Principio attivo: 75 mg di irbesartan.
Da bianco a quasi bianco, biconvesse, di forma ovale con un cuore impresso su un lato ed il numero 2771 su l'altro lato.
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| % dei pazienti | ||
| Irbesartan | Placebo | |
| Evento avverso | Monoterapia | |
| N =1965 | N = 641 | |
| Infezioni respiratorie (a) | 18,4 | 18,6 |
| Cefalea | 12,3 | 16,7* |
| Dolore muscoloscheletrico (b) | 7,3 | 8,4 |
| Vertigini | 4,9 | 5,0 |
| Stanchezza | 4,3 | 3,7 |
| Diarrea | 3,1 | 2,2 |
| Tosse | 2,8 | 2,7 |
| Nausea/vomito | 2,1 | 2,8 |
| Trauma muscoloscheletrico | 1,9* | 0,5 |
| Dolore toracico | 1,8 | 1,7 |
| Dispepsia/bruciore di stomaco | 1,7 | 1,1 |
| Edema | 1,5 | 2,3 |
| Dolore addominale | 1,4 | 2,0 |
| Rash | 1,3 | 2,0 |
| Tachicardia | 1,2 | 0,9 |
| Ansia/nervosismo | 1,1 | 0,9 |
| Infezioni delle vie urinarie (UTI) | 1,1 | 1,4 |
(a) Include le infezioni delle vie respiratorie superiori, anormalità dei seni paranasali, influenza, faringite e rinite.
(b) Include dolore muscoloscheletrico e dolore muscoloscheletrico persistente e mialgia.
*Indica una differenza statisticamente significativa tra i gruppi (p minore di 0,05).
Gli eventi avversi si sono verificati con frequenza simile nei pazienti trattati con placebo e irbesartan ad eccezione della cefalea, del trauma muscoloscheletrico e dell'arrossamento. La cefalea si è verificata significativamente più spesso nel gruppo placebo. Traumi muscoloscheletrici di tipi e cause diversi si sono verificati con una incidenza significativamente maggiore nel gruppo irbesartan; tutti i traumi muscoloscheletrici riportati sono stati considerati dagli investigatori come non correlati all'irbesartan. Arrossamento si è verificato nello 0,6% dei pazienti trattati con irbesartan e in nessuno dei pazienti trattati con placebo.
La comparsa di arrossamento non è stata correlata con la dose, non si è associata ad altri eventi clinici e la relazione con la terapia con irbesartan è sconosciuta.
Negli studi clinici controllati non si sono verificati cambiamenti clinicamente significativi nei parametri dei test di laboratorio. Sebbene un significativo incremento nei livelli plasmatici di creatininchinasi si sia verificato più frequentemente nei soggetti trattati con irbesartan (1,7% vs 0,7% nei pazienti trattati con placebo), nessuno di tali incrementi è stato classificato come grave, nessuno ha determinato l'interruzione del farmaco o è stato associato con eventi muscoloscheletrici clinicamente riscontrabili.
Non è necessario alcun monitoraggio particolare dei parametri di laboratorio per i pazienti con ipertensione arteriosa essenziale che assumono Karvea, quando la funzione renale è normale (vedi "Speciali avvertenze e precauzioni per l'uso").
Esperienza post-marketing: come con altri antagonisti dei recettori dell'angiotensina-II, dalla commercializzazione di irbesartan sono stati riportati rari casi di reazioni di ipersensibilità (rash, orticaria, angioedema). Durante il periodo successivo alla commercializzazione, inoltre, sono stati riportati molto raramente i seguenti eventi: astenia, diarrea, vertigini, dispepsia, cefalea, iperpotassemia, mialgia, nausea, tachicardia, anormalità della funzione epatica, inclusa l'epatite e funzione renale compromessa inclusi casi isolati di insufficienza renale in pazienti a rischio (vedi "Speciali avvertenze e precauzioni per l'uso).
Irbesartan non viene rimosso per emodialisi.
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Irbesartan è un antagonista, potente e selettivo, dei recettori dell'angiotensina-II (tipo AT1 ), attivo per somministrazione orale. Il farmaco si ritiene che blocchi tutti gli effetti dell'angiotensina-II mediati dai recettori di tipo AT1 , e ciò indipendentemente dall'origine della sintesi dell'angiotensina-II. L'antagonismo selettivo per i recettori dell'angiotensina-II (AT1 ) provoca un aumento nei livelli plasmatici di renina e angiotensina-II ed una riduzione nella concentrazione plasmatica dell'aldosterone. La potassiemia non viene invece sostanzialmente modificata dall'irbesartan da solo ai dosaggi raccomandati. L'irbesartan non inibisce l'ACE (kininasi II), un enzima che genera angiotensina II e catabolizza la bradichinina con produzione di metaboliti inattivi. Irbesartan non richiede un'attivazione metabolica per esplicare la propria attività farmacologica.
Irbesartan riduce i valori di pressione arteriosa lasciando sostanzialmente inalterata la frequenza cardiaca. La riduzione della pressione arteriosa è dose-dipendente per monosomministrazioni giornaliere con una tendenza verso un plateau a dosi superiori a 300 mg.
Dosi di 150-300 mg una volta al giorno sono risultate in grado di ridurre i valori di pressione arteriosa rilevati in posizione supina o seduta per tutto il periodo considerato (fino a 24 ore dall'ultima assunzione del farmaco), con decrementi medi superiori di 8-13/5-8 mmHg (rispettivamente di valori sistolici e diastolici) rispetto a quelli rilevati con placebo.
Il picco della riduzione pressoria viene raggiunto entro 3-6 ore dopo la somministrazione e l'effetto di riduzione della pressione arteriosa viene mantenuto per almeno 24 ore. Ai dosaggi raccomandati, alla 24ª ora la riduzione della pressione arteriosa è ancora circa il 60-70% rispetto al corrispondente picco massimo di riduzione sistolico e diastolico.
Una dose di 150 mg in monosomministrazione giornaliera ha prodotto una risposta antipertensiva per 24 ore del tutto simile ad una somministrazione della stessa quantità di farmaco in 2 dosi refratte.
L'effetto antipertensivo di Karvea è evidente entro 1-2 settimane di trattamento, con un massimo dell'effetto ottenibile entro 4-6 settimane dall'inizio della terapia. L'effetto antipertensivo risulta solitamente costante durante la terapia a lungo termine. Dopo sospensione improvvisa del farmaco la pressione arteriosa ritorna gradualmente ai valori di base. Non è stato osservato un effetto "rebound" sui valori pressori.
Gli effetti di riduzione della pressione arteriosa dell'irbesartan e dei diuretici tiazidici si sommano. In pazienti non adeguatamente controllati con irbesartan da solo, l'aggiunta di una bassa dose di idroclorotiazide (12,5 mg) all'irbesartan in monosomministrazione giornaliera, produce una ulteriore riduzione della pressione arteriosa fino ad un massimo di 7-10/3-6 mmHg rispetto a placebo (rispettivamente valori sistolici e diastolici).
L'efficacia di Karvea non è influenzata dall'età o dal sesso. Come nel caso di altri farmaci che influiscono sul sistema renina-angiotensina, pazienti ipertesi di razza nera notoriamente hanno una risposta inferiore alla monoterapia con irbesartan. Quando irbesartan viene somministrato in associazione ad una bassa dose di idroclorotiazide (per es.: 12,5 mg/die), la risposta antipertensiva dei pazienti di razza nera riflette quella dei pazienti di razza bianca.
Non c'è un effetto clinico rilevante sui livelli sierici di acido urico o sulla secrezione di acido urico urinario.
La concomitante assunzione di cibo non influenza significativamente la biodisponibilità di irbesartan.
Il legame proteico è approssimativamente pari al 96%, con una quota di legame alle cellule ematiche del tutto trascurabile. Il volume di distribuzione è di 53-93 litri.
Dopo somministrazione orale o endovenosa di irbesartan marcato con 14 C, una quota pari all'80-85% della radioattività rilevata è attribuibile a irbesartan immodificato. Irbesartan viene metabolizzato per via epatica mediante ossidazione e glicuronoconiugazione. Il metabolita circolante maggiormente rappresentato (approssimativamente 6%) è l'irbesartan glicuronide. Studi in vitro indicano che irbesartan viene soprattutto ossidato tramite il citocromo P450-isoenzima CYP2C9. L'isoenzima CYP3A4 ha un effetto trascurabile.
Irbesartan, nell'intervallo di dosaggio da 10 a 600 mg, possiede una farmacocinetica lineare e dose proporzionale. È stato osservato un incremento meno che proporzionale nell'assorbimento orale alle dosi superiori ai 600 mg (due volte la dose massima raccomandata); il meccanismo di ciò risulta sconosciuto.
I picchi delle concentrazioni plasmatiche sono raggiunti 1,5-2 ore dopo la somministrazione orale. Le clearance corporea totale e renale sono rispettivamente di 157-176 e 3-3,5 ml/min. L'emivita di eliminazione terminale dell'irbesartan è di 11-15 ore. La concentrazione plasmatica allo stato stazionario viene raggiunta entro 3 giorni dall'inizio della monosomministrazione giornaliera.
Un ridotto accumulo di irbesartan (minore di 20%) viene osservato nel plasma dopo ripetute monosomministrazioni giornaliere. In uno studio, sono state osservate concentrazioni plasmatiche un po'più alte nelle pazienti ipertese. In ogni caso, non sono emerse differenze nell'emivita ne'nell'accumulo di irbesartan. Non sono necessari aggiustamenti del dosaggio nelle pazienti.
I valori di AUC e Cmax dell'irbesartan sono risultati un po'più alti anche in pazienti anziani (
³ 65 anni) rispetto ai soggetti giovani (18-40 anni). Comunque l'emivita terminale non è risultata significativamente modificata. Non sono necessari, nei pazienti anziani, aggiustamenti del dosaggio.Irbesartan e i suoi metaboliti vengono eliminati sia per via biliare che renale. Dopo somministrazione orale o endovenosa di irbesartan 14 C, il 20% circa della radioattività è rinvenuta nelle urine, mentre il rimanente è rilevabile nelle feci. Meno del 2% della dose assunta di farmaco viene escreta nelle urine come irbesartan immodificato.
Insufficienza renale: in soggetti con insufficienza renale o emodializzati, i parametri di farmacocinetica di irbesartan non risultano significativamente modificati.
Irbesartan non viene rimosso durante il processo di emodialisi.
Insufficienza epatica: in soggetti con cirrosi epatica di grado lieve-moderato, i parametri di farmacocinetica di irbesartan non risultano significativamente modificati. Non sono stati condotti studi in pazienti con grave insufficienza epatica.
A dosi molto alte (³ 500 mg/kg/die) cambiamenti degenerativi nel rene (come nefrite interstiziale, distensione tubulare, tubuli basofili, aumentate concentrazioni plasmatiche di urea e creatinina) furono indotte dall'irbesartan nel ratto e nel macaco e sono considerate secondarie all'effetto ipotensivo del farmaco che comporta una diminuita perfusione renale. Inoltre, l'irbesartan ha indotto iperplasia/ipertrofia delle cellule juxtaglomerulari (nei ratti ³ 90 mg/kg/die, nei macachi ³ 10 mg/kg/die). Tutti questi cambiamenti sono stati considerati causati dall'azione farmacologica dell'irbesartan. Alle dosi terapeutiche di irbesartan nell'uomo, l'iperplasia/ipertrofia delle cellule renali juxtaglomerulari non sembra avere rilevanza.
Non sono stati rilevati effetti di mutagenicità, clastogenicità o carcinogenicità.
Gli studi con irbesartan su animali evidenziano effetti tossici transitori (dilatazione della pelvi renale, idrouretere e edema sottocutaneo) nei feti di ratto, che regrediscono dopo la nascita. Nei conigli è stato riscontrato aborto o precoce riassorbimento dell'embrione a dosi alle quali si associa significativa tossicità materna, inclusa la morte. Non sono stati osservati effetti teratogeni né nel ratto né nel coniglio.
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