Winston Churchill. Scrive lo stesso Churchill: «Ero ritornato sui miei passi per circa 200 yarde, quando al posto di trovarvi Haldane e la sua compagnia vidi apparire due figure in abiti borghesi sulla linea: "Operai", pensai sul momento, poi con un soprassalto di lucidità mi dissi: "Boeri!" La mia mente conserva ancora l'impressione di queste alte figure, piene d'energia, abbigliate in abiti flosci e scuri, con larghi cappelli dalla tesa abbassata, che puntavano i loro fucili un centinaio di yarde più in là. Mi volsi di nuovo e corsi verso la locomotiva mentre i due boeri facevano fuoco e io correvo fra i carri deragliati; le loro pallottole mi sfioravano a destra e a sinistra, sembravano mancarmi per pochi pollici. Eravamo in un piccolo avvallamento con pendici di circa sei piedi sui due lati. Io mi schiacciai contro il lieve pendio. Ma non offriva protezione alcuna. Un'altra occhiata alle due figure: una di esse stava prendendo la mira in ginocchio. Il muoversi sembrava l'unica risorsa. Ancora una volta schizzai via; ancora due sibili si udirono nell'aria, ma niente mi colpì. Questo non poteva durare. Dovetti venir fuori da quella specie di corridoio. Mi buttai sulla sinistra e mi arrampicai sul bordo; la terra si sollevò accanto a me... Invano». Churchill tentò di raggiungere un luogo più sicuro, ma ecco scorgere una figura a cavallo che galoppava verso di lui. Cercò la sua Mauser che aveva dimenticato sulla locomotiva: non c'era neppure quella. L'unica cosa da farsi era di arrendersi ed è ciò che fece. Per il codice internazionale di guerra, Churchill era passibile di essere fucilato seduta stante: venne, infatti, trovato in possesso di un caricatore per pistola, segno indubbio che il «borghese» corrispondente di guerra non era alieno dal far fuoco. Ai boeri dirà di aver appena raccolto il caricatore. Alla richiesta di essere lasciato in libertà, i boeri gli risposero che non capitava tutti i giorni di metter le mani sul figlio di un Lord. Così Churchill venne trasportato, insieme ad altri e sotto buona scorta, a Pretoria e rinchiuso in una scuola trasformata in carcere. Subito architettò piani rocamboleschi come quello di una fuga in massa dalla scuola e dall'ippodromo dove era stata confinata la truppa. Di questi progetti mise al corrente il decano del campo il quale gli proibì di pensarvi un solo minuto di più. Churchill decise allora di fare da sé. E con due commilitoni architettò un complicato piano di fuga. Si trattava di scavalcare il muro di cinta dell'edificio scolastico e di mescolarsi con la folla di Pretoria e prendere poi il treno... Detto e fatto: mentre i due commilitoni rimandavano il tentativo, Winston scavalcò il filo spinato e si calò in strada proprio mentre la sentinella boera guardava dall'altra parte. Per tutto viatico aveva con sé alcune tavolette di cioccolata. I viveri erano rimasti infatti agli altri due unitamente alla bussola. Per di più Churchill non conosceva una sola parola di afrikaans. Ma la sua stella aveva qualche cosa di soprannaturale e, senza volerlo, appena fuggito prese la direzione giusta. Lo fece a bordo di un convoglio ferroviario che trasportava carbone e che a un certo punto si arrestò in una zona mineraria desolata e squallida. Balzato giù dal treno, temendo di essere portato lontano dalla frontiera portoghese sua meta, si trovò a dover girovagare in una zona completamente sconosciuta. Sempre fidando nella sua buona stella, bussò all'unica casetta abitata da un inglese che si trovava in mezzo ad altre abitate da boeri. Il proprietario era l'amministratore di una miniera il quale fece nascondere Churchill in un pozzo abbandonato. La cosa ha del paradossale perché Churchill trovò pronte le mani soccorritrici di alcuni scozzesi che lo presero in consegna e lo affidarono successivamente a un treno la cui direzione era, guarda caso, proprio la frontiera portoghese. Come racconta lo stesso Churchill, i suoi amici gli avevano dato una pistola, due polli arrosto, qualche fetta di pane, un po' di carne, un melone e tre bottiglie di tè freddo. Questo perché il viaggio avrebbe potuto prendere più di sedici ore. Dopo essere arrivato alla frontiera portoghese nascosto in balle di lana, Churchill balzò in piedi brandendo il revolver (sic!) e facendo fuoco in aria in segno di trionfo! Spedì poi diversi telegrammi fra i quali uno al governo boero e l'altro a un importante quotidiano di Johannesburg, roccaforte boera. Questo per irridere alla taglia di venticinque sterline che i boeri avevano messo sul suo capo, vivo o morto! Era fantastico, davvero stupefacente che un uomo potesse attraversare impunemente il veldt senza riportare neppure un graffio e senza esser visto da un solo boero! Tutti i giornali si occuparono del caso Churchill e ci furono manifestazioni di giubilo tra la folla. Egli poté così imbarcarsi su una nave diretta a Durban dove venne accolto da un tripudio generale. Ebbe gli onori di una banda musicale e fu portato in trionfo fino alla sede del municipio. Per il corrispondente del «Morning Post» era più che un trionfo, era l'apoteosi. Tanto più che il suo caso era stato glorificato come un'epopea da quasi tutta la stampa britannica.
Le corrispondenze sul «Morning Post» erano le più lette in quel periodo. In esse Churchill non aveva perso l'abitudine di far le pulci all'esercito e ai suoi capi spiegando ai lettori come la guerra boera fosse guerra di movimento, più guerriglia che guerra e che come tale andava affrontata. Da qui il suo propugnare le formazioni di irregolari da affiancare ai militari di professione. A questo punto il comandante delle truppe inglesi, Sir Redvers Buller, si mise a sua disposizione. Fu così che Churchill venne nominato tenente volontario della cavalleria leggera. (Era un contravvenire alla regola che non si poteva essere corrispondenti di guerra e al tempo stesso ricoprire incarichi nell'esercito). Si istituì anche un corpo di volontari agli ordini del generale Roberts. Questi vestivano la divisa kaki, il colore del veldt, vanificando così il cecchinaggio boero. Con il corpo di cavalleria Churchill prese parte alla liberazione di Ladysmith assediata dai boeri. Era il 3 marzo 1900: fece il suo ingresso nella cittadina, dalle casette con i tetti in lamiera, abitate da gente malconcia che stendeva le mani all'arrivo dei soccorritori. Fu un momento di emozione, come narra lo stesso Churchill. Egli prese poi parte alle due campagne dell'Orange e del Transvaal. Da osservare che anche suo fratello minore, John, partecipò alle operazioni rimanendo ferito a un fianco. Quanto a Winston, dopo aver fatto parte dei collegamenti del quartier generale di Warren, il suo comandante (e in tale veste fu spettatore impotente della carneficina di Spion Kop, zona montuosa in cui le forze inglesi vennero sopraffatte dai boeri), si stancò presto di quella guerra non appena si accorse che stava volgendo in favore degli inglesi e tornò in patria in tempo per presentarsi al collegio di Oldham e vincere l'elezione per un pugno di voti contro il rivale Runciman. Il partito conservatore stravinse in queste elezioni dell'autunno del 1900, anche se poi non seppe sottrarsi al diluvio di critiche che gli piovvero sul capo per la condotta stessa della guerra (su 60.000 boeri deportati del 1901, ben 7.000 moriranno di stenti e il totale delle perdite infantili sarà del 50%). È chiaro che le notizie che giungevano dal Sudafrica non erano fatte per confortare l'opinione pubblica britannica che, questa volta, chiese più equità nel trattamento dei boeri ai quali venivano sistematicamente distrutte le fattorie, unico loro bene. A nulla servì il viaggio compiuto in Europa dal presidente del Transvaal, Krùger, per sollecitare aiuti in funzione antinglese. Nello stesso anno 1901, in gennaio, quando morì la regina Vittoria, Churchill si trovava negli Stati Uniti per tenere un ciclo di conferenze, a cinquanta dollari l'una, sulla guerra angloboera. Dalla lotta armata a quella senz'armi, dal campo di battaglia alle battaglie parlamentari: l'iter di Churchill era già tracciato. E nelle battaglie parlamentari, quest'uomo darà il meglio di sé (nonostante un difetto di pronuncia: incespicava sulle «s»).
Già nel suo secondo discorso pronunciato all'età di ventisei anni, dimostrò di essere un politico di razza. Era quello un discorso che prendeva le mosse da una mozione presentata in favore dell'aumento delle spese militari e dell'allestimento di uno speciale corpo di fanteria. Là dove suo padre era caduto scivolando sulla buccia delle riduzioni degli armamenti, Churchill stravinse convincendo il Parlamento a rimandare il progetto presentato dal segretario alla guerra, St. John Brodrick, di creare tre corpi d'armata permanenti, un progetto destinato a gravare parecchio sulle finanze dello stato. Contemporaneamente esaltò il ruolo della flotta, dicendo che l'avvenire bellico della Gran Bretagna era nelle sue navi destinate a solcare tutti i mari, difendendo gli interessi britannici ovunque essi si trovassero minacciati. La lezione delle cannoniere che avevano risalito il corso del Nilo nella guerra del Sudan non era stata dimenticata. Tre corpi d'armata, ricordò Churchill, si sarebbero rivelati pochi in caso di guerra tra stati, guerra che non avrebbe potuto non essere coinvolgente a un massimo grado causando la rovina totale del vinto, ma anche il disastro economico per il vincitore, e sarebbero risultati troppi in caso di guerra coloniale. Il discorso del deputato di Oldham fu tale che il progetto di Brodrick fu messo da parte e lo stesso Brodrick lasciò il ministero della guerra. Che successo maggiore di questo avrebbe potuto volere Winston Churchill? Con una sola mossa aveva riscattato la memoria paterna e sbaragliato il suo avversario politico del momento. Potenza dell'oratoria o magia e fascino personali? Probabilmente tutte e tre le cose insieme. Basti pensare al tono quasi messianico del suo messaggio: «Un conflitto europeo altro non sarebbe che una lotta portata avanti senza pietà; una lotta che, se mai dovessimo ottenere gli amari frutti della vittoria, necessiterebbe forse per molti anni di tutti gli uomini validi del paese, il fermo totale dell'industria di pace e la concentrazione verso uno scopo unico di tutte le energie vitali della comunità». Per concludere poi con la frase già sintetizzata che una guerra europea sarebbe potuta finire solo con la completa rovina del vinto e il collasso commerciale da parte del vincitore. Non dimentichiamo la data del discorso: 12 maggio 1901. Si trattava, come abbiamo visto, della ripresa della polemica paterna, ma non solo di questo; da un punto di vista politico, il discorso era un piccolo capolavoro. La prima mossa del neo deputato, il dissidio beninteso con il suo partito, era da manuale. Churchill maestro dunque del tatticismo politico? L'accusa gli verrà mossa più tardi dai deputati conservatori molti dei quali arriveranno a definirlo un voltagabbana. Nel suo discorso d'esordio ai Comuni, aveva già scandalizzato l'uditorio difendendo il punto di vista dei boeri («se fossi un boero sarei sul campo di battaglia» aveva esclamato); in questo secondo discorso intese rifarsi alla politica paterna e lo disse a chiare lettere affermando di «levare di nuovo la bandiera abbandonata su un campo devastato».
IL LEONCINO DEL PARLAMENTO
Winston Spencer Churchill sei anni dopo la morte del padre si accinse a scriverne la biografia. A poco a poco si instaurò una sorta di identità tra il biografo e il suo soggetto tanto che il discorso alla Camera dei Comuni sulla bandiera lacerata era diretto proprio alla figura paterna di cui il figlio voleva prenderne il retaggio. Fu per questo che i nemici di suo padre divennero tutti nemici suoi. Un simile atteggiamento non era fatto certo per conciliare gli animi e nonostante Churchill nei primi tempi pronunciasse solo due discorsi al mese, i suoi erano discorsi mirati, con obiettivi ben precisi. Non per nulla ognuno di essi gli prendeva almeno un paio di settimane di preparazione, alcune volte anche sei. Si rivelava per quello che era, un uomo che amava la provocazione politica sia pure fatta in punta di penna; i suoi discorsi d'altra parte erano tutti imparati a memoria. Lo aiutò in questo la sua incredibile capacità mnemonica. I conservatori erano divisi sulla questione delle tariffe e del protezionismo. Nel dicembre 1905 aveva dato le dimissioni Arthur Balfour, impossibilitato a ottenere la coesione del partito conservatore. Un liberale, Sir Campbell-Bannermann, era stato chiamato dal re. Il gruppo presentato dal nuovo leader comprendeva anche due giovani: Lloyd George e Winston Churchill, segretario parlamentare per le Colonie. Nelle elezioni la vittoria dei liberali fu schiacciante: furono loro assegnati 377 seggi, gli irlandesi ne ebbero 83 e i laburisti 53. Da parte loro i conservatori raggranellarono 157 deputati divisi in tre tendenze. Churchill ottenne un'enorme maggioranza, non più a Oldham ma a Manchester. Come sottosegretario alle Colonie, membro dei Comuni, aveva l'in |