(ovvero: un bel caso di coscienza)
Racconto breve di Carlo
Anibaldi (novembre 1997)
La nebbia a
Venezia non è certo una rarità in questa stagione, ma nei miei quasi cinquant’anni
non avevo mai visto nulla di simile. Sono oramai cinque giorni che si vive in
un gomitolo di lana candida, sono spariti il giorno e la notte, il sole ed i
colori, anche la gente allegra sembra sparita in quel gomitolo, ma soprattutto
è sparita l’autostrada ed è per questo che mi trovo a passeggiare in Piazzale
Roma in attesa del treno che mi porterà a Verona.
Il mio
orologio, e null’altro per la verità, dice che è oramai giorno fatto, ma sul
piazzale e nell’atrio della stazione si contano solo pochi viaggiatori
infreddoliti.
L’atmosfera
di questo giorno che è cominciato non mi piace per niente, c’è però di buono
che non ho difficoltà a trovare una sistemazione in treno: lo scompartimento è
addirittura vuoto come pensavo capitasse oramai solo sui trenini di provincia o
in certi film quando serve alla scena.
Non è un
viaggio lungo fino a Verona, ma dato che sono solo e di cattivo umore, provo a
dormire un po’. E’ una questione di pochi minuti,credo, quando l’aprirsi della
porta dello scompartimento mi fa sobbalzare: un uomo alto, ben vestito,
suppergiù della mia età, posa una valigetta sul sedile e mi porge la mano
nell’atto di sedersi di fronte a me.
Esordisce
con un cenno del capo ed un sorriso cordiale.
- Salve, spero di non aver disturbato, ma io non amo
viaggiare solo e questo treno è deserto. Mi chiamo Adriano e, se non è un
problema potremo conversare un po’ dandoci del tu.
- No.....Nessun problema... certo. Di cosa ti occupi?
Viaggi per lavoro?
- Diciamo pure per lavoro, certo. Vado a Milano per
la presentazione di un libro in una libreria del centro. Sei anche tu diretto a
Milano?
- Verona, vado a Verona per un problema di forniture
di materiali. La mia fabbrica è praticamente ferma, inutile telefonare, devo
rendermi conto di persona di quello che succede. Tu vendi libri, se ho capito bene .....
- Sarà la libreria, spero, a vendere il libro, io
l’ho scritto e ora vado a presentarlo al pubblico.
- Presentalo intanto a me, questo libro, così ti
ripassi il discorso e poi mi ricorda la gioventù questa faccenda dei libri,
perché io, sai, sono di quei pochi che i libri non li scrive .... e da parecchi
anni nemmeno li legge. Chi mi da il tempo di leggere libri? Figurarsi
scriverli, i libri ! E poi cosa ci
potrei scrivere dentro un libro? Che il fisco mi strozza, gli operai mi mandano
in bestia, il Governo se ne infischia di noialtri e il fegato mi scoppia? E il
tuo libro, invece, di che tratta?
- Io faccio parte di un gruppo di lavoro che esplora
nuove possibilità per la soluzione di problemi antichi, abbiamo qualche idea
che ci sembra buona e questo libro è un modo per aprire un dibattito e
confrontare le opinioni.
- Scusa la franchezza, ma io sono un uomo pratico,
abituato a lavorare sodo, lontano dalle chiacchiere fumose che fanno in televisione,
in poche parole: io mi alzo presto la mattina e produco materiale elettronico
per l’aeronautica, tu ti alzi la mattina e che cosa produci?
- Una risposta potrei azzardarla, ma temo che sul
termine “produzione” dovremmo chiarire .....
- Ho capito, è già tutto chiaro, ora ti spiego con
parole mie: io lavoro da una vita a schiena curva ed ho prodotto un sacco di
cose; e sai perché l’ho fatto? Per far stare quelli come te, nulla di
personale, per carità, quelli come te, dicevo, a schiena diritta, col naso per
aria a pensare cosa scrivere in un libro per altri come te!
- C’è qualcosa di vero in quello che dici a proposito
delle nostre schiene. Anche di questo scrivo nel libro ....
- Sarebbe a dire?
- Mi riferisco alla possibilità di vivere e lavorare
tutti in modo diverso, senza curvarsi su se stessi, infatti ....
- Non c’è modo di lavorare sodo a schiena diritta!
Sarebbe il Paese dei Balocchi. Ti illudi.
- E se fosse tutto da rivedere? Sai meglio di me che
un motore per quanto sofisticato e potente , rende poco e consuma molto se il
carburante ed il lubrificante sono sbagliati e ti assicuro che sono oramai
suonati tutti i possibili campanelli d’allarme e, a meno di essere sordi ....
- Non v’è dubbio che nella tua testa ci sono
campanelli che suonano all’impazzata, ma se provassi a spegnere un momento il
carillon e ti guardassi intorno, ti accorgeresti che siamo immersi nel
benessere creato dal lavoro duro: tutti ci spostiamo con facilità, automobili,
treni, aerei; tutti abbiamo case ben riscaldate, con telefono, computer e carte
di credito; la vita è più facile per tutti, caro mio, altro che campanelli! Tu
non ti rendi conto di come si viveva solo trent’anni addietro. Tutto questo lo
dobbiamo al lavoro, quello onesto e ... a schiena curva, naturalmente!
- Sono troppi anni che stai a schiena curva ed oramai
vedi con chiarezza solo la punta delle tue scarpe! Io ho il massimo rispetto
per il lavoro onesto, tuo e di tutti, quello che porto in discussione è la
logica viziosa che schiaccia anche le buone cose, ma certo dovrai alzare un po’
la testa per rendertene conto.
- Spiegati meglio, Professore !
- L’elenco dei beni e servizi che hai fatto ci ha
reso indubbiamente la vita più comoda, potrei azzardare che insieme alla
comodità non è aumentata la serenità, il rispetto di sé e degli altri: il tuo
fegato sul punto di scoppiare sta lì a dirti che negli ultimi trent’anni, in
definitiva, non ci hai guadagnato poi molto; potrei anche tentare di farti
notare che oltre le nebbie della Padana c’è un tre quarti di mondo che del
telefonino e delle carte di credito non sa che farsene, a meno che non siano
cose buone da mangiare, potrei dirti queste e molte altre cose, ma non è tanto
di questo che vorrei discutere con te, quanto piuttosto ......
- Un comunista, un Professore comunista, ecco con chi
mi tocca viaggiare oggi! Del resto che potevo aspettarmi da una giornata
cominciata così male, questa nebbia poi ....
- La nebbia, si, dici bene .... Se non fosse per
questa nebbia a quest’ora staresti sfrecciando sull’autostrada con la tua
Mercedes con telefono, gongolandoti con le tue quattro idee oramai inutili. T’è
toccato invece confrontarti con altre idee ed eccoti pronto ad erigere barriere
pseudopolitiche; non cadrò in questa trappola della discussione “politica” , la
tua è la politica che divide, io sono per una politica che unisce e che serva
....
- Ma di che trappola cianci, quali barriere! Ho
affrontato ben altro nella mia vita! Che sarebbe poi questa storia delle mie
quattro idee inutili ?
- Nulla di personale, non devi prendertela. Io so che
sei in buona fede, onesto e leale, è solo che il mondo non andrà meglio
esasperando, tirando oltre ogni ragionevole limite, le idee che erano buone
negli anni trenta o prima : occorrono idee nuove, di quelle che fanno fare un
giro di boa, oppure pensi, ad esempio, che dopo la carrozza con tiro a sei
cavalli, il progresso sarebbe stato inventare il tiro a dodici ? No! Il
progresso vero è stato l’invenzione della macchina a vapore !
Egoismo, cinismo, sopraffazione, disprezzo per la vita, in tutto questo sono degenerate le buone idee dell’inizio di questo secolo. Io credo che tutto ciò possa cambiare: serve un allargamento della coscienza....
- Belle parole ! Ma tu lo sai che oggi, alla fine di ogni discorso realista c’è il danaro e ti assicuro che senza danaro non si muove nulla . Il danaro non è servo , ma padrone con molti servitori e , che ci piaccia o no , uno di questi è la logica del profitto ; tanto più questa logica è serrata , tanto più danaro per far girare il mondo c’è !
- Purtroppo quello che hai detto è oggi in parte vero ed è grazie a riflessioni di questo tipo che sono giunto alla conclusione che siamo all’interno di un circolo vizioso che non porta più da nessuna parte, in quanto lo sai bene anche tu che è ben altro che fa girare il mondo ......
- E’ un discorso da Oratorio Salesiano questo . Abolire la logica del profitto significa niente più danaro che circola , le fabbriche si fermano, le luci si spengono e ci incontriamo tutti intorno al fuoco a leggere il tuo libro !
- Quello che dici sembra vero esattamente come sembrava vero il discorso del proprietario terriero della Virginia di più di un secolo fa:"Dare ai negri un salario , abolire la servitù ! Tutte idiozie ! Sarebbe la rovina per tutti , negri compresi." Anche il lavoro dei bambini nelle miniere inglesi della fine del secolo scorso appariva un caposaldo dell'economia mineraria di quel tempo. I sostenitori di queste tesi erano senz'altro brave persone come te , ma le loro idee stavano oramai invecchiando con loro e invece i tempi nuovi si stavano affacciando con la forza di una diversa e più ampia coscienza : inutile opporsi, inutile sottrarsi , la scelta possibile era ed è solo una e sempre la stessa : partecipare al processo evolutivo o rimanerne tagliati fuori .
- Insomma , se ho capito bene , i tuoi campanelli ti dicono che siamo a ridosso di una svolta epocale ed io starei qui a far da zavorra dell'umanità .
- Se fosse così , sarebbe in fondo semplice e non varrebbe la pena parlarne . Il problema è che senza di te non ci sarà nessuna svolta , ma solo la deriva , verso chissà cosa .
- Non pensavo di essere così importante. Dunque è per quelli come me che hai scritto il tuo libro !
- Presto o tardi arriverà fino a te , tuo malgrado e per strade che nemmeno immagini .
- Il Professore è anche Profeta !
- Ma non capisci che ora non si tratta di colonialismo , schiavitù o lavoro minorile : ora si tratta di liberare noi stessi: liberi da... , piuttosto che liberi di ... , e in ciò ci aiuterà solo la nostra personale presa di coscienza.
- No , fermati , fammi capire ... Come puoi sostenere che io non sia padrone di me stesso , e quand'anche fosse , come può la mia liberazione interessare le svolte dell'umanità ?
- Tu devi essere di quelli che credono sia stato Cesare , Carlo Magno , Napoleone , Hitler e pochi altri a determinare le svolte epocali , come le chiami tu , che dalla preistoria ci hanno portato fino ad oggi . Questi personaggi hanno avuto la straordinaria opportunità di determinare gli eventi di interi popoli ed hanno per questo scritto la Storia degli eventi , ma la storia dell’evoluzione della Coscienza la scrive gente come te e me .... e se ci sarà o meno ancora un Hitler a scrivere un altra pezzo di Storia dipende anche da te . Capisci ora per chi l’ho scritto il mio libro ?
- E va bene , smettiamo di aggiungere cavalli al tiro della carrozza e inventiamo la macchina a vapore ! Hai qualche idea ?
- Le idee nuove non si fanno strada finché siamo attaccati a quelle vecchie , è una questione affettiva, irrazionale, che prescinde dalla bontà delle une o delle altre . Per prima cosa è quindi importante entrare in una fase di stanchezza rispetto ai propri ritmi ; poi è necessario riconoscere come ingannevole la sicurezza che ci dà il percorrere strade conosciute, solo a questo punto, che potremmo chiamare " ritorno al punto zero " , siamo pronti a dare uno sguardo di là dal muro ed accorgerci che c'è tutto un mondo che aspetta i nostri primi passi, un mondo dove gli alberi nascono, crescono, danno fiori e frutti e poi accettano di rinsecchire e tornare alla terra, perché questo è l’ordine delle cose: non c’è tristezza, depressione, angoscia e paura se comprendi di cosa sei fatto e non pretendi di fiorire per l’eternità
- Forse mi sbaglio , ma cose di questo genere non le ha già dette meglio di te qualcun altro ? San Francesco , tanto per fare un esempio fra i tanti ?
- Infatti la novità non è in quello che dico , ma nel fatto che sono io che ne parlo con te ; io che certo non sono San Francesco ne parlo a te che non sembri per niente beneficiare della vocazione francescana . Capisci la straordinaria novità ? Gente comune come noi sente pulsioni spirituali ! Il Terzo Millennio ci metterà a portata di mano quella coscienza di noi stessi che solo pochi secoli fa era esclusivo privilegio di santi e profeti.
- Intuisco , appunto , che le cose che
dici non sono scemenze , ma resta pur
sempre il fatto che la vita di noi tutti è fatta per lo più dalla maledetta
quotidianità , quella secondo cui ti devi alzare presto per andare a lavorare o
a cercare lavoro , quella che se non sei furbo ti mangiano in un boccone,
quella che se ti viene l’ulcera, e ti viene, devi andare dal dottore , quella
che se non stai attento non arrivi
al ventisette , quella ......
- quella che ti uccide ! E’ evidente che questa quotidianità dopo averti ucciso lo spirito ti annienterà letteralmente e il peggio è che avrai pure tanti rimpianti per tutto quanto hai tralasciato : vivere la totalità del tuo essere.
- Quello che dici ha il sapore agrodolce dell'utopia e per questa ragione nasconde un pericolo : il cinismo non è forse figlio del naufragio di facili illusioni?
- Le facili illusioni le incontri se percorri strade spianate da altri , ma se hai faticato e pagato di tua tasca per aprirti un varco che ti ha condotto più avanti , se hai sofferto per allargare la tua coscienza , ebbene a quel punto il nuovo orizzonte che ti si para davanti sarà tuo e parte di te più delle tue mani o dei tuoi occhi , altro che illusioni .
Il rumore secco della porta scorrevole mi fa trasalire.
- Biglietto , signore . Biglietto per favore .
- Dove siamo ..... Devo essermi addormentato intanto che conversavo . Dov’ è andato Adriano ? Ha visto un signore alto , distinto , uscire dallo scompartimento.....? Magari è sceso a una stazione.......
- Tra dieci minuti saremo a Verona e posso assicurarle che ha viaggiato da solo: ero seduto qui fuori e non ho visto nessuno entrare o uscire . Ha dormito e forse ha sognato . Arrivederci .
Ernesto e i Clochards Racconto del Maggio 1997 di Carlo Anibaldi
Non
importa se questo racconto somiglia ad un vostro sogno oppure se questo sogno
somiglia ad un racconto che avete già sentito, in quanto, come spesso accade,
sono vere entrambe queste possibilità. Ernesto era da tutti considerato una
persona mite e tranquilla, eppure quella volta che gli rubarono il portafogli
mentre passeggiava tra la gente che affollava il Lungotevere, ebbe una reazione
da leone infuriato: nel portafogli custodiva
molto più del danaro e delle carte di credito, c’erano infatti anche
bigliettini, appunti, numeri di telefono, segni tangibili del suo passaggio
quotidiano nella vita, e soprattutto il suo documento di identità.
Questo furto lo sconvolse al punto di
attivare un’insospettata energia nella ricerca del furfante che gli aveva
sottratto il danaro, la tranquilla quotidianità, l’identità.
Insomma, a forza di cercare, interrogare
persone, stanarne altre, alla fine si trovò faccia a faccia con una piccola
comunità di barboni che viveva sotto il vicino ponte sul Tevere.
Senza nemmeno doverci riflettere, Ernesto si
avventò decisamente su uno di essi…. uno di mezza età, la barba incolta, i
vestiti trasandati ; lo afferrò per il bavero della lurida giacca e, facendolo
battere ripetutamente contro il pilone del ponte, gli urlò, a due centimetri
dal suo naso rossiccio, di restituirgli le sue cose, tutte.
A farla breve, Ernesto riuscì a spaventare a
morte quell’individuo, tanto che cominciarono ad uscir fuori dalle sue tasche,
una ad una, le carte di credito, i bigliettini, gli appunti ed infine la
patente.
Ernesto quasi si gettò su quest’ultima, ma
rimase di sasso nel vedere che la sua foto su quel documento si era talmente
rovinata nelle tasche sozze del barbone, da non potersi più distinguere i
lineamenti del volto.
Messo nella tasca dei pantaloni il suo
recuperato portafogli, Ernesto si diresse
tutto assorto verso casa con l’idea fissa che quello spiacevole episodio
non gli era capitato per puro caso, forse un segno.... chissà. Infatti, passo
dopo passo, una di quelle voci di dentro si alzò per dirgli: ” Vedi bene, Ernesto...., c’è dentro di te un
clochard, tutt’altro che romantico, ma avido e senza scrupoli, che ti ruba
tutto quello che può..…. perfino la tua identità. Se continui a lasciarglielo fare rimarrai senza nessuna
possibilità di essere autentico, poiché non saprai più chi sei.
Bene hai fatto, dunque, a ribellarti con forza…..appena in
tempo…... la tua immagine già stava sbiadendo su quel documento....”
Ad ogni modo da quel giorno Ernesto fu
parecchio più attento al suo portafogli ed i clochards del lungotevere non
osarono più avvicinarglisi .......
Quasi per gioco, cercherò
di dimostrare che, per certi versi, la mia esistenza non è un fatto, ma
un’opinione, per quanto diffusa.
La parola che più di ogni
altra sentiamo pronunciare credo sia “io”: io sono, io vado, io faccio, io
credo, io...io…io…io… all’infinito.
Siamo forse talmente poco
convinti della nostra esistenza, da sentire il bisogno di ricordarcelo e
ricordarlo agli altri in continuazione. Una tale preoccupazione è del resto
giustificata: quante persone sanno della mia esistenza? Forse quattro o cinquecento, e gli altri
cinque miliardi che sono al mondo? Loro non sanno che esisto e certo non se ne
preoccupano.
Veniamo a quelle quattro o
cinquecento su cui posso contare….. ma ci posso veramente contare?
La gran parte di queste
persone hanno fuggevolmente verificato la mia esistenza in passato ed ora non
sono per loro neanche un ricordo sbiadito, nulla. Non esisto…più.
Rimane quel centinaio di
persone che incontro quasi quotidianamente, a loro è affidata la mia supposta
esistenza, ma sappiamo bene che, grosso modo, non posso aspettarmi da loro più
di un fugace pensiero ogni tanto, dunque siamo arrivati al nocciolo, cioè a
quelle otto, dieci, forse quindici persone per le quali sono importante e amato
e per questo mi pensano assai spesso: è dunque a queste sole persone che debbo
la conferma della mia esistenza, e gliene sono grato, ma temo che anche questa
sia una illusione.
Quelle poche buone e brave
persone che avvalorano la mia esistenza come fatto, in realtà sono come i
viaggiatori su un treno: credono di star fermi e invece si muovono, credono che
la campagna corra via e invece e là, ferma da sempre, credono che venga prima
l’albero e poi il ponte e invece viene prima il ponte e poi l’albero, almeno
così è per quelli dell’altro treno, che ritorna.
Insomma, a farla breve,
hanno tutti una gran confusione su come stanno le cose…. Cercano la conferma
della loro esistenza …. forse non esistono neanche loro.
Una soluzione a questo
enigma e, forse, la dimostrazione della tesi che avevo posta, è che io esisto
solo nell’attimo che fugge, quando mi penso e sono pensato, ma l’attimo che
fugge non esiste, tutta la matematica e la fisica sta lì a ricordarcelo.
E allora ecco la tesi che
più mi convince: la parte di me che è un’illusione è la maschera che indosso
per piacere al mondo, ma in quella veste, come ho appena cercato di dimostrare,
non esisto; esisto invece e mi sento un tutt’uno col mondo intero quando
do amore senza l’assillo di riceverne.
Quelle dieci o quindici
buone persone che garantiscono la mia esistenza in questo mondo perché ci
scambiamo amore, promettono di diventare assai più numerose se mi ricorderò più
spesso che io....io.…io.…non esisto.
Nel corso della sua lunga vita (1875 – 1961) Carl Gustav Jung ha
esplorato molti ambiti riguardo l’animo umano ed i suoi segreti, ci ha lasciato
infatti contributi che sono tutt’oggi riferimento fondamentale per chiunque
voglia cimentarsi nello studio delle umane cose, particolarmente riguardo la
psicologia del profondo, la filosofia e la storia dei Simboli dell’essere
umano.
In questa sede, in estrema sintesi, mi soffermerò su alcuni
concetti riguardo alla definizione ed alla genesi del Simbolo, dal punto di
vista junghiano.
Si deve a Freud la fondamentale intuizione dell’esistenza di una
zona del nostro immaginario che non è sottoposta alle regole della coscienza e
che anzi sfugge alle categorie di bene e male: l’Inconscio. In questo ambito,
tipico del mondo dei Sogni, degli Istinti e delle Emozioni, non abbiamo un
diretto controllo da parte della Coscienza e della cosiddetta “parte alta della
psiche”, ma ci troviamo nella condizione di subirne gli influssi. Gli studi di
Freud conclusero che in questa zona inconscia della psiche confluiscono le
esperienze, per lo più infantili, che in qualche modo la mente ha rifiutato e
rifiuta in quanto percepite come dolorose e/o fonte di vergogna e non
accettazione da parte degli altri. Tali contenuti, qualora irrisolti, cioè non
portati alla luce della coscienza dell’adulto, sono in grado di produrre quella
sofferenza del mondo psichico individuale chiamata “nevrosi”.
Quella appena descritta è, in sintesi, la definizione freudiana di Inconscio
Personale. Jung allargò questo concetto, definendo un ambito che si aggiunge a
ciò e va oltre, trascendendo l’esperienza personale, che chiamò Inconscio
Collettivo. L’Essere Umano, inteso come Specie, accumula, fin dalla notte dei
tempi, esperienze che sono caratteristiche della specie e di nessun altro nel
Creato. Tali Esperienze Fondamentali dell’Umanità sono, in questa concezione
junghiana, strutturate nella psiche per diritto di specie, al pari dei processi
filogenetici che la caratterizzano, come l’aver assunto la stazione eretta,
l’aver modificato la dentatura, ecc…
I Simboli per Jung sono dunque il linguaggio della mente, inteso
come nutrimento ed espressione di questa e sono l’essenza dell’Inconscio
Collettivo, come lui stesso lo ha definito. Proverò a fare qualche esempio per
rendere più chiaro il concetto espresso.
Alcune migliaia di anni or sono, ai quattro angoli del mondo,
popolazioni lontanissime e certo non in contatto fra loro, tracciavano sulle
rocce, sui monumenti funerari e sacri, sugli utensili, disegni di forma
quadrata e/o circolare di aspetto e contenuto straordinariamente simile tra
loro.
Il Simbolo della Croce è parecchio antecedente all’era cristiana, e
lo ritroviamo nella simbologia sacra di civiltà lontanissime tra loro che nulla
potevano avere in comune, se non qualche elemento psichico inconscio, appunto.
Figure mitiche come l’Eroe, la Madre, il Vecchio Saggio, il
Fanciullo, il Demone, la Fata, le ritroviamo nelle culture e nelle leggende
delle più antiche e disparate civiltà del Pianeta.
Storie che ci sono familiari perché raccontate dalla nostra
Mitologia Classica, come la leggenda di Edipo, quella di Demetra, di Venere o
di Enea, le ritroviamo, pur con nomi e contesti diversi, nelle storie
tramandate di antiche civiltà pellerossa o asiatiche.
La conclusione cui giunge Jung è dunque che la psiche ha uno
straordinario contenuto energetico connesso ai Simboli e, semplificando un
importante postulato junghiano, si potrebbe dire che la vita di ognuno di noi è
inconsciamente sospinta da un destino realizzativo che, a ben vedere, è già
tracciato in un simbolo affondato nel nostro inconscio e che tendiamo a
rappresentare nel corso della nostra vita. Guardando con questi occhi gli
esseri umani che ci circondano, possiamo ben riconoscere tanti Edipo, tante
Demetra e gli Eroi come El Cid o Giovanna D’Arco, i Demoni come Hitler e i
tanti votati al Male; e le tante Grandi Madri per antonomasia e i vili, gli
avari, i Puer di ogni epoca stanno lì a dirci che forse Jung ha intuito
qualcosa di grande che è la nostra stessa Essenza.
(continua)