|
Il
mutamento si deve ad una nuova emergente classe dirigente che non ha più
nulla a che vedere con quella precedente. Non esistevano prima uomini con
industrie con 50.000 dipendenti che invece la guerra ha permesso ad alcuni
di loro in pochi anni di creare. Non esistevano grandi imprenditori che
potevano competere - come ora - con entrate pari e superiori persino allo
stesso Re.
Ora é questa la nuova classe dirigente, non ancora venuta allo scoperto,
ma che sta condizionando già la politica, e sta sbarazzandosi della
vecchia potente borghesia latifondista, baronale, quella che possiede
migliaia d'ettari improduttivi come simbolo di potere ma non ha liquidità
in tasca, quindi al tramonto, ininfluente e per nulla autorevole nella
nuova borghesia industriale che solo ora in Italia sta decollando, mutando
il territorio e spostando i baricentri del potere. Per farlo, la leva che
usa e che sposta ogni cosa a proprio favore é il capitale reale, non i
metri di pascolo.
Contemporaneamente in questo periodo avviene anche la fine del socialismo,
quello rivoluzionario e quello riformista, due correnti in lotta, che
chiamate ad operare in una fase storica di particolare complessità
falliscono entrambe l'utopistico obiettivo, senza aver capito il nuovo
processo di maturazione dell'Italia, che così cammina e corre su strade
nuove e impensate, per oltre due decenni.
L'anno 1921 é insomma l'anno delle grandi crisi. Nel sociale e nella
politica. Il protagonista assoluto con un lento processo di conversione
politica durato tre anni é BENITO MUSSOLINI, che trova l'humus ideale sia
nel terreno di una parte del proletariato e sia in quello dei produttori;
questi ultimi molto compatti.
Mussolini lo avevamo lasciato con alcuni cenni biografici nel 1911. Lo
ritroviamo in questo 1921 a mediare due epoche e ad un passo dal potere.
Vale la pena dunque ripercorrere velocemente alcune tappe di questi suoi
ultimi dieci anni.
Nel 1912 lo troviamo a dirigere l'organo del partito socialista L'Avanti,
dove, come un paladino
del proletariato, inizia il 7 gennaio 1913 una feroce campagna contro
"gli assassinii di Stato". Con indignazione si era scatenato per
gli incidenti mortali che si erano verificati durante gli scioperi dei
lavoratori che chiedevano miglioramenti salariali, riduzioni d'orari,
previdenze. Conflitti dove troviamo non solo una forte tensione sociale
fra padronato e operai, ma anche la prima forte spaccatura nei sindacati
socialisti, tra i riformisti e i rivoluzionari. Poi venne la ferale
notizia da Sarajevo e l'inizio di quella che si trasformò in una guerra
mondiale.
MUSSOLINI dallo stesso giornale, il 20 settembre 1914 lo troviamo prima
contro l'intervento in guerra dell'Italia, promuovendo perfino un
plebiscito pacifista. Subito dopo il 18 ottobre 1914 (l'articolo é una
"bomba") lo troviamo improvvisamente schierarsi a favore di una
"neutralità attiva e operante" che gli costa la radiazione dal
giornale e dal partito, il PSI. Un socialismo neutralista ad oltranza, che
già in crisi con la disgregazione dell'Internazionale socialista messo di
fronte alle scelte sull'intervento in guerra, che tutti ormai
consideravano imminente, li troviamo a schierarsi contro e a completare il
fallimento. Mussolini non é disposto ad accettare questo fallimento e le
limitate vedute di molti dirigenti.
L'idea che si é fatta Mussolini (ed é l'unico ad avere una lucidità) é
che la rivoluzione socialista é fallita prima ancora di iniziare, e mai
il socialismo potrà uscire dalla guerra, sia vinta o persa, con nuove
prospettive.
Le masse, i milioni d'individui, dopo aver combattuto potranno imporre
domani, a vittoria ottenuta, la propria pace alla borghesia con tutte le
carte in regola, perché avrà una propria forza autonoma per farlo. A
guerra persa invece la colpa sarebbe ricaduta solo sui socialisti, che la
guerra non la volevano. Insomma i socialisti erano dentro un vicolo cieco.
Il 15 novembre del 1914, dopo la radiazione all'Avanti,
MUSSOLINI fonda a Milano il Popolo
d'Italia (finanziato e
non del tutto disinteressatamente dalla Edison, dalla Fiat di Agnelli,
dall'Ansaldo dei fratelli Perrone ecc. ecc.) con un indirizzo
antisocialista, e con palesi appoggi all'irredentismo che va predicando
D'Annunzio. Il 6 maggio del 1915, Mussolini scrive "è l'ora",
poi abbandona non del tutto il giornale (terrà un diario di guerra fino
al febbraio 1917) e molto coerentemente con quello che ha scritto, si
offre volontario.
Non è il solo, parte D'Annunzio, parte Marinetti, e parte Cesare Battisti
che incita "tutti al fronte con la spada e col cuore", e in
agosto parte finalmente anche Mussolini.
Sul fronte Mussolini non ha la vita molto facile, sia con i soldati che lo
ritengono un interventista e sia con lo Stato Maggiore che diffidano di
questo ambiguo soggetto fino a ieri a sinistra come oppositore
all'intervento. Non si fidano. Senza tanti riguardi al suo diploma e al
suo mestiere di giornalista lo mandano al fronte, come soldato semplice.
Dopo 16 mesi di guerra, per quaranta giorni Mussolini é in trincea, sul
Carso, in prima linea sotto le granate austriache dove si guadagna perfino
il nastrino. Infatti, nel febbraio 1917 una sventagliata di schegge lo
colpisce. Resta gravemente ferito. Trascorre in stampelle quattro mesi
all'ospedale di Ronchi, dove nel portare conforto ai feriti troviamo una
visita del giovane Re, Vittorio Emanuele III, che certo non immagina, nel
preoccuparsi della salute e nello stringere la mano di quest'uomo che ha
davanti a sé, colui che fra soli 5 anni legherà il suo destino e quello
di Casa Savoia.
Dopo la convalescenza, MUSSOLINI rientra al giornale nel luglio 1917. Le
cose in Italia sono molto cambiate nel frattempo, l'interventismo, dopo
tre anni di guerra quasi inutili sul piano militare e politico é in
crisi, e sembra che il disfattismo socialista fra le masse trovi un buon
appoggio.
Ma non é così, Mussolini è attento, si accorge che le masse hanno avuto
uno scollamento dal socialismo e che questo (dopo la disfatta di Caporetto
del 24 ottobre) non può certo aspirare alla vittoria di una rivoluzione
con una guerra persa.
Alla fine la guerra non fu persa ma nemmeno vinta, passerà alla storia
come una "vittoria mutilata". Questo finale andò ancora di più
a complicare le cose. Non c'erano né vinti né potevano rallegrarsi i
vincitori. Quello che temeva e prevedeva Mussolini accadde come aveva
previsto e profetizzato. I socialisti in difficoltà più di prima su ogni
strato della popolazione, e nemmeno parlarne di poter avviare un dialogo
con i padroni, la recente esperienza russa ha creato una barriere di
totale incomunicabilità. Non esiste più spazio per i socialisti ,
Mussolini se ne convince ancora di più quando vede i pessimi risultati
della Rivoluzione Russa. Bello i soldati uniti al popolo! Bello il
collettivismo! Bello la distribuzione delle terre! Male invece i nuovi
dittatori statali nelle fabbriche e nelle campagne. Non era questo il
socialismo che Mussolini sognava da giovane. In Russia il
"padrone" autoritario e il grasso borghese zarista, usciva dalla
porta e rientrava dalla finestra con la nascente borghesia statale
autoritaria. Dimostrando subito i propri limiti e le incapacità a
organizzare uno Stato, ha dovuto richiamare in fretta e furia ai loro
posti dell'apparato burocratico gli stessi funzionari zaristi per riuscire
a sopravvivere ed evitare il fallimento.
Mussolini lo troviamo quindi a guardare in altre direzioni, é il momento
della sua "conversione". Finita la guerra, profondamente mutato,
soprattutto dopo una cocente sconfitta elettorale, lo ritroviamo in questo
1921 a guidare quel movimento politico che presto lo porterà al potere.
C'erano tutte le condizioni a favore: buona parte del proletariato senza
lavoro, il ceto medio deluso, la rabbia degli ex combattenti e la rottura
dentro le file dei cattolici. Ma c'era soprattutto la nuova borghesia
industriale che iniziava a combattere le feudali forze latifondiste che si
opponevano con forza a tutti cambiamenti. Analizziamole brevemente queste
condizioni.
Questo 1921 é l'anno della grande crisi dovuta proprio al dopoguerra. La
disoccupazione aumenta di sei volte rispetto l'anno precedente, già alta
(e con 4.593.000 gli scioperanti i due anni).
La riconversione dell'economia di guerra a una produzione di pace nella
sua lentezza e senza una guida governativa, provoca una disoccupazione che
sembra avere imboccato la strada dell'irreversibilità. A renderla
drammatica sono i debiti di guerra, con le banche in sofferenza. Le
industrie quindi sono senza capitali e con un mercato dei consumi che
precipita sempre di più a picco per la poca liquidità circolante nella
popolazione. Fra questa 4.500.000 di ex combattenti senza lavoro. Infine a
rischio perfino il rimborso dei prestiti di guerra sottoscritti dai
cittadini. Sono circa 200.000 i malcapitati tutti appartenenti alla classe
media. Tutti in preda quest'anno alla più nera disperazione: una mina
vagante questa categoria che vede lo Stato inadempiente e ha la netta
impressione di essere stata tradita. Quando il Tesoro fa i conti dei
debiti, i propri e quelli contratti con gli alleati, e le cifre sono di
dominio pubblico le speranze di riavere indietro i soldi sono quasi nulle.
Forse i pronipoti nel 1984; questa é la data degli impegni assunti con
l'Inghilterra e l'America per i rimborsi. Altro che guerra vinta!
La guerra ha provocato solo due fenomeni. 1) L'industria pesante ha
registrato un enorme sviluppo con la produzione bellica, che però é
andata a drenare e a convogliare tutte le risorse disponibili nel modo
più selvaggio, con scarsa considerazione sulla media impresa che è quasi
scomparsa. Ha accelerato così il processo di concentrazione sia
industriale sia bancario. Con quest'ultimo il legame con l'impero
industriale si é fatto sempre più stretto. A guerra finita, entrato in
crisi il primo, l'altro seguì la stessa sorte ma senza tanti traumi. Anzi
si prese il lusso con i capitali accumulati di far passare il potere dallo
Stato a questa nuova emergente borghesia, non aristocratica, ma
produttiva, persino da proteggere (vedi l'invio dell'esercito ai cancelli
della Fiat)
Avviene poi il secondo fenomeno che è l'effetto del primo: questa nuova
classe, ora chiamata dei "produttori", moderna e spregiudicata,
diventata forte, progressivamente esautora non solo i sindacati ma anche
la classe politica, ormai logora, antiquata, anacronistica, fatta di
conservatori, di aristocratici, e di borghesia nobile liberal-feudale
avversa ad ogni mutamento. La grande industria é costretta a scaricarla
se vuole andare avanti.
La nuova classe, poche famiglie, sono ora i padroni dell'Italia. D'ora in
avanti qualsiasi politico dovrà fare prima i conti con loro. Sono in
grado di crearli e anche di distruggerli. Di condizionarne le scelte
economiche, e gli indirizzi, visto che ormai diventati così potenti
dentro la grande industria e nelle grandi banche le due forze sono
diventate ormai una forza sola. La prima entrando di prepotenza sui
giornali fornisce i mezzi propagandistici ai politici che ora sono loro a
scegliersi, la seconda (dove i padroni sono gli stessi) con i suoi nodi
scorsoi sul credito, domina il resto della produzione nella media e
piccola impresa, spesso asservita, clientelare, utile solo per allargare
il "nuovo regno". Fa insomma quello che vuole, quando vuole, con
chi vuole, dove vuole. I politici in mano a loro d'ora in avanti saranno
solo dei fantocci. Le ideologie di questi, le droghe utili e necessarie
(quando servono al momento giusto) per avere la massa a servizio e
ottenere il consenso popolare sull'uomo che hanno scelto.
La cartina d'Italia, col "nuovo regno", se la prendiamo e
iniziamo a tracciare l'organigramma di questo nuovo potere e ad annotare
una ad una le nuove società industriali e finanziarie che orbitano come
satelliti, la rete che ne viene fuori é tale che vi troviamo imbrigliata
tutta l'economia nazionale.
Con il fascismo assisteremo alla grande concentrazione fra società e
banche: "Serve ed é necessario- dicono gli economisti dei
"Signori del Nord" - a trasformare l'apparato produttivo del
Paese in un modo razionale, a produttività e competitività molto forte.
E' una logica imprenditoriale ineccepibile, ma ha il rovescio della
medaglia: che diventa forte anche politicamente. L'avvento del fascismo
diventa utile, permette di fare i primi passi a questa egemonia
imprenditoriale, a fare le prime "prove d'orchestra" nel
retroscena, poi cinicamente sbarazzatosi del teatrante di turno, dal '45
in avanti sale prepotentemente sul "palco" a dirigere
l'orchestra intera e a mettere altri attori a recitare . L'organigramma
esce alla luce del sole e i Signori del Nord ne sono al vertice.
continua
Anibaldi.it Main Page
|