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Quel Reich che doveva dominare il mondo per 1000 anni


 

 L'IRRESISTIBILE
 ASCESA  DI
ADOLF HITLER


 

Quando Adolf Hitler prese il potere in Germania, il 30 gennaio 1933, non lo fece come dittatore ma seguendo un percorso, nella forma costituzionale, perfettamente democratico. L'ex imbianchino e caporale decorato al valore della Prima guerra mondiale, l'ipnotico retore austriaco che tra i tavoli delle birrerie di Monaco aveva infiammato i reduci umiliati, i disoccupati, i perdenti di una Storia rivoltatasi contro il destino tedesco, aveva ottenuto la carica di capo del governo come ogni abile politico prima di lui: conquistando il favore della gente, raccogliendo voti. 
Il primo governo Hitler fu infatti un governo di coalizione, nel quale il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori possedeva soltanto tre ministeri su undici. 

La storiografia non ha smesso di interrogarsi sulle responsabilità oggettive del popolo tedesco nella scalata al potere di una delle più grandi figure criminali di questo secolo, quel che è certo però è che - benché per avvicinarsi alla massima carica del governo tedesco Hitler avesse blandito con astuzia ogni ceto sociale, minimizzando gli aspetti estremistici del suo progetto politico - la Germania degli anni Trenta conosceva perfettamente il percorso di questo carismatico personaggio venuto dal nulla. Un libro, il Mein Kampf, stava ad attestare dove si dirigesse l'utopia del programma hitleriano, e ciascun tedesco poteva cancellare ogni dubbio sulle intenzioni del nazismo semplicemente andando ad acquistarne una copia in libreria. (quello era ormai il Vangelo!)

La Germania, quindi, non voleva vedere. Troppo profonde le ferite dalle quali stava cercando di guarire, troppa la paura che un fantasma, "innaturale" per la tradizione culturale e mentale tedesca, si impossessasse del paese: il disordine. La Germania di Weimar era infatti un territorio attraversato da continue incertezze politiche, economiche e sociali, un humus pericoloso dal quale, dopo la crisi del 1929 germogliata in America e dilagata in Europa, gli estremismi politici trovavano una straordinaria capacità di fioritura. Gli scontri tra simpatizzanti comunisti e nazisti, e tra questi e le forze dell'ordine, erano infatti cronaca quotidiana. Ultimamente, solo un storico attento (e contestato) come Ernst Nolte ha riportato alla memoria storiografica la responsabilità che, in quegli anni, ebbero entrambi gli estremismi, rosso e nero, e come quest'ultimo seppe sfruttare la paura della piccola e grande borghesia per la Rivoluzione che sembrava alle porte anche in Europa.

Il vento del leninismo soffiava sul continente, e la stessa socialdemocrazia ne sembrava travolta. Quello che i nazisti offrivano al popolo tedesco era ciò che esso anelava di sentirsi dire: il recupero dell'orgoglio nazionale, il ritorno all'ordine e alla stabilità, la difesa di determinati privilegi di corporazione. È erroneo, però, definire il nazismo un movimento conservatore. Esso fu, piuttosto, un incoerente miscuglio di reazione e rivoluzione, e questo secondo aspetto - che potremmo tranquillamente definire "di sinistra", basti considerare la forte carica anticapitalista, e socialista del movimento delle SA  (formazione paramilitare) ebbe una non secondaria importanza. Il colore scelto dallo stesso Hitler, con intento provocatorio, per i vessilli nazisti fu proprio il rosso nel quale campeggiava un cerchio bianco contenente la svastica, simbolo del partito. Un deliberato proposito di vaghezza ideologica caratterizzò quindi i primi passi del partito nazista, che intendeva così blandire il maggior numero di tedeschi. Mentre le forze politiche concorrenti rappresentavano un preciso blocco sociale e determinati interessi, i propagandisti nazisti arrivavano a modificare il proprio messaggio a seconda dell'uditorio che si trovavano di fronte. 

Alcuni attivisti non si fecero scrupolo a cantare vecchie canzoni socialiste, modificandone il testo, e in qualche occasione, tra affiliati, si chiamavano "compagni", come era d'uso tra gli attivisti di sinistra. Agli agricoltori, i nazisti promettevano un ritorno alle felici tradizioni rurali della vecchia Germania; agli Junker (i grossi possidenti terrieri prussiani) assicuravano il mantenimento dei vecchi privilegi e dei rigidi rapporti tra grandi e piccoli proprietari di terra; ai commercianti e piccoli borghesi promettevano una politica dura verso i grandi monopoli economici e capitalisti, così come sarebbero stati inflessibili contro il marxismo che minacciava la libera impresa e la proprietà privata; agli operai, infine, i nazisti promettevano una politica sociale attenta al popolo lavoratore (non dimentichiamo che la dicitura completa del partito era Partito Nazionalsocialista dei lavoratori, ndr).

Un aspetto "programmatico", però, non subiva adattamenti di sorta: era il razzismo. Nei cosiddetti Venticinque Punti del programma hitleriano, infatti, questo elemento, insieme al disprezzo per la Repubblica di Weimar e un nazionalismo intransigente, assurgeva a vero e proprio segno distintivo dalle altre forze politiche. Alle elezioni nazionali del settembre 1930, i nazisti ottennero sei milioni e mezzo di voti e risultarono il partito più votato dopo i socialdemocratici. È proprio nella caotica situazione politica dei primi anni Trenta che il partito nazista riesce a sfruttare la situazione e a raccogliere un consenso sempre maggiore nelle frequenti consultazioni elettorali, conseguenza di un'instabilità politica che, oggi, definiremmo "all'italiana". Ancora nel 1932, il governo tedesco indisse nuove elezioni nazionali nel tentativo di creare uno straccio di maggioranza in grado di garantire una normale legislatura. 

In questa occasione i nazisti eseguirono un autentico capolavoro propagandistico e "di convincimento", bilanciando astutamente un'abile campagna di attivismo (parate, dimostrazioni, convegni) a veri e propri atti di squadrismo per zittire la voce degli avversari. Entrambi questi comportamenti diedero ai tedeschi una duplice sensazione: che i nazisti fossero dotati di uno slancio idealistico superiore agli altri attivisti (ogni strada era coperta da manifestini, volantini, i marciapiedi erano dipinti con svastiche) e che - come conseguenza - il futuro fosse ineluttabilmente loro. Nei piccoli centri, in occasione di queste lezioni, il partito nazista raccolse i maggiori consensi. Pur non diventando la maggioranza assoluta, i nazisti divennero però il classico ago della bilancia, una forza dalla quale non si poteva più prescindere. Conservatori e nazionalisti si rassegnarono quindi ad assistere alla scalata alla carica di Cancelliere di Hitler, nominato nel gennaio 1933 dal presidente Hindenburg. 

L'inverno che fece da cornice a questo simbolico "passaggio di consegne" tra una Germania e l'altra, quella tradizionalista e austera del vecchio eroe di guerra Hindenburg e quella esaltata ed aggressiva di Hitler, fu premonitore di un inverno della ragione che sarebbe calato sul paese. Hitler non perse tempo nel costruire a veloci tappe le fondamenta di un sistema totalitario senza precedenti nella storia europea (al di là degli Urali, peraltro, il totalitarismo era già realtà, e quello stesso anno avrebbe ricevuto la definitiva consacrazione con il consolidamento del potere di Stalin, ndr): ogni elemento fu sfruttato, nulla fu lasciato al caso, e diversi pretesti permisero a Hitler di impossessarsi del potere assoluto. Il primo passo avvenne nel febbraio di quell'anno: il giorno 27 un giovane anarchico olandese appiccò il fuoco al Reichstag di Berlino. Questo atto servì di pretesto a Hitler per sostenere che la Germania era sul punto di cadere sotto il maglio della rivoluzione comunista.

Il giorno seguente ottenne dal presidente Hindenburg l'approvazione di un decreto che va ricordato come il primo mattone del regime nazista: le "Leggi per la Difesa del Popolo tedesco". Ossia, fuor da ogni eufemismo politico, la sospensione "temporanea" dei diritti civili. Sfruttando un'emergenza, quindi, Hitler otteneva il nulla osta per scatenarsi contro i propri nemici, sicuro di non pagarne le conseguenze. Le formazioni paramilitari delle SA e delle SS ne approfittarono immediatamente per scatenarsi contro ebrei, comunisti, oppositori in genere. 40.000 uomini agli ordini del Führer ottennero la completa immunità e non ebbero problemi a distruggere le sedi dei partiti avversari, bruciare il loro materiale propagandistico, arrestare i nemici, chiudere le tipografie "sgradite", interrompere i raduni socialdemocratici. 

In questo clima allucinante, a marzo, si tennero nuove elezioni, che diedero ai nazisti la maggioranza tanto agognata: insieme agli alleati nazionalisti, essi ottennero il 52 % dei voti. Nasceva così un "legittimo" governo di coalizione. Due settimane dopo Hitler strappava da un Reichstag obbediente una "Legge sui pieni poteri" (Ermächtigungsgesetz), che dava al gabinetto governativo (al Führer, cioè) il potere di promulgare leggi, stabilire il bilancio, firmare trattati con paesi stranieri e attuare emendamenti alla Costituzione. La libertà era morta definitivamente. Il progetto di nazificazione della Germania partì senza indugi e prese l'asettico nome di Gleichschaltung (coordinamento, allineamento).

Come prima cosa i partiti che non fossero quello nazista (anche gli alleati nazionalisti) vennero sciolti, in secondo luogo i sindacati vennero aboliti. Il "coordinamento" significava, d'ora in poi, una sola cosa: ogni istituzione, organizzazione, associazione, ogni entità che si proponessero di riunire individui doveva passare sotto il controllo del partito nazista. "Questa fu la rivoluzione nazista - scrive Alan Bullock, tra i migliori storici dell'hitlerismo - prodotto di tre elementi. Il primo fu l'utilizzazione dell'autorità legalmente ottenuta per impadronirsi delle risorse dello stato e del suo apparato amministrativo. I nazisti si garantirono così il controllo della polizia, la neutralità delle forze armate e il potere (che esercitarono senza scrupoli) di liquidare ogni funzionario sospetto non diciamo di opposizione ma di semplice indifferenza nei confronti del nuovo regime.

 Il secondo elemento fu il terrorismo, che consisteva non nella violazione della legge e dell'ordine ma in qualcosa di ancor più sconvolgente, cioè nella deliberata ignoranza della loro esistenza. […] Al potere coattivo del terrorismo si aggiunse il potere di attrazione di una martellante propaganda condotta per mezzo della radio, della stampa e del cinema per annunciare la rinascita nazionale della Germania. E questo fu il terzo elemento". Hilter, la cui autorità era ovviamente assoluta, puntò alla costruzione di un sistema di potere dove qualsiasi carica sotto di lui avesse uno o più corrispettivi e concorrenti in altre sezioni. Questa particolare sovrapposizione burocratica, benché potesse sembrare autolesionista e assurda ai fini dell'efficienza amministrativa, permetteva ad Hitler di mantenere saldo il potere, senza far apparire all'orizzonte scomodi rivali. Gauleiter, ufficiali, presidenti di varie associazioni si videro assegnare poteri i cui confini non erano perfettamente definiti. Le sovrapposizioni tra gli organismi del partito e quelli tradizionali dell'amministrazione, poi, era totale, causando continui conflitti di competenza. Il risultato era che nessuno sapeva di chi fosse superiore: l'unica cosa certa era che, sopra tutto e tutti, ci fosse il Führer.

La tanto decantata efficienza teutonica, quindi, risultò nel regime nazista un falso mito: l'organizzazione del partito e dello stato, in continua concorrenza, subirono gravissimi rallentamenti ed inefficienze. Sempre secondo questa logica del "divide et impera", gli stessi uomini vicini al Führer ottennero onorificenze e potere, ma per tutta la durata del regime vissero in continua competizione e odio reciproco. Hermann Göring divenne primo ministro e ministro degli Interni della Prussia, commissario del Reich per l'Aviazione, commissario per il Patrimonio Forestale del Reich. Questi poteri gli permisero di controllare, in concorrenza con i generali competenti, la Luftwaffe, e di agire a livello internazionale, in concorrenza con il Ministeri. Rudolf Hess, il fido compagno di cella che scrisse sotto dettatura il Mein Kampf, divenne "vice-Führer", ed ottenne un grosso potere nel partito, ma quasi subito Hitler conferì a Robert Ley, capo del Fronte Tedesco dei Lavoratori (il sindacato di regime) la carica parallela di capo dell'organizzazione del partito. Hess e Ley per tutti gli anni trenta si ostacolarono e avversarono vicendevolmente.

Questo caos, ai livelli più alti come a quelli inferiori, divenne un triste epitaffio della mitica amministrazione pubblica tedesca che, sin dai tempi di Federico il Grande, pretendeva dai "servitori dello stato" un'eccezionale preparazione professionale e altrettanto eccellenti studi, oltre che l'obbligo a passare esami di dura selezione. Ovviamente i peggiori scontri tra funzionari pubblici e membri del partito si ebbe nell'ambito del ministero degli Interni. Il titolare del ministero fu Wilhelm Frick, ex ufficiale di polizia a Monaco, collaboratore di Hitler sin dai giorni del Putsch fallito del 1923. Nell'aprile 1933 Frick introdusse la "Legge per la ricostruzione dell'Amministrazione Pubblica": essa causò l'espulsione dagli uffici pubblici di ebrei, comunisti, socialdemocratici, ma riuscì a mantenere nei ranghi coloro che semplicemente non erano iscritti al partito. Abilmente, Frick riuscì così a mantenere una decorosa struttura di base all'amministrazione, più di un milione e mezzo di funzionari che, altrimenti, avrebbero perso il posto. 

La nazificazione della Germania continuò inarrestabile nei due anni a seguire. Il 1935 si rivela una anno fondamentale sulla strada dell'edificazione totalitaria. A quel tempo risalgono infatti le "Leggi di Norimberga", con le quali il regime cominciava a dare una struttura ed un rigore al progetto razzista di discriminazione prima e annientamento poi degli ebrei e delle altre "razze inferiori" (slavi, ad esempio). Con queste leggi Hitler assecondava le spinte di quella frangia di partito che vedeva nell'adottamento di misure razziste un elemento fondante della rivoluzione nazista. La persecuzione, quindi, veniva regolamentata, e avrebbe raggiunto il culmine (ovviamente, prima della scientifica adozione delle misure riguardanti la "Soluzione Finale", quindi la barbarie di Auschwitz) con la famigerata Krsitallnacht, la Notte dei Cristalli tra il 9 e il 10 novembre del 1938 quando SA, SS e simpatizzanti nazisti si scatenarono (la stampa parlò di "attacco spontaneo del popolo tedesco") contro i negozi e i luoghi di culto degli ebrei. "Gli aggressori - scrive Bullock - restarono impuniti, mentre gli ebrei furono multati di un miliardo e duecentocinquanta milioni di marchi e si videro confiscate dallo stato tutte le somme che le società di assicurazione avrebbero dovuto pagare per risarcirli dei danni.

A questa cosiddetta notte dei cristalli seguì la vendita coatta di imprese e di beni mentre gli ebrei venivano sfrattati, arrestati in massa e mandati ai lavori forzati". Riguardo la nascita delle Leggi di Norimberga, la leggenda narra che il 14 settembre 1935, il giorno prima di pronunciare il discorso annuale al raduno del partito a Norimberga, Hitler decise di rendere più duro il proprio testo. Per questo motivo convocò Frick e, insieme a lui, stabilì nella notte i punti cardinali che avrebbero stroncato per sempre lo stesso concetto di cittadinanza per gli ebrei. Il giorno seguente, i cittadini tedeschi di origine ebraica si sentirono dire che non erano più tali. Non solo: la "Legge per la difesa del sangue tedesco e dell'onore tedesco" proibiva i matrimoni tra cittadini tedeschi ed ebrei, vietava agli ebrei di impiegare personale femminile non ebreo di età inferiore ai 45 anni, e di esporre la bandiera del Reich. Questi provvedimenti, che potremmo ben definire epocali e che sono passati alla storia come il paradigma della persecuzione razziale, nacquero quindi in modo casuale. Ovviamente, per reagire all'adozione di queste abominevoli armi legislative, gli ebrei (e qualsiasi cittadino tedesco non nazista) non potevano trovare aiuto nel potere giudiziario.

La nazificazione, infatti, agì con straordinaria efficacia anche nei confronti della Magistratura. Come nel caso dell'amministrazione pubblica, Hitler puntò a inserire elementi fedeli al partito tra i magistrati. Bisogna anche dire che, a quel tempo, la Magistratura tedesca era caratterizzata da convinzioni sicuramente conservatrice autoritarie, e quindi accettò la "colonizzazione" nazista come il minore dei mali. Oltre ai magistrati, anche avvocati e giudici finirono nelle maglie del regime. Gli avvocati furono obbligati ad iscriversi all'unico Ordine possibile, l'Associazione Nazista degli Avvocati, che intimava ai propri membri di fare il saluto nazista in tribunale e "svolgere il proprio dovere di elettori" in occasione delle consultazioni. 

La stessa procedura giudiziaria subiva una sorta di rivoluzione ideologica: ad esempio, un avvocato diventava responsabile dello spergiuro del proprio assistito, ed un giudice che non "avesse agito nell'interesse dello stato nazionalsocialista" era passibile di dimissioni coatte. Ovviamente, come in ogni sistema totalitario (basti confrontare l'esperienza sovietica nel periodo delle purghe staliniane) il potere del pubblico ministero accrebbe a dismisura, usurpando molti poteri del giudice (visione di lettere scritte all'imputato e al suo avvocato, vaglio delle richieste di grazia, etc…). "Poiché il nazionalsocialismo e la giustizia sono una cosa sola, non vi dovrebbero essere distinzioni tra il giudice ed il pubblico ministero": questa era una delle considerazioni assolutamente normali durante gli anni del regime hitleriano. 

La nazificazione dell'ordine giudiziario portò ad un aumento incredibile dei reati: se nel 1933 i reati punibili con la pena di morte erano solo tre, dieci anni dopo erano quarantasei. La pena capitale non era sempre vincolata al tipo di reato, ma ai presupposti di "redenzione" dell'imputato. Accadeva che si fosse condannati a morte anche per semplice truffa, se non si riusciva a dimostrare alla corte la propria capacità di diventare un elemento utile al popolo tedesco. Nuovi reati minori si affacciarono sul codice civile e penale: scarso entusiasmo verso Hitler, aspetto semitico, lamentele nei confronti del governo. La sospensione del principio dell'habeas corpus, poi, decretò che ogni cittadino tedesco poteva essere arrestato senza processo: ciò permise ad SS e Gestapo - che dal 17 giugno 1936 finirono entrambe sotto il ferreo controllo di Heinrich Himmler - di agire indisturbate nei confronti di chi giudicavano "sospetto". "Nacque così - scrive Alan Bullock - quello che gli storici tedeschi chiamano l'esecutivo illegale, un apparato con cui il Führer, verso nessuno responsabile tranne che verso se stesso, poteva spazzare via ogni ostacolo al suo potere di agire al di fuori della legge o addirittura contro di essa. Il terrorismo e la polizia segreta, come la propaganda e la censura, erano componenti essenziali della società totalitaria che i nazisti stavano creando e produssero il consueto accompagnamento di delazioni, persecuzioni e corruzioni".

Qualcuno cercò di opporsi a questo stato di cose, ma fu una netta minoranza. Che fosse annichilito dal controllo soffocante del regime su ogni individuo, o sinceramente entusiasta per la "nuova Germania" che andava profilandosi all'orizzonte, il popolo tedesco cessò di essere protagonista dei destini del proprio paese. Un esempio di come il regime potesse soffocare il dissenso intellettuale fu quello del coraggioso giornalista Carl von Ossietzky, insignito del premio Nobel per la pace, direttore del giornale di sinistra berlinese Die Weltbühne, e feroce accusatore dei nazisti e delle Forze armate. Von Ossietzky fu boicottato dal regime, impedito a recarsi a Stoccolma per ricevere l'onorificenza, arrestato e deportato nel campo di concentramento di Esterwegen, dove fu torturato e minato per sempre nella salute. La propaganda nazista, per compromettere la sua immagine, diffuse a più riprese la notizia che si era convertito al nazismo. 

Il 14 maggio 1938 Von Ossietzky, nonostante le pressioni internazionali per la soluzione dell'esilio e l'intervento di personaggi carismatici come Albert Einstein, moriva in un ospedale tedesco, all'età di 48 anni. Da quell'occasione la Germania non riconobbe più il Premio Nobel. "Quando un avversario mi dice: io non mi schiererò con te, io gli rispondo calmo: tuo figlio è già con noi… Tu passerai, ma i tuoi discendenti sono già adesso nel campo nuovo. Tra non molto conosceranno solo questa nuova comunità". Queste inquietanti parole pronunciate da Hitler fanno ben comprendere come il Terzo Reich puntasse ad un dominio millenario, e desse molta importanza a "seminare" le proprie idee in quelli che sarebbero stati i cittadini tedeschi del futuro: i giovani. Questo millenarismo, la convinzione di stare creando non solo una nuova Germania, ma una nuova comunità prima all'interno dei confini tedeschi, poi in tutto il mondo, rese il regime nazista estremamente sensibile in due campi, in effetti tra loro complementari: l'educazione scolastica (di cui parleremo nella seconda puntata, ndr) e la religione.

Agendo sulla cultura, e quindi sulla memoria del paese, e minando alla base le chiese cristiane (un contro-potere che il regime faceva bene a temere), i nazisti puntarono a creare una nuova società dove i giovani non avrebbero avuto altro dio all'infuori del Führer, e il normale anelito alla trascendenza sarebbe stato sostituito da una vaga mistione di cristianesimo e paganesimo. Il controllo delle Chiese ebbe il via con un alleanza con la Chiesa luterana per indebolire e delegittimare la Chiesa cattolica, anche se in seguito gli stessi luterani si resero conto che i nazisti puntavano al controllo assoluto del pensiero religioso. 

Nacque così il Movimento Cristiano tedesco, un gruppo di ispirazione nazista, che velocemente si allargò fino a inglobare qualsiasi associazione di attivismo religioso. Una sorta di culto pagano intorno alla figura del Führer e alle ricorrenze della storia nazista venne sostituito alle tradizionali festività religiose. Il vero Natale nazista divenne quindi il 20 aprile, compleanno di Hitler, una delle festività più importanti. Il 30 gennaio, anniversario della presa del potere, era un'altra festività importante; il Primo Maggio, il 21 giugno, Solstizio d'Estate; in settembre, il raduno di Norimberga; il 9 novembre anniversario del Putsch fallito a Monaco nel 1923; la Festa del Raccolto in ottobre; il 21 dicembre, Solstizio d'Inverno (la Julfest), si assumeva il compito di sostituire e sminuire il Natale cristiano. Il rito matrimoniale assunse modalità paganeggianti: accanto ai voti religiosi le coppie dovevano sottostare a giuramenti alla Germania e a Hitler. Le SS addirittura compivano riti nazisti per il battesimo dei propri figli e ogni altro sacramento. 

I nazisti dapprima sostennero quello che chiamarono "cristianesimo positivo", nel quale, ovviamente, l'opposizione all'ateismo marxista e al giudaismo erano punti fondamentali. Durante la sua scalata al potere Hitler evitò qualsiasi scontro con l'autorità religiosa (la Germania era per due terzi protestante e per un terzo cattolica, ma quest'ultima Chiesa deteneva maggiore potere organizzativo), anzi cercò di ottenerne i favori stimolando i suoi rappresentanti a partecipare agli affari di stato, e attaccando in continuazione il materialismo marxista. Hitler aveva ricevuto un'educazione cattolica, ma da sempre avversava il Vaticano, rappresentato politicamente in Germania dal Partito Cattolico del Centro. Nei luterani, la cui organizzazione era maggiormente decentralizzata e, non dimentichiamolo, priva di una netta gerarchia ecclesiastica, Hitler riconosceva un avversario molto più malleabile.

Gli stessi luterani, poi, erano di idee molto conservatrici e diffidenti verso le nuove forme democratiche della Repubblica di Weimar: questo li portò, dapprincipio, a tifare per Hitler. Il Führer sfruttò questa simpatia iniziale per aumentare la presenza nazista tra i protestanti. Nacquero così associazioni come il Movimento per la Fede dei Cristiani tedeschi che, dall'interno, avrebbero dovuto lentamente erodere e infine annientare i valori che, apparentemente, sostenevano: una sorta di quinta colonna, quindi, all'interno del mondo religioso. Il Movimento venne affidato alla guida del reverendo Joachim Hossenfelder, consigliere per le questioni religiose. Hossenfelder definì i Cristiani Tedeschi "le SA di Gesù Cristo", e questo può bastare a definire l'uomo e le sue finalità. Nelle comunità protestanti, i Cristiani tedeschi avevano il "sacro" compito di instillare nei credenti un acceso nazionalismo e un feroce antisemitismo, oltre a sentimenti fortemente anti-cattolici. 

Per limitare la capacità di interferenza dei cattolici Hitler chiese al vice-cancelliere Franz Von Papen (ex membro del Partito cattolico del Centro) di avvicinare il Vaticano per una sorta di "compromesso": tolleranza in cambio di desistenza dall'opposizione. L'uomo di Roma deputato a rispondere all'approccio fu il cardinale Eugenio Pacelli che di lì a poco sarebbe diventato Papa Pio XII. Il Vaticano, timoroso per possibili persecuzioni nei confronti dei cattolici e, allo stesso tempo, che il nuovo regime considerasse il protestantesimo religione di stato, non tardò ad accettare. Nelle chiese cattoliche entrarono così vessilli nazisti, nelle prediche non erano inusuali riferimenti e lodi a Hitler e venivano cantate canzoni naziste durante il rito.

Il Sindacato Cattolico e la Lega Cattolica si auto-sciolsero. Il "concordato", poi, valse la parola di Hitler, cioè nulla: nel 1934 i Giovani Hitleriani cominciarono ad assaltare le sedi delle associazioni cattoliche, le SS e la Gestapo perseguitarono le figure dell'associazionismo cattolico più rappresentative e le proprietà della Chiesa cattolica vennero in parte confiscate. La Chiesa luterana, intanto, veniva fagocitata inesorabilmente dai nazisti: la riorganizzazione in 28 chiese provinciali all'interno della cosiddetta Chiesa del Reich, sotto un unico vescovo, permetteva ai nazisti un controllo pressoché assoluto. A questa alta carica fu nominato un oscuro cappellano di nome Ludwig Müller, ovviamente filo-nazista. 

Müller puntò con decisione a cancellare l'autorità del Vecchio testamento ("con la sua morale ebraica della ricompensa e le sue storie di mercanti e concubine") e a "ripulire" il Nuovo testamento dall'apporto del "rabbino Paolo". Poco tempo dopo, si tennero curiose "elezioni ecclesiastiche", che diedero ai Cristiani tedeschi il potere assoluto. Il Sinodo dei pastori Cristiani Tedeschi che si tenne di lì a poco impressionò l'opinione pubblica di tutto il mondo: tutti e duecento i pastori vestivano uniforme bruna, stivali militareschi e distintivi nazisti, e nei loro sermoni non si esitava ad affermare che "Cristo è venuto a noi attraverso Adolf Hitler". Al termine del sinodo i pastori cantarono la "Canzone di Horst Wessel", inno del partito dedicato ad un giovane (e propagandisticamente costruito) martire della causa nazista. 

Una figura importante per i luterani che si erano avevano inizialmente sostenuto il regime hitleriano, ma che non volevano esserne fagocitati, fu quella di Martin Niemöller, pastore berlinese che, quando avvertì le intenzioni reali di Hitler, diede vita alla Lega di Emergenza dei Pastori. Essa nel 1934 arrivò a raccogliere 7000 sostenitori, spaventati dalle operazioni dei nazisti. La repressione attuata dalla Gestapo non tardò a farsi sentire: delazioni, intimidazioni e boicottaggi portarono allo smembramento della Lega e all'accusa di tradimento dello stato nei confronti di Niemöller. Il pastore, e tutti i suoi più stretti collaboratori, finirono in campo di concentramento: i fedeli e gli attivisti si divisero terrorizzati. L'ultimo sermone di Niemöller intimò ai tedeschi queste parole: "Non siamo più disposti a tacere per ordine di un uomo, quando è Dio che ci ordina di parlare". Una volta ottenuto il potere assoluto, Hitler non avrebbe esitato a sostenere lo "sradicamento del cristianesimo dalla Germania. Perché non si può essere tedeschi e al tempo stesso cristiani!".

di FERRUCCIO GATTUSO 

LA SPADA DI 
HITLER....

..... SOSPESA 
SULL'EUROPA

 

di GIAN PIERO PIAZZA

Il 1938, per la Germania nazista, è l'anno della grande svolta. Come un plantigrado dalla mole minacciosa che si risveglia dopo un lungo letargo, la potenza militare tedesca si erge sull'Europa dei contrasti e delle debolezze per rivendicare e conquistarsi lo spazio vitale necessario alla fondazione di un nuovo "millenario impero germanico". Nelle sue mire di egemonia su un mondo dominato da una razza superiore, quella dei biondi ariani tedeschi, Hitler, in cinque anni di cancellierato che dall'agosto del 1934 si è tramutato in una dittatura con poteri assoluti, ha saputo accattivarsi l'incondizionato consenso di tutte le classi sociali.

Sotto il suo dominio la Germania, umiliata dalla disfatta della prima guerra mondiale e vessata dalle sanzioni del trattato di Versailles che avevano polverizzato l'impero di Guglielmo II, facendo precipitare il popolo tedesco in una gravissima crisi economica, si era miracolosamente risollevata. Grazie anche all'acume politico e alle doti "manageriali" del vicecancelliere FRANZ von PAPEN, che aveva saputo ottenere dalle potenze vincitrici l'assenso alla risoluzione dei pesantissimi debiti di guerra, una rovina per le già agonizzanti risorse finanziarie tedesche, e riorganizzare tutte le componenti vitali del Paese, forze armate comprese, il dittatore nazista era riuscito a far uscire prepotentemente la nazione dal tunnel dell'inflazione galoppante e da una lunga fase di ristagnante sviluppo e mortificante povertà.

Con la ripresa economica avviata a tappe forzate nel settore dei lavori pubblici (nel 1936 la Germania possedeva, unica in Europa, una organica e capillare rete di grandi comunicazioni autostradali realizzata ufficialmente per avviare il progetto di diffusione di massa dell'automobile, ma finalizzata in realtà ai rapidi spostamenti delle colonne militari ), in quello dell'industria pesante, dei cantieri navali e degli armamenti, la Germania aveva rapidamente riconquistato quel benessere interno ridotto al lumicino dalla farraginosa, contraddittoria e imbelle conduzione politica della Repubblica di Weimar.

Il clima di esaltazione popolare che era scaturito con il prorompente impatto di un'inarrestabile valanga intorno alla carismatica figura di Aldolf Hitler, salvatore della Patria e arbitro incontrastato dei fulgidi, futuri destini della rinata Germania, era il più gratificante avallo a proseguire sul cammino di un disegno politico e militare basato sulla rivincita e l'estensione del predominio nazista nel continente. Il cittadino tedesco, galvanizzato dalla riaffermazione dell'orgoglio nazionale, abilmente orchestrata dagli infuocati discorsi di Hitler e alimentata dal contagioso tripudio delle parate e dei riti delle adunate di massa, riassume la gregaria identità del personaggio descritto trent'anni prima dell'avvento al potere del dittatore nazista da uno dei padri del romanzo realista tedesco, lo scrittore Heinrich Mann, fratello di Thomas.

Protagonista dell'opera "Il suddito", data alle stampe nel 1914, alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, è il dottore in chimica Diedrich Hessling, il modello ante litteram di colui che impersonerà, di lì a qualche decennio, il tedesco tipo sotto il nazismo. Il romanzo, ambientato in un suo passo alla fine dell'Ottocento, comunica al lettore le emozioni provate da Hessling, all'epoca ancora studente, al passaggio del corteo dell'imperatore Guglielmo II: " Un'ebbrezza più nobile e più sublime di quella che dà la birra lo sollevava sulla punta dei piedi e lo innalzava nell'aria. Egli agitava il cappello alto sopra tutte le teste, in una sfera di follia entusiastica, in un cielo dove muovono in giro i nostri sentimenti più esaltanti. Là, sul cavallo, sotto l'arco delle sfilate trionfali, con i tratti marmorei e folgoranti passava il Potere. Il Potere a cui baciamo i piedi se passa sopra di noi. Il Potere che calpesta la fame, la rivolta e il disprezzo. Colui contro cui non possiamo niente, perché tutti lo amiamo; che abbiamo nel sangue perché vi abbiamo la sottomissione".

"Noi siamo un atomo di lui, una infima molecola di qualche cosa che egli ha sputato. Ciascuno di noi è niente, ma in masse ordinate, come nuovi Teutoni, come esercito, come amministrazione, Chiesa, scienza, come organizzazione economica e associazioni del potere, noi ci innalziamo a piramide fin lassù, dove sta lui, pietrificato e folgorante. Noi viviamo in lui, ne siamo parte, spietati contro quelli che ne sono lontani e trionfanti anche se egli ci distrugge: perché è così che egli giustifica il nostro amore". 

Con tali presupposti, basati sulla cieca fedeltà e la sviscerata ammirazione nell'uomo che si era posto alla guida della Germania, era giocoforza per il nazismo ottenere quel grande seguito con cui attecchì coagulando intorno a sé e al suo capo un consenso che neppure lo straordinario potere di Bismarck e di Guglielmo II aveva mai potuto conseguire. Nella sua inarrestabile scalata al successo politico Hitler si era garantito il favore unanime di tutte le categorie sociali, strumentalizzando il malcontento e le frustrazioni soprattutto delle classi più deboli e numericamente determinanti all'affermazione stabile del nazismo al potere.

La piccola borghesia, uno strato della popolazione "geneticamente" incline ad accettare l'avvento di un regime autoritario, identificava nel nazismo il compenso a tutte le umiliazioni e il gratificante senso di rivalsa a tante aspirazioni accantonate da decenni.

Il ceto medio accolse la svolta hitleriana che si poneva in eguale misura in contrasto con il disumano appiattimento del bolscevismo e la spietata logica del capitalismo americano come il supremo rimedio e baluardo al pericolo di un avvenire comunista e a quello di una società dominata dalle grandi concentrazioni di potere economico. Le masse contadine, dal canto loro, furono fin dagli esordi del nazionalsocialismo i più strenui seguaci e sostenitori del nuovo movimento politico, nei cui slogan propagandistici intravedevano l'unica vera sfida al potere politico prevalentemente urbano, inconsistente e contraddittorio della repubblica di Weimar e di quei governi antecedenti al potere accentratore e senza rivali affluito poi nelle mani di Hitler. I grandi industriali, additati a torto come il braccio economico del nazismo, non erano stati agli inizi i fautori della NSDAP, il partito di Hitler sorto nel 1923 sulle ceneri della DAP, il partito operaio fondato dal fabbro Anton Drexler con mire popolar-nazionaliste che si ispirava a una forma di socialismo moderato.

Il futuro dittatore nel suo programma politico degli esordi aveva espresso la determinazione di voler "distruggere il capitalismo" e di sostenere l'applicazione di ardite quanto rivoluzionarie e confuse teorie economiche che avevano seminato riprovazione e panico negli ambienti dei ricchi industriali del Paese. Resosi conto del grave rischio di alienarsi l'appoggio del potere economico, Hitler aveva perentoriamente accantonato ogni velleità di controllo sull'economia della Germania accontentandosi di perseguire l'affermazione essenziale, quella sul piano politico. In fin dei conti l'importante era la conquista del potere, da cui dipendeva tutto il resto. E alla fine anche la grande industria, anch'essa contraria alla democrazia popolare, alla pericolosa opportunità di contrattazione offerta ai partiti e alle organizzazioni sindacali operaie dalla repubblica di Weimar accettò a malincuore di schierarsi dalla parte di Hitler.

Anche gli intellettuali, fatta eccezione per una parte non indifferente di essi che pagarono tragicamente il loro rifiuto, dimostrarono una supina e accondiscendente forma di "allineamento" con il nazionalsocialismo. "Parecchi scrittori e uomini di cultura", scrive ancora Klaus, figlio di Thomas Mann, nella sua "Storia della Germania moderna", "si ritirarono nella loro sfera più intima, evitarono i giudizi sul presente e non delusero la cerchia dei loro lettori. Questo era possibile, ma molti altri intanto agivano diversamente. Conducevano una parte attiva, si ravvedevano, scrivevano nel modo insensato che ci si aspettava da loro. Lo facevano per debolezza, tanto più che sottomettersi al successo approvandolo era un antico vizio dello spirito tedesco, o per semplice ambizione, o più sovente per desiderio di guadagno.

Erano infatti imprese redditizie in quell'epoca il teatro, il cinema, la radio, la stampa, le pubblicazioni. Ed erano perciò facili prede dello Stato. Lo Stato nazista aveva la stessa acuta sensibilità per l'impresa culturale come strumento di potere che avevano dimostrato già prima i comunisti russi. Non si doveva scrivere, creare, rappresentare e offrire divertimenti al di fuori di quello che piaceva ai nazisti". Blanditi da irresistibili lusinghe e dal proprio tornaconto molti intellettuali si schierarono dunque apertamente con il partito hitleriano, che con insospettabile acume e una consumata astuzia riuscì anche a fornire loro gli alibi morali e patriottici necessari a farli capitolare. Il compito più arduo rimaneva la caccia al consenso della classe operaia, ma quando si piega l'intellighenzia di un'intera nazione che aveva potuto vantare i fasti intellettuali di una moderna Atene lo spazio per una protesta da parte dei lavoratori diventava inevitabilmente molto esiguo. Ciononostante non si può non rimanere perplessi di fronte all'adesione totalitaria se non alla sostanziale solidarietà dei lavoratori che si produsse a un certo punto nei confronti del nazismo.

Gli operai, che evidentemente non erano indenni dal contagio psicologico che man mano si estese a tutta la popolazione tedesca, erano pur sempre gli stessi che in poco meno di un secolo di lotte sociali e politiche si erano guadagnati un posto preminente nelle avanguardie europee delle conquiste sindacali. Tuttavia, nei dodici anni in cui la Germania fu dominata dalla ferrea morsa della dittatura nazista, quelle masse che avevano contribuito con milioni di voti all'affermazione della socialdemocrazia e delle sinistre rivoluzionarie stettero a guardare, preferendo assumere il ruolo di muti e consenzienti complici.
Hitler d'altro canto si era ben guardato dall'applicare soltanto il terrorismo contro la classe operaia. Dopo avere spento l'ultimo sussulto della contestazione popolare al nazismo nelle trincee davanti a Madrid, dove i 500 miliziani tedeschi del battaglione Thalmann si fecero massacrare per difendere gli ultimi sprazzi della repubblica spagnola, il dittatore nazista riuscì a coinvolgere milioni di lavoratori tedeschi con una politica in cui diede ampio spazio alle speranze dei ceti meno abbienti che conquistò definitivamente al suo carro con il rilancio dell'occupazione e il ritrovato benessere.

A partire dal 1935, l'anno della grande ripresa favorita dal riarmo, la disoccupazione scomparve di fatto, come scomparvero i sindacati, determinando le condizioni favorevoli per l'irreggimentazione del popolo tedesco asservito nella sua stragrande maggioranza al giogo nazista. E' in questo clima di assoluta connivenza nazionale che Hitler il 4 febbraio 1938 destituisce il ministro della Difesa generale Blomberg assumendo personalmente il comando supremo dell'esercito. Il 12 marzo, con il consenso di Francia e Inghilterra suggellato dal patto di Monaco, truppe tedesche occupano militarmente l'Austria annettendola senza resistenza alla dominazione del Terzo Reich. La follia che sempre accompagnò il dittatore nazista nel perseguire il dominio del mondo era evidentemente suffragata da un finissimo intuito politico che lo indusse a inglobare a sé tutte le forze possibili con l'arte della mediazione politica prima di esporsi militarmente in un conflitto di forze.

La prima carta l'aveva giocata il 7 marzo 1936 con la rioccupazione militare della Renania, in cui era dislocata una parte consistente dell'industria pesante. Una concessione ottenuta a tavolino con l'arte della trattativa multilaterale. I governi di Francia e Inghilterra avevano preferito abbozzare alle mire espansionistiche interne del dittatore nazista ottenendo in cambio la promessa di non ingerenza tedesca sui territori delle nazioni confinanti dell'Est europeo. Ma l'ingordigia di Hitler diventava insaziabile. Con la stessa tattica il capo del nazismo aveva posto sul tavolo del negoziato la rivendicazione del territorio dei Sudeti, una zona della Cecoslovacchia popolata in prevalenza da cittadini di nazionalità tedesca. E nel settembre del 1938, la Germania la spunta annettendosi quel territorio. 

Hitler, elettrizzato dai successi ottenuti e dalla supina accondiscendenza delle controparti, tenta il tutto per tutto e pone la richiesta di occupare Danzica, il porto polacco sul Baltico per aprirsi uno sbocco al mare.
La Polonia si affretta a stipulare un trattato d'alleanza con gli inglesi nel timore di un'occupazione nazista. Ormai Hitler non può più tergiversare e giocare d'astuzia e decide di agire a carte scoperte. 

Il 1° settembre 1939 le divisioni del Reich invadono la Polonia. Comincia per il popolo tedesco la cruenta e tragica avventura del secondo conflitto mondiale che trascinerà la Germania nel baratro della sconfitta e della distruzione.

di GIAN PIERO PIAZZA

 

La crisi economica e i contrasti sociali del dopoguerra  generano un fenomeno politico:  il fascismo, che cambierà il volto del Paese

MUSSOLINI CAVALCA  IL MALCONTENTO E DIVENTA DUCE

Il sanguinoso epilogo della prima guerra mondiale che ha lasciato sul campo dieci milioni di morti ha anche profondamente mutato la geografia politica dell'Europa, dissolvendo l'impero austro-ungarico soggiogato dalla sconfitta e ridotto a due piccole repubbliche indipendenti dall'estensione territoriale drasticamente ridimensionata dal trattato di Versailles. Già dal 21 novembre 1916, con la scomparsa di Francesco Giuseppe che un benigno destino aveva risparmiato dall'ingrato ruolo di assistere al disfacimento della più grande potenza centro-orientale del vecchio continente, il successore al trono Carlo I aveva ereditato lo scomodo incarico di liquidatore dell'impero. Il 28 ottobre 1918 il comitato nazionale di Praga proclamava l'indipendenza dei territori ceco e slovacco e il giorno successivo i Serbi, i Croati e gli Sloveni si distaccavano dal giogo imperiale. 

Il 7 novembre la Polonia si dava un nuovo assetto politico imboccando la via del governo repubblicano e l'11 novembre Carlo I, che il 3 aveva firmato l'armistizio dopo la disfatta di Vittorio Veneto in cui il suo esercito era rimasto decimato, abbandonava per sempre le redini del potere. La Germania di Guglielmo II era uscita umiliata dalla sconfitta e dalle inique clausole del trattato di pace che le avevano imposto drastiche riduzioni territoriali, i pesantissimi oneri delle riparazioni di guerra e lo smantellamento delle forze armate. Dissanguato e offeso nell'orgoglio nazionale, il popolo tedesco dal 1919 entrò in una spirale di intollerabile disagio economico e sociale, con la repubblica di Weimar che riuscì soltanto a produrre un'inflazione galoppante e rovinosa seminando scontento e frustrazione in tutti i ceti sociali.

L'ITALIA VITTORIOSA MA DELUSA  - L'Italia, uscita vittoriosa dalla Grande Guerra, era rimasta delusa dalla spartizione del nuovo assetto territoriale, con concessioni che rispettavano solo in parte le promesse fatte da Francia e Inghilterra al momento dell'entrata in guerra nel maggio del 1915, e si dibatteva in una situazione di grande disorientamento politico e morale che il conflitto aveva scatenato. Lo scontento serpeggiava pericolosamente, acuito da una diffusa sfiducia nelle istituzioni, quella democrazia liberale che non aveva saputo imporsi alla Conferenza di pace per ottenere l'attuazione dei criteri di uguaglianza e di giustizia comuni a tutte le parti in causa sul fronte dei vincitori e che aveva disatteso le speranze e le aspirazioni delle masse operaie e dei reduci di guerra.

L'Italia del 1919 era afflitta da una situazione quanto mai critica dei rapporti sociali per il drammatico contrasto fra le precarie condizioni del proletariato e dei contadini che avevano pagato un tributo di sangue e sofferenze in trincea e il lusso smodato sfrontatamente esibito dai "pescicani", i nuovi ricchi che avevano tratto enormi profitti dalla guerra con le industrie belliche. Ma la delusione e l'intolleranza alle discriminazioni si erano estese anche al ceto medio e alla piccola borghesia, una folta schiera di giovani ufficiali e di combattenti che non avevano trovato nel dopoguerra la realizzazione delle loro aspirazioni, un miglioramento economico e l'affermazione sociale cui credevano di avere diritto come contropartita alle benemerenze militari conquistate eroicamente sul campo di battaglia. I tempi erano maturi per una svolta radicale, quel fenomeno politico alimentato dalla violenza della lotta di classe, dal malcontento generale e dalla paura dei conservatori che s'impose per un ventennio alla guida del Paese, il fascismo di Mussolini.

MILANO TIENE A BATTESIMO IL FASCISMO - Il termine "fascismo" compare per la prima volta in Italia nell'ottobre del 1914, con l'allusione al fascio littorio dell'antica Roma e nel senso di unione di forze diverse coalizzate per un fine politico comune e trae la sua origine dai "Fasci di azione rivoluzionaria" sorti per opera di alcuni capi dell'interventismo fra cui Benito Mussolini dopo la sua espulsione dal partito socialista ed elementi delle sinistre che caldeggiavano, in contrasto con i loro partiti, l'entrata in guerra dell'Italia intesa come azione rivoluzionaria contro il conservatorismo dell'Impero austro-ungarico e germanico. Ma il fascismo come movimento politico nasce a Milano il 23 marzo 1919 capeggiato da Mussolini sotto il nome di "Fasci italiani di combattimento". 

Quel fatidico giorno in via San Sepolcro si danno convegno i fascisti della prima ora, un centinaio di "fedelissimi" tra cui Balbo, De Bono, Bianchi e De Vecchi, i futuri Quadrumviri della Marcia su Roma. Al suo esordio non è ancora un partito e anzi si proclama "antipartito" per eccellenza, mosso esclusivamente da un desiderio di azione più che di pensiero per operare un radicale cambiamento nelle logore e stagnanti istituzioni del Paese. Il fascismo fa appello a tutte quelle forze deluse dalla "vittoria mutilata" e quando, nell'aprile del 1919, si verifica il primo episodio di guerra civile in concomitanza con l'inizio dei grandi scioperi politici promossi dai socialisti, si schiera apertamente in appoggio ai dissidenti, ex ufficiali, studenti, nazionalisti e futuristi che il 15 danno l'assalto alla sede dell' "Avanti!" a Milano. E nel settembre si garantisce il proselitismo degli "eroi", quei legionari con le armi in pugno capeggiati da Gabriele d'Annunzio che occupano Fiume in aperta protesta contro gli Alleati e a sostegno di un nazionalismo mortificato dall'immobilismo del governo Nitti.

Ormai le condizioni sono favorevoli per la scalata al potere e il 16 novembre il movimento fascista si presenta alle elezioni politiche con un programma in cui, accanto alla difesa dei valori nazionalistici, figurano istanze di impronta politica e sociale in senso democratico, come il voto alle donne, l'abolizione del Senato, il controllo operaio delle fabbriche, l'imposta progressiva sul reddito e alcune misure anticlericali destinate nell'immediato futuro a un drastico ridimensionamento come il sequestro dei beni delle congregazioni religiose e l'abolizione delle mense vescovili.

ALLE ELEZIONI MUSSOLINI TRAVOLTO - Il responso delle urne si rivela deludente, l'unica lista del fascio, quella di Milano, ottiene una manciata di voti, appena 4795 contro i 170.000 dei socialisti e i circa 74.000 dei popolari di don Sturzo nella stessa circoscrizione. Una sconfitta di cui il partito socialista non saprà approfittare né sul piano politico con una fattiva collaborazione di governo né sul piano sociale nonostante la congiuntura estremamente favorevole dovuta al malcontento popolare per l'aumento vertiginoso del costo della vita. Il radicalismo dell'azione sindacale e la lotta di classe improntata alla conquista del potere da parte del proletariato scatenano la reazione e la paura delle forze conservatrici e il progressivo declino dei socialisti. Il movimento fascista registra allora una impennata di consensi in netta progressione dopo il fallimento dell'occupazione operaia delle fabbriche nel settembre 1920, che aveva provocato grandi preoccupazioni tra i ceti della borghesia minando il prestigio dello Stato liberale da cui non si sentivano più sufficientemente tutelati. Agrari e industriali si pongono sotto l'ala protettrice del fascismo che istituisce le "squadre d'azione" per condurre un'opera di sistematico e violento smantellamento delle organizzazioni di sinistra nei piccoli centri e nelle campagne sotto l'occhio complice e l'atteggiamento passivo del governo che sottobanco appoggiava l'iniziativa fascista. Il 15 maggio 1921 Mussolini ottiene il primo tangibile risultato politico.

COL MANGANELLO VERSO IL POTERE - Nelle elezioni tenutesi sotto l'insegna dei "blocchi nazionali" e caratterizzate da forti intimidazioni e manifestazioni di violenza i fascisti ottengono 37 seggi in Parlamento e rafforzano l'azione di propaganda proseguendo nella lotta armata antisocialista. In novembre il movimento assume la denominazione di Partito nazionale fascista e nel 1922 conta oltre 300.000 iscritti ed è la maggiore forza politica del Paese. Tutto è pronto per attuare quella mossa politica unica e peculiare passata alla storia con il marchio di una rivoluzione che in realtà è stata il passaggio indolore di una riforma politica in senso autoritario auspicata dai detentori del potere, dalla monarchia e dall'esercito, dal capitalismo e dalla stessa Chiesa. 

Una rivoluzione antiborghese fomentata dalla borghesia per annientare lo stato borghese salvo poi ricostruirlo più forte e reazionario di prima. Il 1922 rappresenta per l'Italia l'anno forse più denso di storia di questo secolo, culminato nella Marcia su Roma, il segno plateale del grande cambiamento sotto il tallone dell' Uomo del destino che avrebbe trascinato il Paese nel sanguinoso baratro della seconda guerra mondiale. 

Dell'ascesa al potere assoluto di Mussolini e dell'alleanza con la Germania di Hitler caratterizzata da mille voltafaccia e ripensamenti tratteremo in altre puntate.

GIAN PIERO PIAZZA