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HIROSHIMA 6 agosto 1945  
 
(vedi anche articolo sulla "coscienza di Einstein")

Il 26 luglio 1945 – undici giorni prima dello scoppio – le forze alleate riunite a Potsdam inviano al Giappone un’intimazione di resa che non lascia spazio ad alcuna trattativa. La capitolazione dovrà essere totale, con la perdita di tutte le conquiste territoriali a partire da quella della Manciuria avvenuta nel 1931. Per rendere più digeribile l’amaro boccone, ai sudditi dell’impero del Sol Levante viene concessa la possibilità di scegliere la futura forma di governo e di rientrare in futuro nel circuito dell’economia mondiale. Si tratta di prendere o lasciare, "the alternative for Japan is prompt and utter destruction...", l’alternativa per il Giappone è la distruzione immediata e totale.

IN RETE
(in inglese)

Hiroshima
il giorno dopo


Hiroshima
Peace Site


Hiroshima
Archive


Le vittime
delle radiazioni


Research
Foundation


Il museo
della bomba

E così avvenne. Alle 8 e un quarto di quel 6 agosto di 55 anni fa il B-29 Enola Gay sgancia sulla città giapponese di Hiroshima la prima bomba atomica della storia mai utilizzata in operazioni di guerra. I tecnici statunitensi hanno preparato tutto nei minimi particolari: l’esplosione dell’ordigno si deve innescare a poche centinaia di metri di altezza. Se avvenisse a terra perderebbe potere distruttivo, scavando un gigantesco cratere, mentre uno scoppio a una quota troppo alta causerebbe una dispersione radioattiva: si vuole che gli effetti devastanti di Little Boy (questo il nomignolo dato dai militari al loro gingillo) siano massimi.

Anche l’obiettivo è stato accuratamente selezionato. Hiroshima è una cavia, è come un immenso animale da laboratorio sul quale sperimentare una medicina per debellare la guerra in corso. La città presenta delle caratteristiche appetibili sotto il profilo militare: è un importante deposito di armi, all’interno della cintura urbana comprende diverse installazioni industriali e, non meno importante, le colline immediatamente alle sue spalle possono concentrare e amplificare gli effetti della deflagrazione. Ma anche la scienza vuole capire la potenzialità del nuovo ordigno. E per valutarne appieno gli effetti gli Americani hanno deciso di preservare Hiroshima dai quei bombardamenti convenzionali a base di spezzoni incendiari che negli ultimi mesi hanno invece martoriato Tokyo, Yokohama e Osaka. Nel viaggio di avvicinamento all’obiettivo i dodici uomini dell’equipaggio hanno scherzato sulla bomba che portano nella pancia del loro aereo. Sono a conoscenza del fatto che non si tratterà di un bombardamento convenzionale. Sanno che sganceranno un ordigno dalla potenza fuori dal comune, ma solo il comandante Paul Tibbets sa che quella è la bomba atomica. Informerà i suoi uomini, tra un tramezzino al prosciutto e una tazza di caffè, solo mentre giungono in vista di Hiroshima.

HIROSHIMA NELL’APOCALISSE 

In quella limpida mattina d’estate la sirena dell’allarme antiaereo non entrò in funzione: l’esperienza insegnava infatti che gli aerei isolati erano quasi sempre dei ricognitori. Ma quell’unico B-29 dalla figura snella e argentea alle ore 8, 15 minuti e 17 secondi si alleggerì del suo carico di poco più di 4000 chili. E dopo altri 45 secondi "... una luce fortissima riempì l’aeroplano. La prima onda d’urto ci colpì – ricorda Tibbets –. Eravamo a diciotto chilometri e mezzo in linea d’aria dall’esplosione atomica, ma tutto l’aereo scricchiolò e cigolò per il colpo... Ci girammo a guardare Hiroshima. La città era nascosta da quella nuvola orribile, ribollente, a forma di fungo, terribile e incredibilmente alta".

Una bambina che all’epoca aveva cinque anni ricordò: "Proprio mentre guardavo su in cielo, ci fu un lampo di luce bianca, e in quella luce il verde delle foglie prese il colore delle foglie secche".L’immensa esplosione colse buona parte dei 350 000 abitanti in strada, mentre si stavano recando al lavoro. Fu questione di un attimo, il tempo di percepire l’immenso lampo luminoso. Nella zona dell’ipocentro la temperatura balzò in meno di un decimo di secondo a 3000-5000 °C. Ogni forma di vita nel raggio di ottocento metri svanì in seguito all’evaporazione dovuta al tremendo calore. Tutte le abitazioni vennero rase al suolo e una tempesta di fuoco spazzò il perimetro urbano fino a 3-4 chilometri dal luogo dello scoppio, provocando nella popolazione terribili ustioni. Gli effetti delle emissioni di neutroni e di raggi gamma, che si manifestano con la perdita delle difese immunitarie e con alterazioni a livello genetico, si faranno sentire sia immediatamente sia negli anni futuri. Le persone più esposte alle radiazioni moriranno per emorragie e infezioni. Nei mesi e negli anni successivi aumenteranno i casi di leucemia e il 23 % dei nati dopo lo scoppio sarà affetto da malformazioni congenite. In quel solo giorno le vittime sono più di 100 000. E saliranno a 140 000 alla fine dell’anno. A cinque anni dallo scoppio le vittime ricollegabili all'esplosione saranno ben 200 000.

Tre giorni dopo, il 9 agosto 1945, una bomba al plutonio più potente di quella di Hiroshima ricrea la stessa terribile scena su Nagasaki. Qui moriranno 70 000 persone ma nel corso dei cinque anni successivi il bilancio arriverà a 140 000 vittime complessive.

 

 

IL PROGETTO

Al tragico epilogo si giunse dopo anni di ricerche e di studi internazionali sulla fissione nucleare. Il neutrone, una piccola particella capace di scindere ciò che fino ad allora era stato ritenuto indivisibile, cioè l’atomo, era stato scoperto fin dai primi anni Trenta. L’energia che si poteva liberare attraverso il bombardamento e la scissione dell’atomo era potenzialmente grandissima. Tuttavia, in quell’epoca ancora nessuno, neanche i più affermati studiosi, era ben consapevole di ciò che stava venendo alla luce. Lo stesso Rutherford, uno dei primi scienziati atomici, era erroneamente convinto che l’uomo non sarebbe mai riuscito ad utilizzare l’energia racchiusa nell’atomo.

Ma nuove schiere di giovani studiosi si stavano cimentando anima e corpo nella ricerca atomica. Leo Szilard, fisico teorico di origini ungheresi e allievo di Einstein all’università di Berlino, fu il primo a intuire che la liberazione di energia dall’atomo era solo questione di tempo. E che la scoperta avrebbe potuto creare non pochi problemi all’umanità: come sarebbe stata utilizzata questa potenza, ancora difficile da quantificare, ma certo grandissima? Gli uomini politici e i militari che ne avrebbero fatto? Non sarebbe stato opportuno rendere pubbliche le ricerche sull’energia atomica per evitare che qualcuno se ne impossessasse usandole a danno di altri? I tempi non erano ancora maturi. Oltretutto la scienza sperimentale vedeva come fumo negli occhi qualsiasi tentativo di limitare le ricerche facendo appello a questioni di ordine morale. L’assoluta libertà nella ricerca scientifica era considerata una grande conquista dell’età moderna. Così in Europa, da Gottinga a Roma, da Cambridge a Copenaghen era tutto un fiorire di ricerche.

FERMI "SPACCA" L’ATOMO DELL’URANIO Tra gli apprendisti stregoni nella scienza dell’infinitamente piccolo c’era anche Enrico Fermi, enfant prodige della fisica italiana. Venticinquenne, nel 1926 aveva ottenuto la cattedra di fisica teorica all’Università di Roma e a partire dal 1934 aveva iniziato gli esperimenti di bombardamento con i neutroni per indurre la radioattività negli elementi. Con lui lavorava a stretto contatto di gomito un team composto da Edoardo Amaldi, Emilio Segrè, Oscar D’Agostino e Bruno Pontecorvo. Nell’istituto di fisica di via Panisperna, Fermi e il suo gruppo furono i primi a scindere l’atomo dell’uranio, l’elemento che sarebbe entrato come ingrediente base nella bomba atomica. L’avvento del nazismo segnò una accelerazione negli studi. L’antisemitismo e il militarismo della dittatura hitleriana misero infatti subito in subbuglio la comunità scientifica.

E i migliori ingegni, tra i quali molti di origine ebraica, abbandonarono i posti che occupavano nelle università tedesche per raggiungere la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Appariva loro sempre più evidente che i progetti tedeschi per l’uranio, cui avevano fino ad poco prima lavorato, se messi a disposizione di Hitler avrebbero potuto rivelarsi un pericolo mortale per l’umanità intera. A partire dal 1939 – il Terzo Reich aveva già occupato l’Austria e la Cecoslovacchia e si apprestava a inghiottire in un solo boccone la Polonia – nel mondo scientifico occidentale si scatenò la psicosi della bomba atomica hitleriana. E la corsa alla bomba prese ufficialmente il via.

I fisici rifugiatisi negli Stati Uniti, con Szilard e Fermi in testa, decisero di autocensurarsi per impedire che i frutti delle loro ricerche sulle reazioni nucleari cadessero in mano agli scienziati di Hitler. Ma fecero anche di più. Prima ancora che il Dipartimento di Stato americano avesse messo a fuoco il problema, Szilard e il suo maestro Albert Einstein nell’ottobre del 1939 si fecero promotori presso la Casa Bianca di una lettera con la quale chiedevano al governo di impedire la vendita alla Germania dell’uranio e di appoggiare in modo massiccio gli studi sull’energia nucleare.

I NAZISTI NON CAPIRONO - In realtà, le potenzialità della Germania di creare ordigni dalla scissione nucleare vennero ampiamente sopravvalutate: i vertici militari nazisti non avevano compreso l’uso dell’energia atomica a fini bellici – al massimo ipotizzarono l’uso dell’energia nucleare a fini propulsivi – e, cosa ben più importante, gli scienziati tedeschi che continuarono da allora e per tutto il periodo della guerra gli studi in questo settore boicottarono volontariamente le loro stesse ricerche per impedire all’industria bellica di capire il nesso tra scissione dell’atomo e bomba atomica. L’ostruzionismo degli scienziati tedeschi fu forse una delle migliori prove della "resistenza" interna al nazismo. Ma pochi allora lo sapevano. E la gara per la bomba partì.

Il progetto americano, dopo l’avallo di Roosevelt e Churchill, prese il via nel 1942 con il nome di Progetto Manhattan. Nella cittadella-laboratorio di Los Alamos, nel New Mexico, scienziati e militari si misero al lavoro febbrilmente per giungere al più presto alla costruzione di una bomba atomica. Un grande contributo lo diede ancora Fermi. A Chicago nel dicembre 1942 riuscì ad ottenere una reazione a catena controllata nella sua pila all’uranio. Ormai la bomba era inevitabile. L’unico mistero era rappresentato dalla potenza che un simile ordigno avrebbe potuto sprigionare. Una forza pari a 600 tonnellate di esplosivo era l’ipotesi più accreditata. Altri, ma sembrava esagerassero, parlarono di potenze superiori alle 2000 tonnellate. Non restava che provare... Finalmente, la prima esplosione nucleare sperimentale, avvenuta nel deserto del New Mexico nel luglio 1945, risolse il dubbio. La potenza distruttiva era ancora più impressionante del previsto, pari a circa 18 000 tonnellate di TNT (18 kiloton)! Era nato l’ordigno finale, quello che poteva segnare definitivamente non solo la fine del conflitto in corso ma anche quella della civiltà. I dubbi degli scienziati di Los Alamos non erano però solo di ordine tecnico. Investivano anche le coscienze. Nel 1944 il fisico danese Niels Bohr aveva preparato un memorandum per il presidente degli Stati Uniti per metterlo in guardia sulla inevitabile rincorsa nucleare che si sarebbe scatenata tra le potenze alla fine del conflitto se non si fossero predisposti dei piani di distensione.

 

 

"ATTENTI ALLA COMPETIZIONE....." 

Scrisse Bohr a Roosevelt che "la terrificante prospettiva di una competizione futura fra nazioni intorno a un’arma così formidabile potrà essere evitata solo attraverso un accordo universale basato su una vera fiducia". Una fiducia reciproca che USA e URSS non avevano alcuna intenzione di concedere. Altri scrupoli sorsero con la resa della Germania nazista. Gli scienziati avevano promosso gli studi per la costruzione della bomba in funzione antihitleriana, ma ora che il principale nemico era sconfitto a che serviva continuare? La guerra nel teatro del Pacifico era ormai agli sgoccioli. Con la marina e l’aviazione al collasso, solo l’esercito garantiva all’impero del Sol Levante il controllo del territorio nazionale e della Manciuria. I vertici militari USA erano convinti che per la metà del 1946, con un serrato blocco navale ed un eventuale sbarco sul suo territorio metropolitano, il Giappone sarebbe stato sconfitto.

Ma la bomba c’era. 
(ma mancava ancora qualcosa: l'innesco. Come farla scoppiare)
(Ora salta fuori una versione dei fatti che farà molto discutere) 
(vedi link in fondo) (Ndr.)

L’ipotesi di farla scoppiare in un luogo deserto, al cospetto di osservatori internazionali, per dimostrare al Giappone la terribile arma di cui gli alleati erano dotati, fu scartata. Così pure quella di comunicare in anticipo alle autorità nemiche il nome della città che sarebbe stata bombardata per consentire un suo sgombero. A fare indirettamente pressioni per il suo uso era l’opinione pubblica statunitense che, esasperata da quattro anni di guerra (nel giugno 1945 per conquistare Okinawa caddero 13 000 marines e 100 000 giapponesi), chiedeva una vittoria immediata e definitiva.

Anche le considerazioni politiche sugli assetti mondiali immediati e futuri ebbero il loro peso. La guerra nel Pacifico doveva essere una completa vittoria americana e bisognava evitare che Stalin si ritagliasse anche lì un fetta di gloria attaccando in extremis le truppe giapponesi in Cina. La determinazione nell’uso della bomba era poi un chiaro messaggio all’URSS su quale dovesse essere la potenza dominante del secondo dopoguerra. Necessità tattiche e prospettive strategiche convinsero Truman alla decisione finale.

 

LA PACE ARMATA

Dopo Hiroshima e Nagasaki le reazioni degli scienziati che per anni avevano lavorato alacremente al progetto Manhattan furono contrastanti. Avevano costruito la bomba atomica per paura che ci riuscisse prima la Germania, per porre fine a un conflitto che insanguinava il mondo intero da sei anni, ma anche per quel profondo desiderio di conoscenza caratteristico della razza umana e ancor più forte negli uomini di scienza.

Tutti loro erano legati in modo indissolubile all’ordigno che avevano scoperto e perfezionato. Come scienziati avevano voluto scoprire i segreti del mondo fisico, le possibilità di manipolarlo e di controllarlo. E ora che ci erano riusciti qualcosa non funzionava. La realtà che stava dietro l’angolo era venuta alla luce: la bomba atomica poteva essere il primo passo verso la distruzione completa dell’umanità. Hiroshima stava poco a poco prendendo piede nella mentalità collettiva come la manifestazione dell’onnipotenza dell’uomo: un onnipotenza negativa, alla quale si erano sacrificati i migliori ingegni e le migliori facoltà umane. Leo Szilard, il fisico che forse per primo aveva intuito la portata militare e politica della scoperta del neutrone, disse, poche ore dopo il bombardamento di Hiroshima, che l’uso "delle bombe atomiche contro il Giappone è una delle più grandi bestialità della storia", perché così si sarebbe dato il via a una sfrenata corsa agli armamenti atomici. Lui che nell’estate del 1939 si era recato da Einstein per chiedergli di convincere il governo statunitense a costruire una bomba atomica in funzione antinazista, era infine diventato uno degli uomini più preveggenti sul nuovo corso della storia che di lì a poco sarebbe scaturito. L’idea che d’ora in poi fosse necessario attuare un ripensamento in chiave politica nell’uso del deterrente atomico iniziò rapidamente a prendere piede un po’ tra tutti gli scienziati responsabili del progetto Manhattan. In modi più o meno evidenti, e talvolta anche in circostanze ufficiali, Oppenheimer, direttore del laboratorio di Los Alamos, Fermi e altri loro colleghi si espressero a favore di una politica di accordi internazionali in grado di evitare guerre future. Si parlò ripetutamente, come aveva già fatto a suo tempo Bohr, di incoraggiare il libero scambio della scienza e degli scienziati, di ispezioni reciproche tra USA e URSS.

VERSO L’EQUILIBRIO DEL TERRORE 

Nelle università americane, a pochi mesi dalla fine della guerra, si organizzarono convegni scientifici sul controllo dell’energia atomica. In uno di questi, tenuto a Chicago nel settembre del 1945 al cospetto di autorevoli studiosi ed economisti, vennero sviscerate un gran numero di ipotesi futuribili. Tra catastrofisti e irriducibili sostenitori dell’armamento atomico, furono anche formulate delle previsioni a dir poco sorprendenti per la loro precisione: "Non ci sarà nessuna guerra preventiva – disse un relatore che mise d’accordo tutti gli scienziati – e non ci sarà un accordo internazionale che comporti delle ispezioni. L’America avrà il possesso esclusivo per un certo numero di anni e la bomba eserciterà una certa influenza sottile; sarà presente ad ogni incontro diplomatico nella coscienza dei partecipanti ed eserciterà il suo effetto. Poi, presto o tardi, anche la Russia avrà la bomba e allora si instaurerà un nuovo equilibrio". L’equilibrio della deterrenza e della minaccia nucleare".

Cosa che puntualmente si verificò nel settembre del 1949, quando il presidente americano Truman annunciò al mondo intero l’esplosione della prima bomba atomica russa. La corsa a due iniziò così. Gli scrupoli di coscienza degli scienziati del progetto Manhatthan non riuscirono a deviare di un solo passo gli eventi. Anzi, la strategia nucleare e lo sviluppo della sua tecnologia bellica diverranno la vera e unica ossessione delle due superpotenze. Nei primi anni Cinquanta la bomba all’idrogeno,` o termonucleare, sostituirà la vetusta bomba atomica. La potenza degli ordigni aumenterà a dismisura (fino a 3000 volte quella di Hiroshima) e si realizzeranno vettori (missili) sempre più precisi e capaci di portare distruzione su tutto il territorio della potenza avversaria.

UTOPISMO ALLA ROVESCIA Ha scritto un filosofo tedesco che la creazione di bombe capaci di distruggere tutto il pianeta ha fatto dell’uomo un utopista al rovescio: "Gli utopisti non sanno produrre ciò che concepiscono, noi invece non sappiamo concepire ciò che abbiamo prodotto". L’unica consapevolezza è che oggi, a guerra fredda ormai conclusa, l’umanità non è ancora riuscita a liberarsi dell’incubo atomico. Nel mondo sono conservati quasi 48 000 ordigni nucleari, che creano problemi di stoccaggio e di smantellamento. Quintali di residui radioattivi di lavorazione aspettano di essere smaltiti, non si sa come e dove. La convivenza con i più terribili strumenti di morte che mai siano stati inventati non è destinata a finire con questo millennio.

 

SULLA COSCIENZA  DI ALBERT EINSTEIN?

Il grande scienziato sconvolse la fisica del Novecento con una teoria geniale ma potenzialmente pericolosa: la sua ricerca portò alla scoperta dell'energia atomica

HIROSHIMA E NAGASAKI



di ERMANNO TANCREDI

 

Di solito lo immaginiamo solitario, immerso in pensieri poco terreni, e soprattutto incompreso. Un individuo stravagante, disordinato e lontano da quelle piccole cose ordinarie che costituiscono la gran parte della vita degli esseri umani. Un uomo diverso da tutti gli altri. In una parola: il genio. E, cercando una figura, un'immagine da associarvi, il pensiero corre ad un nome ben noto: Albert Einstein. Del quale, si ha un'idea che è pressappoco la seguente: un individuo canuto, con una decisa avversione nei confronti del pettine, a suo agio in abiti larghi e deformi e con una propensione per le boccacce. Infatti, una delle sue fotografie più note lo ritrae proprio mentre mostra la lingua all'obiettivo, dietro uno sguardo divertito, quasi da bambino. Pure, Albert Einstein passa alla storia per aver elaborato una teoria scientifica - quella della relatività - che ha sconvolto l'impostazione tradizionale sulla quale si era basato, dai tempi di Galileo e Newton, il pensiero epistemologico, ed ha condotto il progredire delle scienze su una strada decisamente irta di imprevisti, qual è quella dell'energia atomica. Con questo articolo cercheremo di spiegare che cosa ha significato, per la storia dell'umanità, il lavoro di Albert Einstein. Questi nasce nel 1879, nel decennio che vede realizzarsi l'unificazione tedesca sotto l'egida della Prussia. 

La sua infanzia si svolge in un'atmosfera particolare: quella della Germania del Bismarck, massimo esempio di commistione tra forza militare e glorificazione della tradizione culturale tedesca. Vere officine dell'homus germanicus - forgiato a colpi di disciplina militare e di libri di filosofia e letteratura - sono i Gymnasien, istituti di istruzione secondaria in cui si forma l'èlite del Paese. I loro frequentanti devono padroneggiare le arti classiche e le discipline scientifiche, alimenti principali per la crescita di una personalità armoniosa e decisa. Tuttavia, i metodi educativi sono impostati su una rigorosa ubbidienza e su una disciplina quasi da caserma. Il giovane Einstein ne soffre; nella sua autobiografia, ricordando quel periodo, così scrive: "E' un vero miracolo che i metodi moderni di istruzione non abbiano ancora completamente soffocato la sacra curiosità per la ricerca: perché questa delicata pianticella, oltre che di stimoli, ha bisogno soprattutto di libertà, senza la quale inevitabilmente si corrompe e muore". Libertà, quindi, è il valore primario che lo spirito adolescente di Einstein si prefigge di raggiungere. E, come vedremo, riuscirà nel suo intento.

Ma durante gli anni giovanili il futuro scienziato si sente in gabbia, castrato dai tentativi di educarlo a quei valori che abbiamo esposto poco fa. A peggiorare le cose c'è anche una vera e propria idiosincrasia con l'idea di dover prestare servizio militare. "Che un uomo trovi piacere nel marciare per quattro al suono di una banda - scriverà anni dopo - è quanto basta per guadagnarsi il mio disprezzo. Solo per errore costui ha un cervello; una spina dorsale è tutto ciò di cui ha bisogno". Queste premesse ci fanno comprendere la ragione che spinge Einstein, all'età di quindici anni, a salire sul treno Monaco-Milano per lasciare il suo Paese e raggiungere i genitori in Italia. I quali, da un lato apprezzano l'audacia di un figlio che rifiuta di sacrificare il proprio ideale di libertà alle regole sociali al tempo imperanti; dall'altro, però, temono seriamente che ciò gli precluda un avvenire di benessere e serenità, che solo l'università può garantire e alla quale Albert non potrà iscriversi se non rientra in patria per sostenere gli esami finali al ginnasio. Un'opportunità che suo padre, Hermann, non intende fargli sfuggire anche per un'ulteriore ragione, di natura storica. Infatti, fino al 1869, gli ebrei di Germania sono stati soggetti a non poche restrizioni, in particolare per quel che concerneva l'ingresso nelle università. La situazione, col tempo, muta considerevolmente grazie all'emanazione di diversi decreti che conferiscono sempre più prerogative a chi è nato sotto la stella di David. Il 1869, infine, è l'anno dell'emancipazione definitiva e totale. Quando nasce Albert, quindi, gli ebrei di Germania sono già da dieci anni considerati come ordinari cittadini tedeschi, dei quali condividono diritti e doveri.

Ciononostante, Hermann avverte fortissimo il rimpianto per non aver potuto coltivare le sue spiccate attitudini per la matematica attraverso un'adeguata istruzione universitaria. Ebreo, e non benestante, aveva trovato chiuse le porte del mondo accademico. Tuttavia, riesce in parte a secondare queste sue inclinazioni e, con il fratello Jakob, decide di avviare un'impresa industriale per la commercializzazione di un tipo di dinamo. L'elettrificazione, in Germania, è tema di grande attualità: nel 1879 Edison inventa la lampada a incandescenza, e - un po' come sta accadendo ai giorni nostri con Internet - nel giro di pochi anni tutto il Paese comincia a farne uso. La dinamo dei fratelli Einstein, però, non trova mercato fertile, forse a causa dell'avanzato stato di elettrificazione delle terre tedesche. Ciò spinge la famiglia a emigrare in un Paese indubbiamente più arretrato, e non solo sotto il profilo dell'illuminazione: l'Italia. Dove Albert, dicevamo, la raggiunge nel '94 e dalla quale partirà alla volta di Zurigo due anni più tardi, per frequentare il Politecnico, dove si laurea in fisica nel 1900. Sono anni importanti, ma anche difficili. Durante l'università conosce la futura moglie, Mileva Maric: una donna forte ma più grande di lui, claudicante, poco femminile e soprattutto non ebrea. Ciò suscita le ire dei genitori dello scienziato, che ne osteggiano il proposito di matrimonio ventilato mentre ancora i due sono intenti agli studi. A ciò si aggiunge la gravidanza di Mileva, che darà alla luce un bambina che muore prematuramente. 

Solo dal 1902 la sua condizione muterà sensibilmente: suo padre Hermann - con il quale il rapporto si è progressivamente lacerato - muore, e questo consente ad Albert di sposare Rileva. Ma soprattutto, dopo due anni di faticose ricerche, ottiene un impiego all'Ufficio Brevetti di Berna; un lavoro certamente inadeguato alle sua capacità - deve condurre semplici esami su apparecchi elettrici - ma che gli regala tempo prezioso da dedicare ai propri approfondimenti, che egli conduce con uno spirito davvero particolare. Quello di un uomo che, per mezzo dello studio scientifico, intende proteggersi dall'insopportabile crudeltà del mondo e dalla meschinità di un'esistenza guidata da sentimenti che stima primitivi. In una pausa tra un brevetto e l'altro, Einstein si rifugia nella ricerca della soluzione dell'enigma posto dall'"enorme mondo che esiste indipendentemente da noi. Lo studio di questo mondo - scrive - (...), la promessa di questo mondo extrapersonale mi balenò alla mente, in modo più o meno consapevole, come la meta più alta fra quelle concesse all'uomo". Egli sostiene anche che solo il piacere di pensare permette di realizzare delle scoperte, e a riguardo conia un'espressione - che richiama alla mente Beethoven e la Nona sinfonia - decisiva per capire il suo genio: die Freude am Denken, la gioia del pensiero. Su queste basi, Einstein elabora nel Giugno del 1905 la teoria che lo consegnerà alla storia come lo scienziato più importante del '900, se non della storia dell'uomo. La sua idea, ovviamente, non nasce dal nulla, ma si inserisce con prepotenza nella crisi che scuote mondo della fisica agli inizi del secolo.

Infatti, a seguito della teoria della luce elaborata dal fisico britannico Maxwell nel 1850, i principi della fisica classica, basati sul principio della relatività formulato nel '600 da Galileo Galilei, vengono messi in forte discussione. Cosa sostengono i suddetti scienziati? Galileo sostiene che nulla è assolutamente immobile (da cui la celeberrima frase "Eppur si muove!", che gli causò parecchi problemi con la Chiesa di allora); in particolare, che ciò che si svolge su una nave in movimento è esattamente ciò che si svolge sulla terra in stato di quiete. Trasferendo il pensiero ai giorni nostri, possiamo pensare che ciò che facciamo su un aereo quando ci troviamo in volo è esattamente ciò che facciamo tra le pareti immobili di casa nostra: possiamo andare in bagno, leggere un giornale, mangiare, camminare, dormire. Se l'aereo viaggia a velocità costante e in linea retta - condicio sine qua non - il suo movimento è come "nullo", perché non lo si avverte. Tuttavia, rispetto alla Terra ci muoviamo. Galileo quindi applicò questo ragionamento ai rapporti tra Terra e Sole, sostenendo che il pianeta si muove intorno alla stella e che noi, passeggeri della "nave" Terra, non ce ne accorgiamo. Quindi, che non esiste nulla che sia assolutamente immobile, ma che tutto è basato sulla relatività dei movimenti. Questa teoria, che fonda la meccanica classica, cioè la scienza del movimento degli oggetti materiali, regge sino a quando Maxwell non elabora la teoria della luce, l'elettromagnetismo. Secondo la quale la luce viaggia e si propaga sotto forma di onda, come accade quando gettiamo un sasso nello stagno.

Il punto fondamentale, però è capire quale sia "l'acqua" che permette alle onde dalla luce di viaggiare. Quest' "acqua" particolare è l'etere, un elemento che Maxwell non sa dapprincipio definire e che, col tempo, viene privato di tutte le proprietà fisiche; l'unica che gli si attribuisce è quella dell'immobilità assoluta. Parlare dell'esistenza di qualcosa di assolutamente immobile significa contraddire apertamente i principi fondanti della meccanica classica e, con essi, un paio di secoli di radicate convinzioni scientifiche; inoltre, significa creare colossali dubbi di natura filosofica. Infatti, la teoria della luce pone il problema della continuità e della discontinuità della materia. Molti fisici di allora, pur non esistendo certezze a riguardo, sono infatti convinti che la materia sia fatta da atomi, che unendosi formano i corpi materiali. Gli atomi, però, possono essere - almeno in teoria - separati e contati. Da cui si desume che la materia è fatta anche dagli spazi che li separano, e che quindi questa è discontinua. La luce, invece, è continua in quanto si propaga come un'onda e - fenomeno intuibile da chiunque - non subisce interruzioni. Come conciliare, quindi, l'idea di qualcosa di continuo che, viaggiando su una "strada" discontinua, riesce a mantenere intatte le sue proprietà? Questo, in estrema sintesi, si chiedevano nel mondo della fisica sino a quando, nel 1905, Albert Einstein elabora la teoria dei quanti di luce e quella della relatività, con il preciso intento di risolvere la dialettica tra continuo e discontinuo. Con la teoria dei quanti di luce - pubblicata con grande coraggio dagli nel marzo di quell'anno, soprattutto se pensiamo che si trattava di un articolo scritto da un ignoto impiegato dell'Ufficio Brevetti di Berna - Einstein dimostra che la luce è fatta, come la materia, di particelle, che chiama "quanti".

Lo fa attraverso l'adozione di un metodo statistico di studio della meccanica, basato sull'analisi dei movimenti d'insieme degli atomi, applicato ai corpi riscaldati, per comprendere anche perché l'energia sprigionata sotto forma di calore sia anche energia luminosa. Al termine dei suoi studi, Einstein afferma che la luce comprende entrambe le suddette caratteristiche: è discontinua, in quanto costituita da "quanti"; ma è anche continua, perché è altrettanto vero che si propaga sotto forma di onda, cosa confermata da numerosi esperimenti condotti nel campo dell'ottica. Risolto il primo problema, rimane tuttavia aperta la questione della natura dell'etere. Nel giugno del 1905, sempre gli Annalen pubblicano un ulteriore articolo, che così comincia: "L'introduzione di un etere luminifero si rivelerà superflua". Cosa ciò voglia dire, è spiegato nelle righe che seguono, dove Einstein confuta l'idea che la luce sia l'effetto della vibrazione dell'etere. In particolare, egli sposa l'affermazione di Maxwell, secondo cui la luce si muove a una velocità che, per ogni osservatore, è sempre la stessa: 300.000 km al secondo (indicata con il coefficiente c). Il colpo di genio di Eistein sta in un aspetto in particolare: quello di essere riuscito a costruire una teoria fisica, sulla base di Maxwell, salvando comunque il principio di relatività galileiano, e formulando un nuovo principio della relatività applicabile non più solo alla sola meccanica, ma anche al campo della luce, la cosiddetta quantistica. Nasce così la celeberrima "teoria della relatività", secondo la quale i concetti di spazio e tempo sono assolutamente relativi, e diversi per ciascuno di noi.
Così formulata, la teoria sembra non apportare nulla di nuovo. Ma dobbiamo pensare che, quando Einstein elabora queste teorie, la convinzione diffusa in tutto il mondo della scienza è che spazio e tempo sono concetti assoluti, uguali per tutti. Tuttavia, le cose cambiano se osserviamo cosa accade in un treno in movimento, sul quale tre individui, (che chiamiamo A, B e C) giocano con una macchina fotografica. Posto A in coda al vagone, e B in testa, e facendo muovere C verso B, se A e B scattano un fotografia nello stesso istante accade quanto segue: la luce del flash di B raggiunge C prima di quella emessa dal flash di A (ciò per due motivi: perché C si avvicina a B e perché la luce viagia a velocità costante c, come abbiamo detto poco sopra). Ciò non toglie, comunque, che per C i flash si siano azionati nel medesimo istante. Ma se consideriamo un quarto individuo (D), che osserva il transito del treno, allora vediamo che per costui i due flash non si sono illuminati nel medesimo istante, perché il tempo impiegato dalla luce di B per raggiungere C è minore di quello impiegato dalla luce di A. A questo punto, se ci chiedessimo "Chi ha ragione, C o D?", Einstein risponderebbe "Entrambi!", perché ciascuno di noi ha una percezione del tempo e dello spazio diversa da quella degli altri. L'importanza della teoria della relatività è quindi duplice: sotto il profilo filosofico, afferma con prove scientifiche un dibattito millenario sulla natura dello spazio e del tempo; sotto il profilo eminentemente scientifico, dimostra che liberando la luce dall'etere, si riesce a sottometterla agli stessi principi della materia. La luce, quindi, non ha più bisogno di un mezzo ma si propaga nel vuoto e, soprattutto, una sola teoria unifica luce e materia. A questo punto, viene spontaneo chiedersi il significato di quella formula matematica (E=Mc²) che è senza dubbio la più conosciuta equazione nella storia della scienza.

A riguardo, c'è da fare una precisazione importante. Quando si parla di teoria della relatività, è convinzione diffusa - almeno nel mondo dei profani della scienza - che quella formula ne sia espressione. Le cose stanno diversamente: l'equazione in esame è una conseguenza della teoria formulata da Einstein, e si trova scritta in un post scriptum che lo scienziato invia nel settembre del 1905 all'editore degli Annalen. In termini letterali, quella formula vuol dire Energia = Massa moltiplicata per la velocità della luce al quadrato. Traduciamola in linguaggio pratico. Consideriamo un corpo che emette sotto forma di luce una certa energia (L); Einstein dimostra che la massa del corpo diminuisce di una determinata quantità, L/c², dove c è la velocità della luce. Ciò significa che la massa di un corpo è legata al suo contenuto di energia: se il corpo assorbe questa energia la sua massa cresce, se la emette la sua massa diminuisce. Massa (M) ed Energia (E) sono dunque elementi equivalenti, legati da un solo fattore di conversione, c². Da cui la nota formula E=Mc². Le implicazioni della quale sono di importanza fondamentale, come poi la storia dimostrerà. Einstein, infatti, aggiunge nel post scriptum una considerazione decisiva: "Non è escluso che i processi radioattivi, nei quali il contenuto di energia dei corpi si modifica in modo rilevante, possano dimostrare la verità della mia teoria". E' quel che accadrà: l'energia nucleare risulta proprio dalla conversione di massa in energia prevista dalla teoria della relatività.

MEDIATECA 1939 - 1945

1939 - filmato a colori della Germania nazista
BBC Audio Churchill 1 (traduzione 2 - 3
1940 W. Churchill: "This was their finest hour"
La vita di Winston Churchill (1874 - 1965)
Cabinet War Room
1939 - 1945: Timeline
Foto Seconda Guerra Mondiale
1940,10 Giugno: dichiarazione di guerra di Mussolini
The Great Crusade (cinegiornale USA 1945) finestra
Jux Box anni '40  1 - 2 - 3 - 4       1937: Lili Marlene
1940 "Mamma" -  1942 "La Strada nel Bosco"
Dicembre 1940: Raid aerei su Londra  1 - 2
1941, 7 dicembre: attacco a Pearl Harbour
1942 - "Casablanca"
1942, Conferenza di Wannsee
Cartine Offensiva in Italia: Anzio - cartina  Cassino
1944 - "cicalino" trasmissioni BBC per l'Europa occupata
1944 Americani a Roma

Album fotografico della Shoah (pdf)

Album fotografico anni '40
6 Giugno 1944: D-Day
D-Day - cartina militare del primo giorno dell'Invasione
6 Agosto 1945: Hiroshima
Berlino: 1936 - 1945, La caduta degli "dei"
1939 - 1945 - Grida dalla Terra: "le cifre"
1939 - 1945 - Grida dalla Terra: i Lager

Non possiamo quindi, in conclusione di questo breve excursus sulla portata delle elaborazioni di Albert Einstein, non soffermarci sulla questione più spinosa della sua vita, che si conclude nel 1955 dopo ulteriori, numerosissimi studi (che siamo costretti a tralasciare) e relativi successi. Una questione legata a doppio filo con la Storia, e con quel dramma planetario che siamo soliti chiamare Hiroshima e Nagasaki. Le sue considerazioni sull'energia nucleare, infatti, stanno alla base della costruzione dell'ordigno più potente e distruttivo che l'uomo abbia mai concepito. Tuttavia, lo scienziato  , accompagnate anche da una previsione che si rivelerà azzeccatissima: "Poiché prevedo che per lungo tempo l'energia atomica non costituirà un vantaggio, debbo dire che per ora essa rappresenta una minaccia. Forse è bene che sia così. Essa può spingere la razza umana a porre ordine nelle sue questioni internazionali: cosa che indubbiamente non farebbe senza la pressione della paura". Cinquant'anni di Guerra Fredda provano queste parole. Pure, ciò che viene imputato ad Einstein non è tanto l'aver innescato il processo che ha portato alla produzione di energia nucleare, quanto una questione molto più pratica che riguarda la sua partecipazione a quel consesso di menti superiori che, a Los Alamos, fabbrica l'Enola Gay, la bomba che il 6 agosto del '45 rade al suolo Hiroshima.

Einstein, a quel consesso, non partecipa in prima persona. Tuttavia, due sue lettere recapitate nel '39 e nel '40 al presidente americano Roosevelt lo invitano a considerare con urgenza l'ipotesi di convertire l'uranio in un elemento particolare, che poi vedremo essere l'energia atomica. Nella prima missiva si legge: "Certi aspetti della situazione sembrano richiedere vigilanza e, se necessario, una rapida azione da parte dell'amministrazione. (...) E' concepibile che bombe estremamente potenti di un nuovo tipo possano essere costruite. Una singola bomba di questo tipo, trasportata con una nave o fatta esplodere in un porto, potrebbe benissimo distruggere l'intero porto insieme a parte del territorio circostante". La seconda lettera è invece un ulteriore invito a riprendere alcuni esperimenti in materia falliti da un primo gruppo di scienziati convocati da Roosevelt, argomentata dalla necessità di porre fine il prima possibile alla devastante avanzata della Germania in Europa. 

La responsabilità, sulla questione dell'atomica, di Albert Einstein fa notizia più di quella di altri fisici che vi contribuiscono direttamente, per esempio Fermi o Oppenheimer. Einstein, infatti, si è da sempre proclamato pacifista. Lo abbiamo potuto comprendere nelle prime pagine di questo articolo, leggendo della sua avversione al servizio militare. E lo conferma in appassionante carteggio che si svolge tra il fisico e un altro grande scienziato, ma della psiche umana, Sigmund Freud. Al quale Einstein si rivolge per chiedere se sia possibile, un giorno, liberare l'uomo dalla fatalità della guerra, liberarne la psiche da tutta quella serie di desideri di volontà, potere, dominio che ne condizionano drammaticamente l'esistenza. 

Freud risponde che un desiderio simile è utopia. E, forse, l'atteggiamento dello stesso Einstein ne è la conferma. Di fronte all'atrocità della guerra, lo stesso scienziato è suo malgrado favorevole a un intervento dell'uomo che ponga fine, anche tragicamente, alla barbarie nazista. Anzi lo caldeggia. Certo, è sbagliato attribuirgli la paternità del disastro di Hiroshima. Tuttavia, non si può negare che determinate scelte di Einstein, anche se obbligate,  abbiano contribuito allo sviluppo del più terrorizzante pericolo che sia rimasto sospeso sul genere umano.