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ARGOMENTI DI MEDICINA CLINICA

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 Ultimo aggiornamento: 23.12.2013

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LE COMPLICANZE DEL DIABETE MELLITO

   

Negli ultimi anni le conoscenze nel campo della patogenesi del diabete mellito sono aumentate in maniera considerevole. La diversità dei meccanismi di insorgenza del diabete mellito di tipo I (IDDM) e di tipo II (NIDDM) hanno fatto prevalere il convincimento che si tratti di due distinte condizioni morbose che hanno in comune il fatto di provocare un innalzamento dei livelli glicemici. Ciò nondimeno, in ambedue i casi si riscontrano molteplici alterazioni a carico di numerosi organi ed apparati con interessamento micro e macrovascolare e compromissione delle strutture nervose.

Fondamentalmente queste manifestazioni sono dovute al deficit di attività insulinica ed alle turbe metaboliche ad essa correlate e pertanto sono da considerare delle "complicanze" della malattia diabetica. E' tuttavia possibile che al loro determinismo prendano parte anche fattori ereditari, considerato che, a parità di squilibrio metabolico, esse sono estremamente frequenti in alcune razze e rare in altre.

Nel trattare le "complicanze" del diabete mellito tralasceremo di considerare i vari tipi di coma che si possono osservare in corso di diabete mellito in quanto essi sono, a nostro parere, conseguenza diretta dello scompenso metabolico (complicanze acute) e pertanto fanno parte del quadro nosologico della malattia.

 

 

La microangiopatia diabetica

 

La vasculopatia tipica del diabete mellito è quella che colpisce i piccoli vasi (capillari, arteriole e venule) e che viene comunemente indicata col termine di "microangiopatia diabetica".

Questa interessa tutti i distretti dell'organismo, benché in alcune sedi, a causa della struttura e della funzione dell'organo colpito, dia luogo a quadri morfologici particolari; la sua frequenza raggiunge il 98% in pazienti adulti con diabete manifesto. Una correlazione diretta della incidenza e gravità delle lesioni microangiopatiche con la durata del diabete viene oggi ammessa dalla maggior parte dei ricercatori.

 

 

ALTERAZIONI DELLA MEMBRANA BASALE

 

L'aspetto fondamentale della microangiopatia diabetica è costituito dall'ispessimento della membrana basale del vaso di entità variabile e di regola proporzionale alla durata della malattia. La membrana basale ispessita può essere unilaminare o pluristratificata e l'endotelio può presentare sia processi degenerativi, fino alla completa scomparsa di tutti gli elementi cellulari, che fenomeni proliferativi di reazione. A queste lesioni si possono sovrapporre altri eventi, quali l'occlusione trombotica, la degenerazione e la fibrosi della parete vasale con eventuale dilatazione aneurismatica, ed associati processi essudativi e proliferativi nel tessuto circostante.

A livello delle arteriole è stata da tempo notata la deposizione di sostanza PAS-positiva in tutti gli strati della parete vasale e la proliferazione delle cellule endoteliali con riduzione, talvolta notevolissima, del lume vasale. Manifestazioni analoghe si osservano a carico delle venule.

E' noto che l'ispessimento della membrana basale dei capillari nei diabetici è ubiquitario, tuttavia bisogna tener presente che l'entità del fenomeno varia da una regione all'altra e che può essere notevolmente diversa anche in porzioni vicine degli stessi organi e tessuti. A queste alterazioni morfologiche si associano costantemente delle alterazioni funzionali che si esprimono con aumento della permeabilità capillare.

Col termine di membrana basale si intende una struttura specializzata extracellulare situata al di sotto delle cellule epiteliali ed endoteliali, che le separa tra di loro e/o dal tessuto connettivo dello stroma adiacente. Come è stato appurato da studi di microscopia elettronica, tutte le membrane basali hanno alcune caratteristiche istochimiche in comune, nel senso che fissano intensamente i coloranti specifici per i carboidrati e per i radicali anionici.

Dal punto di vista ultrastrutturale, le membrane basali quasi sempre appaiono come strutture trilaminari, costituite da una regione centrale elettrondensa ("lamina densa" o "lamina rara"). Qualora le membrane basali separino le cellule dalla matrice stromale, la regione elettrontrasparente a contatto con la membrana plasmatica è definita come "lamina lucida interna", mentre il lato opposto della lamina basale è identificato come "lamina sottobasale". Lo spessore relativo di tali regioni varia in maniera notevole tra le membrane basali dei differenti tipi di tessuto, nonché in funzione dell'età.

Tutte le membrane basali agiscono da sostegno per le cellule differenziate e regolano la filtrazione selettiva. In alcuni distretti, quali la membrana basale glomerulare e quella dei capillari cerebrali, le funzioni di permeoselettività sono particolarmente sviluppate e specializzate. Pertanto le membrane basali avranno componenti biochimici in comune che serviranno a compiere le funzioni di sostegno, ed altri componenti biochimici che servono alla funzione specifica.

Studi sulla composizione delle membrane basali di varia origine indicano che esse contengono glicoproteine collageniche e non collageniche, così come proteoglicani solforati. Gli aminoacidi quali l'idrossiprolina e l'idrossilisina si trovano quasi esclusivamente nel collageno e la loro presenza è considerata un marker per queste proteine.

Studi con anticorpi specifici hanno permesso di stabilire che il collageno che forma la membrana basale è il collageno di tipo IV. Questo tipo di collageno è caratterizzato da un alto contenuto di 3-idrossiprolina, da un basso contenuto di alanina e da un elevato contenuto di lisilidrossiprolina, rispetto ad altri tipi di collageno. Più del 70% dei residui di idrossilisina sono sostituiti con un disaccaride: il galattosil-glucosio. Questo elevato contenuto di esosi neutri associati alla idrossilisina è una caratteristica del collageno di tipo IV.

Le molecole di procollageno nel collageno di tipo IV si aggregano a gruppi di quattro assumendo una struttura raggiata, denominata "a forma di ragno" (fig.01x). Ciascuno dei raggi di tale struttura si mette a contatto con l'analogo di una struttura vicina formando così un reticolo. Questa struttura fibrillare aperta, a forma di reticolo, facilita le interazioni con le altre componenti collageniche e non collageniche della membrana basale. Le altre principali glicoproteine che costituiscono la membrana basale sono: la lamina, la fibronectina, l'endactina e la vinculina, che si dispongono nella membrana basale come schematizzato nella figura 2.

Gli altri principali costituenti della membrana basale sono rappresentati dai glicosaminoglicani (GAG). I GAG sono lunghe catene non ramificate di polisaccaridi formate dalla ripetizione di un disaccaride. I GAG possiedono un numero elevato di cariche negative dovute alla presenza di gruppi solforici o carbossilici, o di entrambi, su molti dei residui monosaccaridici. Sono stati identificati sette gruppi di glicosaminoglicani: l'acido ialuronico (l'unico nei cui monomeri non sono presenti gruppi solfato), il condroitin-4-solfato, il condroitin-6-solfato, il dermatan-solfato, l'eparan-solfato, l'eparina ed il cheraton-solfato.

I GAG nella forma definitiva si legano con legami covalenti a residui di serina di una proteina, per formare molecole di proteoglicani; sotto tale forma si ritrovano nella matrice cellulare. I proteoglicani sono molto diversi dalle tipiche glicoproteine.

Le glicoproteine generalmente contengono dall'1 al 60% in peso di carboidrati sotto forma di catene oligo-saccaridiche, relativamente brevi, ramificate e di composizione variabile, che terminano spesso con un residuo di acido siliaco.

I proteoglicani invece, hanno un peso molecolare intorno ad alcuni milioni di dalton e contengono di solito dal 90 al 95% in peso di carboidrati sotto forma di catene di GAG lunghe e non ramificate, generalmente senza residui di acido siliaco. Le catene dei GAG, tendono ad attrarre grandi quantità di acqua, formando così dei gel idratati anche a concentrazioni molto basse, ed è proprio per questa loro capacità che la sostanza fondamentale tende a rigonfiarsi in modo da essere resistente alle forze di compressione. Per la loro conformazione porosa ed idratata, le catene di GAG permettono la rapida diffusione di molecole idro-solubili, la migrazione delle cellule ed altre funzioni cellulari. Nella membrana basale si pensa che essi siano in grado di formare gel contenenti pori di dimensioni e densità di carica variabili, funzionando così da setacci per regolare gli spostamenti di molecole secondo le loro dimensioni c/o carica. I GAG, infatti, si pongono a ponte tra le molecole di fibronectina ed occupano gli spazi liberi che restano tra membrana plasmatica cellulare e fibrille collageniche della lamina densa (fig.02x).

Va infine rammentato che i vari componenti della membrana basale non vengono sintetizzati solo ad opera delle cellule connettivali (fibroblasti), ma vengono prodotti anche da parte delle cellule endoteliali ed epiteliali del distretto interessato.

Il problema patogenetico della microangiopatia diabetica è ancora estremamente dibattuto. Nel trattare l'argomento occorre distinguere fra patogenesi dell'aumento di spessore della membrana basale dei microvasi (Capillary Basement Membrane Thickening o CBMT) e patogenesi delle altre componenti della microangiopatia.

 

 

PATOGENESI DELL'AUMENTO DI SPESSORE DELLA MEMBRANA BASALE DEI CAPILLARI

 

Gli eventi patogenetici che portano alla formazione del CBMT sono complessi e coinvolgono diversi tipi cellulari a livello microvascolare. Certamente gli eventi biochimici più importanti avvengono a livello interstiziale, dove cellule residenti (periciti, cellule mesangiali) e cellule non residenti (macrofagi) interagiscono attraverso numerosi meccanismi.

Sicuramente molta attenzione meritano le modificazioni del metabolismo tissutale, le turbe del trasporto di ossigeno, i processi istoreattivi, le alterazioni lipidiche del sangue e le anomalie di alcune funzioni endocrine.

 

 

Turbe del metabolismo tissutale

 

Grande importanza viene attualmente attribuita alle turbe del metabolismo tissutale nel determinismo della CBMT del diabetico. I principali meccanismi biochimici che concorrono a determinare la patogenesi della microangiopatia sono i seguenti: a) l'attivazione della via metabolica dell'aldoso-reduttasi con accumulo di polioli; b) la via del diacilglicerolo-proteinkinasi C; c) la glicazione non enzimatica; d) i potenziali redox e lo stress ossidativo.

La via dell'aldoso-reduttasi e dei polioli. Il glucosio può essere convertito in sorbitolo nella maggioranza delle cellule dall'enzima aldoso-reduttasi, che può utilizzare gli esosi come substrato per la riduzione, attraverso il NADPH, ai loro rispettivi alcool zuccheri (polioli). In corso di iperglicemia cronica si attiva l'aldoso reduttasi che fa accumulare sorbitolo nei tessuti abbassando i livelli di mioinositolo. Una volta formatosi, il sorbitolo non diffonde attraverso le membrane e quindi si elevano i suoi livelli cellulari; le cellule, così, possono subire un danno osmotico. Gli elevati livelli di glucosio e sorbitolo competono con la captazione di mioinositolo nei tessuti e il conseguente abbassamento dei livelli del pool cellulare di mioinositolo può determinare una alterazione dei segnali intracellulari.

La via del diacilglicerolo-proteinkinasi C. L'iperglicemia provoca un aumento dell'attività cellulare della proteinkinasi C (PKC) come conseguenza dell'aumentata de novo sintesi di diacilglicerolo dal glucosio. La PKC è implicata in molte funzioni cellulari e la sua attività, stimolata dall'iperglicemia prolungata, può essere danneggiata. La PKC è coinvolta nella regolazione di una vasta gamma di funzioni vascolari quali la permeabilità, la contrattilità, la coagulazione, il flusso sanguigno capillare, l'azione ormonale, il metabolismo della membrana basale, la sintesi e l'azione dei fattori di crescita; tutte queste funzioni sono state alterate nei diabetici. Le alterazioni della PKC si accompagnano, negli organi bersaglio delle complicanze diabetiche, ad un aumento dei livelli di diacilglicerolo (DAG). Le alterazioni della PKC e del DAG non sono mediate né dall'alterazione osmotica, né dall'azione degli inibitori dell'aldoso-reduttasi, e quindi il loro meccanismo patogenetico resta da chiarire.

 

La via della glicosilazione non enzimatica delle proteine. Il glucosio ed il fruttosio possono reagire in maniera non enzimatica con i gruppi aminici delle proteine, lipidi ed acidi nucleici formando basi di Shiff prontamente reversibili ed i prodotti di Amadori più lentamente reversibili. Questi ultimi possono andare incontro ad autossidazione, con formazione di radicali liberi e di prodotti terminali non-reattivi, o a riarrangiamento, con formazione di prodotti intermedi che possono andare incontro ad ulteriore trasformazione per formare molecole irreversibili chiamate prodotti terminali di avanzata glicosilazione (AGE). La formazione di AGE produce tre tipi di conseguenze: 1) crosslinking delle proteine extracellulari; 2) alterate interazioni cellule-matrice; 3) modificazione della struttura e funzione del DNA. La presenza di queste molecole alterate nell'interstizio richiama i macrofagi che hanno sulla loro superficie recettori per gli AGE e l'interazione tra AGE e recettori macrofagici determina la liberazione di citochine e fattori di crescita che concorrono alla proliferazione cellulare ed alla produzione di matrice extracellulare.

 

Alterazioni dei potenziali redox e stress ossidativo. L'eccesso di produzione di glucosio attraverso vie enzimatiche e non enzimatiche genera una aumentata produzione di radicali liberi. Essi esplicano il loro effetto soprattutto sugli acidi grassi polinsaturi, di cui è ricca la membrana cellulare, le lipo-proteine circolanti ed i polipeptidi glicati. Nel diabete è stata riscontrata una aumentata attività di radicali liberi che può correlare con la presenza e la gravità della retinopatia. Di recente, l'uso di sostanze con azione antiossidante quali la vitamina C ed E nonché il glutatione ridotto e la quercitina sembrano trovare spazio nella prevenzione della comparsa e nella progressione delle complicanze croniche del diabete mellito.

 

Da quanto precedentemente è stato esposto sulla composizione della membrana basale risulta evidente il ruolo preponderante che hanno gli esosi nella composizione della membrana basale. E' quindi comprensibile che l'esposizione delle cellule per prolungati periodi ad elevate concentrazioni di glucosio possa produrre una alterazione delle glicosilazioni enzimatiche e non enzimatiche delle proteine. Questo avviene soprattutto in quei tessuti in cui l'insulina non è indispensabile al trasporto intracellulare del glucosio. In questi tessuti vi è una libera permeabilità al glucosio ed a causa della iperglicemia si determina una elevata concentrazione intracellulare di glucosio nel loro contesto. E' noto anche che le cellule endoteliali, produttrici della membrana basale, sono liberamente permeabili al glucosio e che pertanto la sua utilizzazione all'interno della cellula è strettamente regolata dalla concentrazione del glucosio stesso nell'interstizio. Due sono gli effetti che questo fenomeno può provocare sulla sintesi della membrana basale. Il primo riguarda la glicosilazione della idrossilisina nella catena peptidica a livello dell'apparato di Golgi. L'iperglicemia altera in maniera significativa la regolazione della sintesi dei disaccaridi della membrana basale con conseguente più elevato tenore di glicosilazione delle proteine. Il secondo effetto è a livello della sintesi e del metabolismo delle proteine della membrana basale. Infatti, fibroblasti coltivati in un mezzo contenente elevate concentrazioni di glucosio aumentano significativamente la sintesi del collageno. Anche qualitativamente il collageno prodotto in concentrazioni elevate di glucosio risulta alterato, e contiene quantità quasi doppie di idrossiprolina rispetto ai controlli.

A livello renale è stata anche riscontrata in corso di iperglicemia diabetica una riduzione dell'attività beta-galattosidasica glomerulare con conseguente riduzione del catabolismo delle proteine. Questo è aggravato dal fatto che la maggiore glicosilazione può ridurre anche la sensibilità delle proteine all'azione enzimatica delle proteasi. Infine, nella malattia diabetica vi è incremento degli inibitori dell'attività proteasica e ciò favorisce l'accumulo di tali proteine abnormemente glicosilate.

Un'altra lesione metabolica importante nella patogenesi della microangiopatia diabetica consiste nell'attivazione, in presenza di elevate concentrazioni di glucosio, dell'aldoso-reduttasi. Questo enzima catalizza la trasformazione degli esosi in sorbitolo; tale molecola difficilmente supera la membrana plasmatica, si accumula nella cellula intracellulare e porta in essa ad un accumulo di acqua e sali (vedi anche nella patogenesi delle altre complicanze).

Il quadro fisiopatologico descritto fino ad ora trova ampio riscontro nei dati relativi alla composizione della membrana basale nei soggetti diabetici. Essa infatti è alterata nei suoi costituenti a livello di vari organi ed apparati. Se esaminata al microscopio ottico, la membrana basale dei microvasi risulta ispessita e vi si nota un accumulo di materiale PAS positivo. Tale alterazione è riscontrata anche al microscopio elettronico dove si osserva una maggiore ampiezza delle maglie del reticolo fibrillare del collageno di tipo IV, dato che ci rende ragione dell'accresciuta permeabilità capillare con perdita di proteine. L'alterazione nella composizione qualitativa e quantitativa dei GAG ha come conseguenza una modificazione delle cariche negative che sono importanti nel trasporto delle proteine sulla base della loro carica elettrica.

 

 

Turbe del trasporto di ossigeno, ipossia tissutale e processi istoreattivi

 

Nel diabete mellito sia clinico sia sperimentale è stato osservato uno spiccato aumento dei valori plasmatici dell'Hb-A1C, una variante dell'Hb-A che presenta glucosio, od un esoso analogo, legato alla molecola. Questa emoglobina, che nel soggetto normale costituisce il 5% dell'emoglobina totale, e si ritrova invece nei diabetici in quantità assai superiore, presenta una affinità per l'ossigeno molto maggiore di quella dell'Hb-A; il suo aumento nel soggetto diabetico può compromettere la cessione dell'ossigeno ai tessuti, concorrendo in parte, a determinare quella condizione di relativa ipossia tissutale che da tempo è stata riconosciuta in questi pazienti. La glicosilazione dell'Hb-A e quindi la sua trasformazione in Hb-A1C è direttamente correlata con livelli glicemici. E' da rilevare altresì che gli scambi gassosi fra circolo e tessuto possono essere ostacolati nel diabetico, anche nelle fasi precoci della malattia, dall'edema interstiziale conseguente all'aumento della permeabilità capillare e dalla macroangiopatia stenosante. Che tale condizione sia in grado di determinare, o concorrere a determinare, la microangiopatia sembra dimostrato dall'alta prevalenza delle alterazioni microvascolari in vicinanza delle aree retiniche di non perfusione. Del resto un ispessimento della membrana basale dei microvasi si osserva costantemente, anche se in grado minore che nel diabetico, nei soggetti portatori di arteriopatia cronica obliterante a livello dei tessuti ischemici.

I meccanismi attraverso i quali l'ipossia può indurre l'aumento di spessore della membrana basale dei capillari sono probabilmente di vario ordine. Bisogna comunque ricordare che l'ipossia causa una sofferenza cellulare di grado variabile fino alla necrosi cellulare, e da questi eventi si determina una liberazione di fattori di crescita o citochine responsabili di complicanze microvascolari a diversi livelli, come descritto in dettaglio nella descrizione delle complicanze distrettuali.

 

 

Alterazioni lipidiche del sangue

 

L'iperlipemia non risulta chiaramente correlata con la frequenza della microangiopatia. Tuttavia è probabile che questo fattore possa aggravare l'entità del CBMT quando già l'aumento di spessore si è manifestato.

L'effetto aggravante, ma non determinante, delle turbe lipidiche plasmatiche potrebbe trovare la sua spiegazione nella perdita della permeabilità selettiva della membrana basale ispessita che permetterebbe il transito attraverso la membrana capillare di lipidi plasmatici in quantità eccessiva ed il loro accumulo nella parete del vaso.

 

 

Fattori endocrini

 

Il fattore endocrino che sembra avere importanza nel determinismo dell'ispessimento della membrana basale dei microvasi è l'ormone della crescita (GH). Gli elementi per i quali viene sostenuto che il GH svolge un ruolo nel determinismo della CBMT sono costituiti da una serie di esperimenti pionieristici nei quali veniva rilevato un marcato miglioramento della microangiopatia diabetica, specie a livello retinico dopo ipofisectomia, impianto intrasellare di 90Y od irradiazione dell'ipofisi e dalla constatazione che la concentrazione sierica giornaliera di GH è significativamente più alta della norma nei soggetti affetti da diabete mellito. Il tasso ematico di questo ormone è scarsamente abbassato nei diabetici dal carico glucidico, mentre aumenta significativamente dopo lo sforzo. Infine l'assenza di alterazioni dei microvasi nei nani ateliotici diabetici somatoprivi è un'ulteriore conferma per questa ipotesi. Risulta anche che la somministrazione di GH può determinare nell'animale normale le alterazioni delle cellule mesangiali renali caratteristiche del ratto diabetico ed indurre uno spiccato aumento di spessore della membrana basale glomerulare; inoltre questo ormone induce una spiccata proliferazione in vitro delle miocellule della parete aortica. E' probabile che nel determinare l'accresciuta sintesi della membrana basale dei microvasi l'ormone GH svolga azioni combinate e coordinate con gli effetti dell'iperglicemia. Negli ultimi tempi si è visto che la presunta azione del GH può essere dovuta ad un coinvolgimento dell'Insulin Like Growth Factor 1 la cui produzione a livello retinico è alterata in corso di iperglicemia e che provoca in vitro proliferazione cellulare e sintesi dei componenti della membrana basale.

 

 

 

PATOGENESI DELLE ALTRE COMPONENTI DELLA MICROANGIOPATIA

 

L'ispessimento della membrana basale è certamente la più precoce e costante espressione della microangiopatia, ma non è l'unico aspetto della compromissione microvascolare nel diabete mellito. Specialmente dopo la fase iniziale altre modificazioni si presentano sia a carico dei capillari sia delle arteriole e delle venule, quali la proliferazione delle cellule endoteliali o la riduzione delle medesime, la stenosi del lume vasale fino alla sua completa scomparsa, l'infiltrazione di fibrina e/o di materiale lipoproteico nelle pareti dei vasi arteriosi e venosi, la dilatazione aneurismatica e l'occlusione trombotica.

Questi fenomeni, che non sono costanti e sono di gravità variabile nei singoli soggetti e nei differenti settori corporei, hanno particolare importanza nel condizionare l'evoluzione della microangiopatia e nel determinare la compromissione funzionale delle diverse strutture ed organi.

L'iperplasia endoteliale sembra da ascriversi a fattori metabolici ed in particolare all'iperglicemia, all'ipossia ed all'acidosi; la desquamazione endoteliale, che si osserva con maggior frequenza in vicinanza di aree di necrosi ischemica, ma non esclusivamente, è forse da considerarsi prevalentemente legata al deficit di apporto di O2; la fibrosi delle pareti arteriolari e venose è correlata in parte con l'azione di enzimi lisosomiali immessi nello spazio interstiziale per la sofferenza ischemica e metabolica degli elementi cellulari ed in parte con la deposizione di fibrina nella parete stessa; la presenza di fibrina e di materiale lipoproteico è conseguente all'aumento della permeabilità capillare ed alla sua perdita di selettività; la frequenza delle trombosi è favorita dalla condizione trombofilica del diabete. Sull'importanza di quest'ultimo fattore è stata richiamata insistentemente l'attenzione negli ultimi tempi.

Le componenti finora identificate di questa condizione trombofilica nel diabetico sono: alcune turbe della funzione piastrinica, la riduzione di alcuni inibitori fisiologici della coagulazione e la deficiente attività fibrinolitica.

Per quanto riguarda il primo punto è accertata la presenza di un grado notevole di iperadesività ed iperaggregabilità piastrinica sia in vitro sia in vivo, la diminuzione della velocità di disaggregazione delle medesime e la riduzione del loro ,tempo di sopravvivenza. E' stato inoltre dimostrato un aumento del contenuto piastrinico in acido arachidonico, precursore di endoperossidi prostaglandinici e trombossano A2, ad attività proaggreganti. Per quanto riguarda gli altri punti è stata dimostrata una notevole diminuzione nei diabetici dell'antitrombina III, con aumento dei fattori della coagulazione I, V e VIII; inoltre sono aumentati costantemente alcuni fattori inibitori della coagulazione (alfa1-antitripsina e beta2-macroglobulina) come indice di una condizione di ipercoagulabilità. Si è constatata altresì una evidente ipoattività fibrinolitica, sia spontanea sia da stasi venosa, ed è stata segnalata una ridotta liberazione di attivatore del plasminogeno dalle cellule endoteliali, con normali e bassi tassi endocellulari del medesimo.

Questa condizione trombofilica può facilmente portare, in concomitanza di altri fattori, a trombosi microvascolare e correlata ischemia tissutale, caduta delle cellule endoteliali, comparsa di essudati, emorragie ed impregnazione di fibrina sia della parete vasale che dei territori circostanti con conseguente fibrosi. La formazione del trombo può d'altra parte essere facilitata dai tassi più bassi della norma di prostaciclina riscontrati nei diabetici a livello endoteliale, dalla non rara segmentale assenza del rivestimento endoteliale dei microvasi e dalla aumentata viscosità ematica. Quest'ultima è stata più volte documentata e viene attribuita alle modificazioni sieroproteiche. Conseguenza diretta di questa modificazione è oltre all'aumento della viscosità plasmatica anche l'aumentata aggregabilità eritrocitaria. I livelli di glicoproteine circolanti sono proporzionali ai livelli glicemici e si riducono notevolmente quando il paziente torna in buon equilibrio. Anzi, il dosaggio delle proteine glicate nel sangue, in genere la fruttosammina, è stato introdotto recentemente come un indicatore del controllo metabolico a breve termine (alcuni giorni), da affiancarsi a quello oramai consolidato dell'emoglobina glicosilata, che misura il controllo metabolico medio nei 2 mesi precedenti l'esame. E' inoltre probabile che nel determinismo dell'iperviscosità, e conseguentemente della facilitazione della trombosi, specie a livello dei piccoli vasi, intervengano l'aumento dell'aggregabilità eritrocitaria e la ridotta deformabilità delle emazie osservate nel diabetico.

Le anomalie della aggregabilità eritrocitaria sono correlate con i livelli di emoglobina glicosilata circolante. D'altra parte è noto che gli eritrociti dei soggetti diabetici sono meno deformabili di quelli dei soggetti normali, e tale anomalia è correlata con il livello di controllo metabolico della malattia. Il fenomeno è da riportarsi ad un'aumentata glicosilazione delle proteine di membrana ed è associata ad un elevato grado di viscosità della membrana eritrocitaria.

La formazione del trombo può essere inoltre determinata, in presenza della sopradescritta condizione trombofilica, da molti altri fattori, ed in particolar modo dall'acidosi diabetica, dall'aggravarsi dell'ipossia e dagli stati infettivi. Lo scompenso metabolico determina un effetto lesivo a carico dell'endotelio, aumenta la viscosità ematica, incrementa l'ipossia tissutale, induce l'accumulo di metaboliti acidi vasoattivi e la immissione nell'interstizio di enzimi lisosomiali.

 

 

La nefropatia diabetica

 

La patologia renale correlata con il diabete mellito è costituita dalla glomerulopatia diabetica, dall'arteriosclerosi delle arterie renali, dalle lesioni tubulari e dall'infezione delle vie urinarie con conseguente pielonefrite. Spesso, il quadro anatomopatologico è costituito dalla combinazione dei segni di glomerulosclerosi, pielonefrite e arteriosclerosi.

La nefropatia è una delle più gravi complicanze del diabete mellito.

Dai rilievi compiuti sulla numerosa casistica della Joslin Clinic risulta infatti che la nefropatia rappresenta la causa di morte del 9% dei diabetici, globalmente considerati. Lo studio comparativo dimostra che la mortalità per nefropatia è nei diabetici di ben 17 volte superiore a quella che si riscontra in una popolazione di non diabetici.

La frequenza dei reperti anatomici di nefropatia nei diabetici è molto elevata. Tipici reperti patologici sono stati riscontrati nel 75% dei soggetti diabetici sottoposti a biopsia renale. Tuttavia la frequenza dei segni clinici di compromissione renale è assai minore.

I fattori etiologici che sembrano avere importanza nel determinismo della nefropatia diabetica sono gli stessi già esaminati nel capitolo della microangiopatia diabetica. Particolare valore è pertanto attribuito dalla maggior parte degli Autori all'iperglicemia derivante dalla deficienza dell'attività insulinica ed alle sue conseguenze in considerazione del fatto che tipiche lesioni renali diabetiche sono state osservate in soggetti con diabete pancreatico e con emocromatosi, come pure nel diabete da allossana o dopo pancreasectomia totale. Un fattore che sembra decisamente influenzare la frequenza e la gravità della compromissione renale è la durata del diabete, in quanto il numero dei soggetti con reperti bioptici e sintomatologia clinica caratteristici della compromissione aumenta col progredire degli anni dall'inizio del diabete.

 

Le fondamentali lesioni anatomopatologiche del rene diabetico sono costituite da:

 1) la lesione nodulare, caratterizzata dalla presenza di una o più masserelle jaline rotondeggianti e fortemente PAS-positive, situate al centro di un lobulo periferico del glomerulo; l'incidenza di questa lesione è diversamente valutata dai vari Autori: dal 25 al 60%;

 2) la glomerulosclerosi diffusa, che consiste in un ispessimento diffuso della membrana basale; questo quadro è più frequente della forma nodulare;

 3) la lesione essudativa, la meno specifica delle tre, che è ad insorgenza tardiva ed è caratterizzata dalla presenza di lesioni essudative (cappe fibrinoidi) e di gocce capsulari (o ialine). Queste ultime sono formazioni rotondeggianti, di composizione simile alle cappe fibrinoidi, che si ritrovano sul versante epiteliale nella capsula di Bowmann.

Un'altra caratteristica del rene diabetico è costituita dalle gravi lesioni delle arteriole preglomerulari con marcata stenosi del lume vasale.

La microscopia elettronica ha evidenziato particolari aspetti della nefropatia diabetica. L'alterazione fondamentale è costituita dall'ispessimento della membrana basale del glomerulo; nelle fasi più avanzate lo spessore della membrana basale è anche di sei volte superiore alla norma. I pedicilli sono in alcuni casi parzialmente fusi e possono, nei casi più avanzati, risultare del tutto assenti. E' stata rilevata una correlazione positiva tra spessore della membrana basale e durata del diabete.

La patogenesi della nefropatia diabetica si identifica con quella della microangiopatia. Occorre peraltro ricordare come nel rene l'insulina non sia indispensabile al trasporto del glucosio e quindi l'iperglicemia che si instaura come conseguenza della carenza insulinica, o della sua inefficienza funzionale, produce un rapido aumento dei tassi del glucosio a livello delle cellule renali. Le conseguenze sono molteplici: si assiste ad un aumento delle glicosilazioni enzimatiche e non enzimatiche delle proteine che, assieme all'aumento dei radicali liberi, determina un primo danno delle cellule endoteliali. Ne deriva una diminuzione della sintesi dei GAG, con riduzione delle cariche negative, ed al tempo stesso un ispessimento della membrana basale con allargamento dei pori delle maglie del connettivo reticolare. L'azione di filtrazione glomerulare comporta in queste condizioni passaggio di proteine che prima venivano trattenute. La perdita avviene prima in base alla carica delle proteine, con perdita preferenziale delle proteine a carica anionica, e successivamente in base al peso molecolare, con perdita di proteine gradatamente di peso più elevato. Anche l'attivazione dello shunt dei pentoso-fosfati, la diminuzione della sintesi del mioinositolo e la diminuzione dell'attività ossidoriduttiva concorrono alla genesi del danno iniziale della cellula endoteliale. Gli elevati livelli di glucosio determinano inoltre un aumento della reattività piastrinica con aumento della produzione di trombossano A2 e diminuzione della sintesi di prostaciclina. Da ciò consegue una iperaggregabilità piastrinica facilitata dall'aumento del fattore VIII e dalla diminuzione della fibrinolisi, con conseguenti microtrombosi, ischemia tissutale e liberazione di fattori di crescita che concorrono alla genesi della microangiopatia. Un ulteriore meccanismo invocato nella patogenesi della nefropatia diabetica è quello della alterazione del sistema di controtrasporto sodio-litio. Questo genera un aumento del sodio intracellulare ed un'alterazione del pH (alcalinizzazione), che a loro volta sono causa del danno della cellula endoteliale del glomerulo.

Anche i fattori di crescita sono coinvolti nella patogenesi della sofferenza glomerulare diabetica. Quelli maggiormente implicati sono l'Insulin Like Growth Factor 1, il Tumor Necrosis Factor ed il Vascular Endothelial Growth Factor. Recenti esperimenti, anche del nostro gruppo, sembrano far pensare che il TNF-beta sia il principale fautore della sintesi di matrice extracellulare mesangiale, mentre l'IGF-1 sarebbe implicato anche nella proliferazione delle cellule mesangiali.

Dal punto di vista clinico non è facile inquadrare la nefropatia diabetica, principalmente per la scarsità dei sintomi, segni clinici e reperti di laboratorio, nelle fasi precoci. Si deve inoltre precisare che la nefropatia diabetica ha tempi di insorgenza e velocità di progressione diversi nei due tipi di diabete; questo è da attribuirsi a vari fattori quali: a) età di insorgenza, che è notevolmente più bassa nel tipo I; b) periodo di latenza, che manca nel tipo I e che è molto variabile nel tipo II; c) malattie intercorrenti quali ad esempio l'ipertensione che nel tipo II può precedere la comparsa del diabete. Una classificazione che consente un buon inquadramento clinico della nefropatia diabetica è quella prospettata da Mogensen nel 1983 ed accettata a tutt'oggi dalla stragrande maggioranza degli studiosi. In questa classificazione che è stata studiata nei diabetici di tipo I si identificano 5 fasi o stadi.

Nel primo stadio si assiste ad una iniziale ipertrofia-iperfunzione del rene, già presente al momento della diagnosi di diabete mellito. Il rene è aumentato di volume, con aumento del volume glomerulare ed ipertrofia-iperplasia del nefrone. Il filtrato glomerulare è molto aumentato (aumento della clearance creatininica), la perdita di albumina è rilevabile con la tecnica della microalbuminuria, e la pressione arteriosa è normale.

Nel secondo stadio si ha il danno renale senza segni clinici: questo inizia dopo circa 2 anni dalla diagnosi di diabete mellito. Compare l'aumento dello spessore della membrana basale e l'aumento del mesangio. Il filtrato glomerulare è aumentato, l'escrezione di albumina è normale o comincia a comparire la microalbuminuria, la pressione arteriosa è normale.

Nel terzo stadio si assiste alla comparsa della incipiente sintomatologia clinica della nefropatia diabetica, e questo si instaura tra i 10 e i 15 anni di malattia diabetica. Il quadro istologico renale è immutato rispetto allo stadio 2, ma il filtrato glomerulare è normale, è presente una micro- o macroalbuminuria e la pressione si fa modicamente elevata.

Nel quarto stadio si ha la nefropatia diabetica clinicamente conclamata che compare dopo i 15-20 anni di malattia. Il reperto istologico è caratterizzato da glomerulosclerosi diffusa e nodulare, si assiste ad assottigliamento e fibrosi capsulare con ialinosi arteriolare. Il filtrato glomerulare è ridotto, l'escrezione di albumina fortemente aumentata e la pressione arteriosa elevata.

Il quinto stadio è quello della insufficienza renale terminale, con esito finale dopo 25-30 anni di malattia; questo è dominato da un quadro di sclerosi glomerulare. Il filtrato glomerulare è fortemente ridotto, così come è ridotta la escrezione di albumina, mentre si assiste in genere ad un cospicuo aumento della pressione arteriosa con quadri di vera e propria ipertensione maligna.

Questi ultimi stadi sono pertanto caratterizzati da proteinuria cospicua, edemi diffusi, insufficienza renale ed ipertensione arteriosa grave, complesso sintomatologico che costituisce la "sindrome di Kimmelstiel e Wilson".

 

I tempi di latenza delle varie fasi sopra descritte sono stati studiati nel diabete mellito di tipo II, i tempi di latenza sono molto più variabili in relazione a vari fattori (età di insorgenza, periodo precedente le anomalie manifeste del ricambio dei carboidrati ecc.).

Si deve ricordare che la proteinuria è all'inizio irregolarmente presente (soltanto dopo strapazzo fisico od alimentare, dopo un episodio febbrile ecc.), e successivamente diviene stabile; che gli edemi possono essere modesti, che la riduzione della clearance renale è precoce, ma si aggrava di regola lentamente negli anni. Questo dato spiega la ragione per la quale, pur essendo precoci le alterazioni anatomopatologiche del rene, i diabetici vengono a morte più frequentemente per altre complicanze della malattia piuttosto che per insufficienza renale.

Nel determinismo e nell'evoluzione della insufficienza renale clinicamente manifesta i fattori infettivi giocano un ruolo importante.

E' noto che il diabete mellito favorisce l'instaurarsi ed il cronicizzare dei processi infettivi. Questa condizione di minore resistenza alle infezioni è da correlarsi con il deficit di funzionalità granolucitaria e con la depressione della reattività immunologica cellulare presenti in questi pazienti.

Fra i processi infettivi cronici, riscontrati nei diabetici, particolare frequenza hanno le infezioni delle vie urinarie. I dati riguardanti l'incidenza di questo tipo di infezioni sono assai variabili, il che è in parte dovuto alla diversità dei criteri di valutazione dei reperti riscontrati. Alcuni Autori hanno osservato la presenza in un numero elevato di diabetici di batteriuria clinicamente silente, altri invece non hanno riscontrato differenze sensibili rispetto a soggetti di controllo. Più alta sarebbe l'incidenza della leucocituria nei diabetici, quale indice di pielonefrite cronica.

Che un processo pielonefritico cronico possa precipitare nel diabetico l'insufficienza renale è comprensibile se si considera che tale condizione è già di per sé in grado di ridurre l'efficienza dell'organo e può accentuare l'effetto di quei fattori che sono responsabili della nefrosclerosi intercapillare. La compromissione delle arteriole preglomerulari è di particolare importanza. La ialinosi di queste arteriole, con la conseguente riduzione del lume vascolare era già stata segnalata nella nefropatia diabetica di Kimmelstiel e Wilson, ma è rilevante l'osservazione che questi processi interessano prevalentemente l'arteriola afferente e che essi sono presenti e di pari entità anche nei diabetici non ipertesi, così da risultare un elemento sufficientemente caratteristico ed utile per la diagnosi. E' da escludere che queste alterazioni siano la causa principale delle alterazioni glomerulari in quanto l'arteriosclerosi in assenza di diabete determina un quadro istologico diverso da quello della glomerulosclerosi intercapillare, caratterizzato da atrofia ischemica del glomerulo; è possibile invece che esse siano conseguenza della patologia glomerulare diabetica o siano determinate da meccanismi analoghi a quelli che causano le lesioni essudative glomerulari. E' suggestivo pensare che in corso di infezione e nelle fasi di scompenso metabolico del diabete si possa avere, per liberazione di sostanze vasoattive e di enzimi lisosomiali, un brusco aggravamento della stenosi, e quindi l'ischemia, con le relative conseguenze sulla efficienza funzionale del rene.

Recenti studi ultrastrutturali condotti su biopsie renali di pazienti con diabete mellito di tipo II hanno messo in evidenza che solo in circa il 30% dei casi sono presenti quadri anatomopatologici simili a quelli riscontrati nel diabete di tipo I con grave espansione mesangiale, mentre in oltre il 40% dei casi sono presenti segni preponderanti di sclerosi delle arteriole periglomerulari accanto ad una espansione mesangiale di lieve entità.

Lesioni tubulari di vario tipo sono descritte in corso di diabete mellito. L'infiltrazione di glicogeno delle cellule tubulari (fenomeno di Armanni-Ebstein) si verifica nel diabete incontrollato. Sembra che esso costituisca una risposta tissutale alla disidratazione.

La necrosi tubulare acuta è una complicanza frequente nel coma diabetico. E' probabilmente correlata con la deplezione acuta di potassio che si verifica nel coma, ma sembra che anche gli episodi di grave e prolungata ipotensione e shock ne siano in parte responsabili. Altri segni di sofferenza tubulare in corso di diabete sono costituiti dalla comparsa di una bassa soglia renale per il glucosio e per l'acido lattico.

 

 

L'oculopatia diabetica

 

Nel corso della malattia diabetica l'occhio è molto frequentemente interessato dalle complicanze della malattia. Sono principalmente interessati il cristallino e la retina.

 

 

LA CATARATTA

 

L'opacizzazione del cristallino (cataratta) insorge con più frequenza e più precocemente nei diabetici. Un fattore patogenetico importante in questa patologia è rappresentato dall'aumento della ossidazione dei gruppi sulfidrilici a livello del cristallino. La conseguente formazione di legami incrociati tra le varie molecole sarebbe responsabile della polimerizzazione delle proteine del cristallino in aggregati a più elevato peso molecolare. Il fenomeno è aggravato dalla tendenza delle proteine del cristallino a subire ossidazione sulfidrilica, per glicosilazione non enzimatica.

Un ulteriore meccanismo che determina l'instaurarsi della cataratta è rappresentato dalla formazione dei polioli in eccesso; in presenza di elevate concentrazioni di glucosio, per la ridotta attività insulinica, viene attivato anche nel cristallino l'enzima aldoso-reduttasi che catalizza la trasformazione del glucosio e/o del galattosio in sorbitolo. L'eccessiva concentrazione di polioli determina, a sua volta, un rigonfiamento osmotico che richiama ioni sodio, in questo contesto si ha la precipitazione di cristalli che peggiora l'opacizzazione della lente. L'osservazione che l'uso di farmaci inibitori della aldoso-reduttasi può ritardare l'insorgenza della cataratta diabetica nell'animale da esperimento è un dato a sostegno di tale ipotesi.

 

 

LA RETINOPATIA DIABETICA

 

Dall'era preinsulinica ad oggi la frequenza della retinopatia diabetica è andata progressivamente aumentando. Attualmente la sua incidenza si aggira intorno al 50%.

La frequenza di questa complicanza è in rapporto diretto con il tempo trascorso dalla diagnosi della malattia, con l'età del paziente e con il grado di controllo delle alterazioni metaboliche del diabete.

Al momento della diagnosi segni di retinopatia sono presenti in circa il 6% dei casi. A distanza di 15 anni dal riconoscimento del diabete circa il 41% dei pazienti mostra segni di retinopatia ed a distanza di 25 anni questi segni sono presenti in percentuale variabile dal 67 all'80%.

La vista non è necessariamente ridotta nei soggetti con retinopatia diabetica essendo danneggiata soltanto quando le lesioni interessano la macula o quando è presente neoformazione vasale che interessi il vitreo. Tuttavia in un gruppo di diabetici affetti da retinite proliferante, è stato rilevato che la riduzione del visus aumentava progressivamente con il

 

passare del tempo, tanto che a distanza di 5 anni della prima osservazione la metà dei pazienti di questo gruppo erano giunti alla cecità totale.

La retinopatia diabetica è costituita da un insieme di lesioni degenerative, essudative e proliferative i cui elementi fondamentali sono la dilatazione segmentaria dei vasi, i microaneurismi, le emorragie, gli essudati, le obliterazioni delle arteriole precapillari e dei capillari, la neoformazione vascolare ed infine la retinite proliferante (fig.03x).

La lesione più caratteristica, se pure non esclusiva, è costituita dai microaneurismi. Questi appaiono all'osservazione clinica come piccole formazioni rosse puntiformi, spesso numerose, dislocate soprattutto in corrispondenza della regione polare posteriore e nelle vicinanze di altre lesioni retiniche, quali le zone di essudazione, di occlusione vascolare o di neoformazione vascolare. Si tratta di piccole dilatazioni sacciformi, sferiche od ovoidali, a carico prevalentemente del lato venoso dei capillari secondo alcuni, prevalentemente a carico di quello arterioso secondo altri. I microaneurismi possono andare incontro a rottura e possono regredire spontaneamente. Un altro segno iniziale della retinopatia diabetica è costituito dalla dilatazione, talvolta fusiforme dei vasi venosi di maggiore calibro.

Le emorragie sono talora piccole e puntiformi, spesso rilevabili in vicinanza delle piccole venule perimaculari, talora invece più ampie. Possono essere profonde o superficiali. Mentre le emorragie superficiali regrediscono facilmente senza lasciare traccia, quelle più profonde permangono per mesi. Le estese emorragie superficiali possono associarsi alla presenza di numerose piccole venule neoformate, dalla rottura delle quali si pensa debbano derivare le emorragie.

Gli essudati si presentano sotto forma di chiazze bianco-ceree con disposizione digitata od a ventaglio (essudati duri). Sono situati nello strato plessiforme esterno e consistono di depositi ialini PAS-positivi, contenenti talora sostanze lipidiche. Contengono fibrina ed altre sostanze proteiche che, attraverso i vasi lesi, provengono dal sangue circolante.

Oltre a queste macchie ceree di essudato si possono osservare macchie o placche cosiddette a "fiocco di cotone" (essudati molli). Rappresentano zone di ischemia che si formano là dove le piccole arterie precapillari si occludono. Contengono frammenti di cilindrassi in via di degenerazione. Queste chiazze biancastre non sono pertanto degli "essudati", ma aree dello strato delle fibre nervose necrotiche per microinfarti.

L'ultimo elemento che caratterizza il quadro è la neoproduzione vasale. Nelle zone adiacenti ai territori ischemici si formano gruppi di nuovi vasi. Questi vasi neoformati possono essere messi in evidenza con particolare chiarezza mediante l'iniezione di fluoresceina la quale permette una visualizzazione perfetta di tutta la rete capillare. La retinopatia proliferativa è caratterizzata da neoformazione di vasi che penetrano nel corpo vitreo, con formazione di dense membrane, a partire da tutti i quadranti della retina, che talora finisce per distaccarsi. Più spesso si verifica negli stati avanzati della retinopatia diabetica e ne rappresenta l'aspetto più grave in quanto comporta una progressiva riduzione del visus. La neoformazione vasale sembra determinata dall'ischemia; sono stati isolati fattori di crescita, generati o liberati dalla retina in corso di iperglicemia cronica o per processi legati all'interezione tra AGE e loro recettori, ischemia o necrosi, capaci di determinare la neoproduzione microvascolare (Platelet-Derived Growth Factor, Insulin-Like Growth Factor I, Tumor Necrosis Growth Factor Beta, Vascular Endothelial Growth Factor, Fibroblast Growth Factor).

Sul piano clinico la retinopatia diabetica viene distinta in "non proliferante" e "proliferante" a seconda che siano o non siano presenti spiccati fenomeni di neoformazione vasale.

La retinopatia "non proliferante" è caratterizzata, oltre che dalla presenza di microaneurismi, di emorragie e di essudati anche dall'aumentata permeabilità capillare retinica che viene con grande precisione evidenziata dall'angiografia a fluorescenza e dalla presenza di piccole aree di non perfusione capillare retinica individuabili all'esame diretto come "essudati molli" e meglio definibili mediante l'angiografia a fluorescenza. Lo studio della permeabilità capillare retinica permette di riconoscere le fasi iniziali della sofferenza retinica e di valutarne nel tempo le modificazioni.

La retinopatia "proliferante" è caratterizzata dalla neoformazione vasale, che di regola inizialmente interessa la periferia retinica. I vasi neoformati si dispongono in un primo tempo sulla superficie retinica e successivamente invadono il vitreo. La neoformazione vasale è correlata con la comparsa delle aree ischemiche della retina.

Accanto alle componenti della retinopatia diabetica fin qui esaminate sono da ricordare le alterazioni sclerotiche delle arterie, regolarmente presenti, dopo un periodo variabile dall'inizio della patologia retinica, anche nei pazienti non ipertesi.

In linea generale, se si accetta la tesi che la retinopatia è in definitiva soltanto l'espressione locale della generalizzata microangiopatia diabetica, i problemi patogenetici ed evolutivi della forma si identificano con quelli già discussi della patologia microvascolare.

Le diverse lesioni che abbiamo singolarmente descritto si trovano nella retinopatia associate tra di loro in vario modo a seconda del grado di evoluzione e della gravità della malattia.

La formazione degli essudati e delle emorragie, così come quella delle aree di necrosi, sono conseguenza diretta delle alterazioni parietali dei microvasi. A facilitare l'occlusione del vaso e la sofferenza della parete vasale potrebbero intervenire la formazione dei depositi lipidici nella parete e la costituzione di aggregati lipidici nel suo lume, come pure la formazione di trombi, favorita, da un lato dalle alterazioni endoteliali e dall'altro, dalla condizione trombofilica presente nei soggetti diabetici.

Tuttavia la microangiopatia retinica dei diabetici non si identifica completamente con la microangiopatia sistemica di questi pazienti.

Si è osservato che i periciti intramurali dei capillari retinici degenerano precocemente nel diabete, persistendo al loro posto soltanto un'ombra di nucleo, i cosiddetti mural cell ghost; la sofferenza di questi elementi sembra specifica del danno diabetico. Si deve ricordare, comunque, che la funzione dei periciti è ancora discussa.

Le ipotesi che vedono nella microangiopatia la causa unica della retinopatia sono state criticate in base al fatto che l'occlusione sperimentale delle arterie retiniche non è in grado di provocare la formazione di microaneurismi.

Alcuni Autori, infatti, pensano che le lesioni caratteristiche della retinopatia diabetica siano conseguenza anche delle alterazioni metaboliche del tessuto retinico, il quale ha una elevata richiesta di energia che gli deriva, in condizioni normali, soprattutto da processi di glicolisi.

 

Nel diabete mellito la cronica alterazione metabolica dei glicidi condurrebbe gradualmente ad alterazioni osmotiche della retina cui consegue imbibizione idrica e turgescenza del tessuto. Questa aumentata tensione intraretinica ostacolerebbe la circolazione capillare e ne conseguirebbero stasi, anossia, alterazioni parietali degenerative dei capillari, microaneurismi ed essudati.

Un altro fattore patogenetico della retinopatia diabetica è quello delle turbe di regolazione dell'ormone della crescita. I meccanismi d'azione attraverso i quali l'eccesso di GH può provocare l'aggravamento della retinopatia sono, peraltro, già stati esaminati trattando la patogenesi della microangiopatia.

Il decorso della retinopatia diabetica è quanto mai irregolare. Le lesioni minori talvolta rimangono invariate per 10-15 anni e la regressione dei singoli elementi costituenti la retinopatia è stata osservata da molti, specialmente nei soggetti in età giovanile. La regressione è più frequente nei primi anni della malattia. Riduzione in numero e volume dei microaneurismi è stata notata nel 16,1% dei casi entro il primo anno dal riconoscimento del diabete e nel 2,7% entro i cinque anni; scomparsa degli essudati e delle emorragie nel 6,2% dei casi.

Un quadro florido di retinopatia con presenza di molti microaneurismi ed emorragie può trasformarsi col tempo in una forma con alterazioni modeste; anche emorragie gravi e ripetute del vitreo possono regredire completamente senza aggravamento della riduzione del visus. L'elemento più grave per la prognosi è costituito dalla presenza di neoformazione vasale.

Ma anche questo rilievo non comporta necessariamente una prognosi infausta per il visus. Infatti in circa il 10% dei pazienti con retinopatia diabetica proliferante si osserva arresto spontaneo del processo per periodi di un anno e più. Specialmente nelle fasi iniziali della retinopatia un buon controllo del metabolismo glucidico influenza beneficamente i sintomi della retinopatia e ne rallenta l'evoluzione.

 

 

La macroangiopatia diabetica

 

La macroangiopatia rappresenta uno dei maggiori problemi per il paziente diabetico, sia insulino-dipendente (IDDM) che non insulino-dipendente (NIDDM), dal momento che è alla base di circa l'80% delle cause di morte nei soggetti diabetici. L'aterosclerosi coronarica è responsabile di circa i 3/4 della mortalità nei diabetici, il resto della mortalità è dovuto a malattie vasculari cerebrali e periferiche degli arti inferiori. La malattia coronarica, la vasculopatia cerebrale e l'arteriopatia periferica hanno una prevalenza da 2 a 4 volte maggiore nei diabetici rispetto alla restante popolazione. Comparativamente ai controlli l'infarto è due volte più frequente nei soggetti diabetici maschi e tre volte più frequente in quelli di sesso femminile. L'arteriopatia degli arti inferiori è prevalentemente localizzata alle arterie tibiali, anteriore e posteriore, ed a quelle peroneali mentre nei soggetti non diabetici interessa quasi regolarmente le arterie femorale e poplitea. L'ictus cerebrale è circa due volte più frequente nei soggetti con diabete conclamato rispetto alla popolazione generale.

Questi dati trovano conferma in numerosi studi condotti in estese fasce di popolazione. Lo studio di Framingham, in soggetti di età compresa tra 35 e 64 anni, ha evidenziato come il rischio annuale, corretto per età, delle malattie cardiovascolari dei soggetti diabetici nei confronti dei non diabetici maschi e femmine era compreso tra il doppio dell'aumento del rischio relativo per le coronaropatie nel maschio diabetico, a più di 8 volte per le vasculopatie degli arti inferiori e le coronaropatie nelle donne diabetiche. Nella maggior parte degli studi condotti, l'aumento relativo di malattia aterosclerotica nei soggetti diabetici sembra essere più evidente nel sesso femminile, rispetto a quello maschile, eliminando così la relativa protezione che caratterizza le donne non diabetiche di età media nei confronti dell'aterosclerosi.

Il diabete mellito è anche la causa più comune di coronaropatia nei giovani; circa il 50% dei pazienti con nuova diagnosi di NIDDM ha infatti evidenziato una preesistente malattia coronarica al momento della diagnosi di diabete. E' accertato altresì che l'evoluzione dell'infarto del miocardio è nei diabetici più grave che nei controlli, in quanto un numero maggiore degli infartuati con alterazione del ricambio glucidico viene a morte entro 5 anni dall'episodio acuto.

Studi autoptici hanno evidenziato una estensione maggiore ed un anticipo nel tempo del processo aterosclerotico coronarico nei diabetici, rispetto ai soggetti di controllo. Un dato interessante deriva da uno studio condotto su giovani affetti da IDDM; infatti in soggetti con esordio del diabete prima dei 15 anni di età, deceduti prima dei 40 anni di età, è stato riscontrato un severo e diffuso restringimento delle arterie coronarie principali. Questi dati sono stati confermati da studi coronarografici su pazienti affetti da coronaropatia sintomatica. Lo stesso andamento presenta la prevalenza di lesioni aterosclerotiche a carico delle arterie al di sotto del ginocchio con una frequenza maggiore nel paziente diabetico rispetto ai controlli.

I meccanismi che sono alla base dell'elevata incidenza di aterosclerosi nei soggetti diabetici sono da riportare in parte al diabete di per sé ed in parte alla maggior prevalenza di alcuni tra i principali fattori di rischio per l'aterosclerosi, come per esempio le alterazioni del metabolismo lipidico. Infatti con una certa frequenza nei diabetici si riscontrano ipertrigliceridemia associata a ipercolesterolemia. L'entità di tali alterazioni non è ben conosciuta e varia nei diversi studi, anche perché sulla reale prevalenza di dislipidemia nel diabete interferiscono diversi fattori, primo fra tutti il grado di compenso glicemico, ma anche l'ipertensione arteriosa ed il fumo di sigaretta.

Questi fattori di rischio, che sono tuttavia gli stessi fattori di rischio anche nella popolazione non diabetica, hanno un potere maggiore sulla mortalità cardiovascolare nei pazienti con diabete mellito. L'ipertensione è presente nel 35% dei pazienti con IDDM ed in circa il 50% di quelli con NIDDM. Anche altri fattori di rischio (dislipidemie, obesità) per aterosclerosi hanno una maggiore prevalenza nei diabetici.

Comunque, nonostante le differenze esistenti tra le diverse popolazioni studiate, sembra che, almeno per quanto riguarda il NIDDM, la prevalenza della dislipidemia, in particolare l'ipertrigliceridemia (o meglio VLDL-trigliceridi) e la riduzione del colesterolo HDL, sia 2-3 volte superiore rispetto alla popolazione non diabetica. Infatti mentre il colesterolo LDL può essere normale o modestamente aumentato, dai dati dello studio di Framingham si deduce che gli aumenti estremi di trigliceridi e di VLDL, così come la riduzione dei livelli di colesterolo HDL, sono circa 2 volte superiori rispetto alla popolazione normale. Pertanto le alterazioni del metabolismo lipidico in corso di diabete rappresentano un problema di notevole entità, che va attentamente studiato dal punto di vista fisiopatologico e adeguatamente trattato dal punto di vista terapeutico per cercare di ridurre il rischio cardiovascolare nei pazienti diabetici.

 

L'ipertensione ha una prevalenza maggiore nella popolazione diabetica, sia IDDM che NIDDM, rispetto alla popolazione generale; rappresenta un fattore di rischio per l'aterosclerosi sia nei diabetici sia nei non diabetici.

Nei soggetti affetti da NIDDM esiste frequentemente una condizione di iperinsulinismo associato ad insulinoresistenza. Gli elevati livelli circolanti di insulina devono essere considerati un fattore importante nella patogenesi della lesione aterosclerotica nel diabetico. La condizione di insulinoresistenza e di iperinsulinismo si associa frequentemente ad obesità centrale, dislipidemia e ad ipertensione aumentando notevolmente il rischio di aterosclerosi.

L'obesità viscerale comporta un rischio maggiore per la malattia macrovascolare rispetto all'obesità sottocutanea. Infatti l'accumulo di adipe a livello viscerale si associa frequentemente ad insulinoresistenza ed iperinsulinismo, spesso coesistono alterazioni lipidiche con aumento dei livelli circolanti di trigliceridi, riduzione del colesterolo HDL, aumento delle particelle di LDL piccole e dense.

L'aumento della prevalenza delle lesioni aterosclerotiche nel diabete può essere correlato solo in parte ad un eccesso di fattori di rischio (dislipidemia, ipertensione, obesità centrale). Di fatto la sola presenza dei vari fattori di rischio cardiovascolare è insufficiente a spiegare il notevole aumento delle lesioni aterosclerotiche nel diabetico; ciò lascia presumere che esistano altri meccanismi specifici, nel diabete, in grado di favorire i processi di aterogenesi.

La glicazione non enzimatica delle proteine è un processo molto esteso nei soggetti diabetici rispetto al resto della popolazione. Il processo di glicazione non enzimatica, in genere, viene messo in relazione all'invecchiamento e pertanto la condizione diabetica si può considerare come uno stato di invecchiamento accelerato con tutti i fenomeni ad esso correlati. Non sono comunque noti con esattezza i meccanismi attraverso cui la glicazione delle proteine favorisca le alterazioni aterosclerotiche. Alcuni studi hanno evidenziato che: la glicazione non enzimatica delle proteine limita il legame delle LDL al loro recettore, riducendone così il loro metabolismo; la glicazione dell'HDL ne favorisce la sua eliminazione dal plasma riducendo la capacità di stimolare l'uscita di colesterolo dalle cellule arteriose.

La glicazione del collageno potrebbe favorire, inoltre, i processi aterogenetici tramite l'intrappolamento delle lipoproteine nella matrice extracellulare, rendendole più suscettibili alle modificazioni ossidative; inoltre il collagene glicato favorisce i processi di aggregazione piastrinica, favorendo, così, le fasi tardive dell'aterogenesi.

Dalla glicazione del collagene e delle altre proteine derivano i prodotti tardivi di glicazione avanzata (AGE). E' stato dimostrato che gli AGE sono in grado di favorire la migrazione attraverso l'endotelio dei monociti e la conseguente espressione del PDGF da parte dei macrofagi, giocando un ruolo importante negli stadi precoci dell'aterogenesi.

Oltre ai processi di glicazione non enzimatica le lipoproteine, nel diabetico, possono subire altre modificazioni che le rendono potenzialmente aterogene. L'ossidazione delle LDL induce l'adesione dei monociti all'endotelio, stimola la chemiotassi nei confronti dei monociti e svolge un'azione citotossica per le cellule endoteliali. I processi di ossidazione, nel diabetico, sono accelerati e favoriti dalla glicazione delle proteine. Le LDL glicate possono essere immunogene e stimolare, quindi, la formazione di anticorpi circolanti. Gli immunocomplessi circolanti possono essere fagocitati dai macrofagi, favorendo, per la grande quantità di lipidi in essi presenti, la formazione delle cellule schiumose. Il diabete mellito si associa ad una condizione di predisposizione ai processi trombotici a causa della presenza di alterazioni dell'aderenza e dell'aggregazione delle piastrine riscontrata nei diabetici. Inoltre, i livelli di numerosi fattori della coagulazione e dell'inibitore dell'anticoagulante del plasminogeno tissutale (TPA) sono aumentati nel diabetico favorendo in definitiva i processi della coagulazione.

I fattori di crescita e le citochine svolgono ruoli importanti nella chemiotassi e nella proliferazione delle cellule muscolari lisce della parete arteriosa. Esistono pochi dati sulle alterazioni a carico di questi fattori nel diabetico. Tra le citochine, che possono essere coinvolte nei processi di aterogenesi ricordiamo: le interleuchine 1, 2 e 6, il Clony Stimulating Factors (CSFs), il Tumor Necrosis Factor (TNF); tra i fattori di crescita ricordiamo: il Platelet Derived Growth Factor (PDGF) prodotto dalle cellule della placca in via di sviluppo, dalle cellule endoteliali, dai macrofagi e dalle cellule muscolari lisce; l'Insulin-Like Growth Factor (IGFI), il Fibroblast Growth Factor (FGF) ed il Transforming Growth Factor (TGF e Beta). Queste molecole regolano i processi di crescita cellulare e numerosi aspetti dell'immunità che finiscono per agire, con meccanismi poco noti, sul processo aterogenetico.

La lesione precoce dell'ateroma, stria lipidica, è provocata dall'accumulo di cellule contenenti grassi (cellule schiumose) negli spazi subendoteliali. Queste cellule schiumose derivano per lo più da monociti circolanti che hanno fagocitato i lipidi provenienti dalle lipoproteine presenti in circolo. Lo sviluppo della stria lipidica comporta la migrazione delle cellule schiumose dal circolo alle lesioni iniziali della parete arteriosa, probabilmente a causa della presenza di aree danneggiate del rivestimento endoteliale. Al processo concorrono inoltre le cellule muscolari lisce che proliferano, migrano nella lesione iniziale e quindi producono tessuto collagene per la formazione della placca fibrosa, oppure fagocitano i lipidi e si trasformano in cellule schiumose. Con il progredire della lesione, le strie lipidiche tendono ad ingrandirsi, si accumulano abbondanti depositi extracellulari di lipidi e si attiva un processo reattivo fibrotico molto simile al processo di guarigione di una ferita. Ne deriva lo sviluppo di una placca fibroadiposa priva di un rivestimento endoteliale che favorisce l'aggregazione piastrinica, il deposito di fibrina e, in qualche punto, la trombosi intravasale responsabile della manifestazione clinica finale.

In conclusione, alla luce delle più recenti acquisizioni, si può ritenere che la facilitazione dell'aterogenesi nel diabetico sia da attribuire in parte alla frequente presenza dei comuni fattori di rischio, in parte alla presenza di condizioni patologiche che sono tipiche della malattia diabetica. Queste ultime riguardano il connettivo con il processo di glicazione delle proteine, la condizione trombofilica dei diabetici, l'ischemia correlata con i gradi più avanzati di microangiopatia nella parete dei vasi arteriosi e verosimilmente anche l'anomala proliferazione, legata alla maggior produzione di alcuni fattori di crescita, di particolari cloni miocellulari ed infine la precipitazione di immunocomplessi a livello della parete arteriosa. Inoltre, bisogna considerare che le alterazioni microvascolari riducono la possibilità di formazione dei circoli collaterali in caso di ostruzione arteriosa; le anomalie metaboliche tissutali riducono la capacità di adattamento in caso di ischemia; le alterazioni dell'innervazione simpatica riducono il controllo neurotrofico rendendo inadeguate le reazioni vasomotorie atte a favorire la formazione dei circoli collaterali.

 

 

 

La neuropatia diabetica

 

In accordo con la definizione elaborata dalla Consensus Conference di S. Antonio (1988);la neuropatia diabetica è considerata un disordine neurologico, clinico o subclinico, presente in soggetti diabetici in assenza di altre cause di neuropatia. Essa colpisce il sistema nervoso periferico sia a carico della componente somatica che autonomica. In studi recenti su popolazioni la prevalenza globale della neuropatia diabetica è del 25-30% dei soggetti esaminati con valori più bassi alla diagnosi che crescono con l'aumentare degli anni di malattia. Peraltro l'uso di metodi più sensibili di indagine fanno aumentare notevolmente l'incidenza della complicanza.

Da un punto di vista anatomopatologico, la neuropatia diabetica è caratterizzata da un danno assonale con perdita delle fibre mieliniche e amieliniche, a prevalente interessamento distale e da una demielinizzazione segmentaria che può essere di due tipi: primaria con perdita delle cellule di Schwann e secondaria con danno assonale.

Clinicamente la neuropatia diabetica comprende diversi quadri:

 1) polineuropatia simmetrica distale (sensitiva, motoria, autonomica e mista) che è la forma più frequente;

 2) neuropatia prossimale simmetrica;

 3) neuropatia asimmetrica (craniale, trunculare, neuropatia dei plessi, mononeuropatie multiple, neuropatia da intrappolamento);

 4) neuropatia asimmetrica e polineuropatia distale simmetrica.

A tutt'oggi la patogenesi della neuropatia diabetica rimane sconosciuta anche se sono stati individuati molti fattori coinvolti nel danno neuronale. Il dibattito maggiore riguarda i relativi contributi dei fattori metabolici e vascolari. Una conseguenza importante dell'iperglicemia è l'attivazione della via dei polioli; nei tessuti come il nervo, nel quale il trasporto di glucosio non è regolato dall'insulina, l'iperglicemia induce un aumento dello zucchero all'interno delle cellule con attivazione dell'enzima aldoso-riduttasi che converte il glucosio in sorbitolo e successivamente ossidato a fruttosio. Tale sostanza incapace di diffondere attraverso la membrana cellulare si accumula all'interno delle cellule di Schwann inducendo iperosmolarità e successivo danno funzionale da cui deriva la demielinizzazione segmentale. Dall'altra parte l'accumulo di sorbitolo induce una deplezione di mioinositolo e una ridotta velocità di sintesi di fosfatidilinositolo dal mioinositolo. La ridotta attività della pompa Na-K ATPasi contribuisce ulteriormente a ridurre il riassorbimento del mioinositolo. Questo genera una ridotta sintesi dei fosfolipidi assonici indispensabili al trofismo del nervo: ne risultano alterazioni funzionali quali la riduzione di velocità di conduzione nervosa e alterazioni strutturali responsabili della demielinizzazione e denervazione. E' stata anche dimostrata una riduzione di proteine a livello dei nervi periferici e una ridotta velocità di incorporazione di aminoacidi nelle proteine mieliniche. Importanza patogenetica è stata attribuita anche alla glicazione delle proteine indotta dall'iperglicemia cui conseguirebbe un danneggiamento delle stesse e una alterata degradazione della mielina. L'alterazione mielinica provoca una riduzione della capacità isolante delle cellule di Schwann con profonda alterazione della conduzione saltatoria e conseguente riduzione della velocità di conduzione. Accanto a tutti questi fattori implicati che costituiscono il fulcro dell'ipotesi metabolica, sono chiamati in causa anche fattori vascolari che inducendo una condizione ipossico-ischemica sia a livello del microche del macrocircolo sarebbero implicati nel danno neuronale. La condizione di ipossia porterebbe inoltre ad una aumentata formazione di radicali liberi in grado di danneggiare direttamente il nervo. Il trofismo dei nervi periferici è legato anche all'azione di fattori di crescita primo tra i quali il Nerve Growth Factor che, attraverso un meccanismo di migrazione lungo l'assone mantiene la funzionalità anche nelle zone più distali dei nervi lunghi. In corso di iperglicemia cronica si assiste ad una profonda alterazione della sintesi e della attività biologica del Nerve Growth Factor e le conseguenze di ciò si risentono maggiormente nelle regioni distali degli arti.

La clinica della neuropatia diabetica varia a seconda del tipo di manifestazione; nel caso più frequente, cioè in corso di polineuropatia simmetrica distale, l'esordio è subdolo, insidioso. Solo raramente si ha un esordio acuto conseguente a uno scompenso metabolico o ad uno stress fisico e/o psichico. I sintomi a distribuzione distale variano in base alla diversità delle fibre colpite; generalmente si ha inizialmente un interessamento della componente sensitiva con iniziali parestesie, che si aggravano di notte, iperestesia e iperalgesia al contatto con vestiti e lenzuola, dolore spontaneo notturno o continuo. Più tardivamente si può riscontrare perdita della capacità discriminatoria termica e vibratoria e interessamento delle fibre motorie e autonomiche. La sintomatologia obiettiva è costituita dalla riduzione o scomparsa dei riflessi osteotendinei, dalla ridotta sensibilità alle risposte vibratoria, tattile e dolorifica e da paresi di alcuni limitati gruppi muscolari. Il deficit motorio è, nella maggioranza dei casi, limitato agli arti inferiori interessando con carattere asimmetrico uno o limitati tronchi nervosi. Abbastanza frequente è il riscontro di una riduzione della efficienza nella dorsiflessione del piede e dell'estensore breve delle dita. La neuropatia autonomica costituisce un'evenienza piuttosto frequente, con una prevalenza che varia dal 17 al 50% dei pazienti diabetici e correla con la mortalità peggiorando la prognosi della malattia con una maggior incidenza di infarto miocardico silente, insufficienza respiratoria e morte improvvisa. Si caratterizza per una disfunzione del sistema nervoso autonomico che interessa più di un distretto: cardiovascolare, gastrointestinale, genitourinario, si sviluppa con alterazioni della termoregolazione e della sudorazione seguite da impotenza e disturbi vescicali fino all'alterazione dei riflessi cardiovascolari. Le alterazioni più tardive comprendono anomalie permanenti della sudorazione, ipotensione ortostatica, problemi gastrointestinali e ridotta consapevolezza degli stati ipoglicemici. Alla combinazione di alterazioni sensitive e neurovegetative vengono attribuiti i danni trofici degli arti inferiori tipici del diabete sotto forma di ulcere e osteoartropatie deformanti caratterizzate dall'assenza di dolore. La diagnosi di neuropatia deve essere posta sulla base dei rilievi anamnestici in assenza dei quali possiamo trovarci di fronte a quadri subclinici della malattia che sono i più frequenti e gli stadi più precoci della neuropatia. E' importante una valutazione della forza e del tono muscolare attraverso un appropriato esame obiettivo volto ad evidenziare anche l'integrità dei riflessi osteotendinei. Bisogna esplorare l'integrità della percezione termica attraverso il termocross e di quella vibratoria con il diapason graduato o più frequentemente con il biotensiometro. Per la valutazione della velocità di conduzione si ricorre all'elettromiografia che è consigliabile eseguire in condizioni di equilibrio glicemico per evitare falsi positivi. La diagnosi di disfunzione autonomica si avvale soprattutto dell'impiego di test che studiano l'apparato cardiovascolare ed in particolar modo l'arco riflesso barocettoriale. Ciò è possibile facendo svolgere al paziente semplici manovre e registrando le modificazioni della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa. I test cardiovascolari sono didatticamente distinti in quelli capaci di esplorare l'attività cardioregolatrice parasimpatica: respirazione profonda (deep-breathing), ortostatismo immediato (lying-to-standing), manovra di Valsalva o l'attività cardioregolatrice simpatica: passaggio attivo all'ortostatismo (postural hypotension), contrazione isometrica prolungata (sustained handgrip). L'esame del tracciato elettrocardiografico di base si rivela utile per svelare l'allungamento del tratto QT tipico della neuropatia cardiaca diabetica che predisporrebbe ad una maggior incidenza di aritmie fino alla morte improvvisa. Oggi sono utilizzate anche tecniche più sofisticate e meno legate alla variabilità dell'operatore come l'analisi spettrale della frequenza cardiaca con metodi standardizzati per la misurazione dell'intervallo RR.

 

 

 

Il piede diabetico

 

L'interessamento delle estremità inferiori, in particolare del piede, come sede di complicanza cronica del diabete mellito è molto frequente; presenta caratteristiche peculiari sia dal punto di vista medico che da quello economico e psico-sociale tanto da richiamare l'interesse di numerosi studiosi. Le lesioni del piede sono da considerarsi fra le complicanze maggiormente invalidanti a causa della frequente evoluzione verso situazioni patologiche di gravità estrema, tale da rendere necessaria l'amputazione. Le amputazioni sono nella popolazione diabetica circa 15 volte maggiori rispetto alla popolazione generale. La lesione tipica del piede diabetico è l'ulcera; essa viene definita classicamente come: una perdita di sostanza tale da interessare almeno il derma con eventuali fenomeni di complicanze infettive batteriche c/o micotiche e che non tende alla guarigione spontanea. In uno studio effettuato negli Stati Uniti su una grossa fascia di popolazione, la prevalenza relativa di ulcere nei soggetti diabetici rispetto ai non diabetici era di 4,8%; in tale studio la prevalenza di ulcere croniche, nei diabetici, di età <65 anni, era del 5% negli uomini e del 5,6% nelle donne e nei diabetici di età >65 anni, era rispettivamente del 26,9% negli uomini e del 27,6% nelle donne. La prevalenza di ulcere del piede diabetico sembrerebbe maggiore nella popolazione diabetica più anziana e con una più lunga durata della malattia.

La classificazione maggiormente usata per le lesioni ulcerative è quella di Wagner che, prescindendo dal meccanismo patogenetico, prevede la gradazione della lesione da 0 a 5 in base alla deformità del piede, l'estensione della lesione e la presenza di infezioni:

 -grado 0: assenza di lesioni aperte;

 -grado 1: lesione cutanea superficiale a tutto spessore, ma comunque superficiale;

 -grado 2: lesione aperta che penetra nei tendini, ossa o articolazioni;

 -grado 3: lesione profonda che determina osteomielite ed ascessi;

 -grado 4: presenza di gangrena in zone ristrette;

 -grado 5: gangrena estesa.

Le lesioni del piede nel diabetico sono il risultato di un differente intreccio di componenti patogenetiche e fisiopatologiche indotte dalla neuropatia, dalla arteriopatia e dalla infezione. Quando si valuta una lesione ulcerativa di un piede diabetico bisogna innanzitutto chiarire se ci si trova di fronte ad un piede neuropatico, ischemico o misto. Il piede neuropatico presenta deformazioni ed aree di ipercheratosi plantare; il piede ischemico è pallido con cute lucida e sottile, con atrofia degli annessi cutanei, polsi ridotti o assenti.

La neuropatia periferica somatica, in seguito alla riduzione degli stimoli motori, favorisce l'instaurarsi di una ipotrofia delle masse muscolari, mentre la alterazione degli stimoli propriocettivi compromette gli equilibri che normalmente regolano i fenomeni di bilanciamento tra le varie parti del piede. Ciò favorisce l'instaurarsi di deformazioni che possono essere permanenti o interessare il piede soltanto durante il carico. Le modificazioni morfologiche e funzionali a carico del piede raggiungono livelli estremi nella osteoartropatia neuropatica in cui si può avere il collasso totale delle strutture con inversione della volta plantare e conseguente traumatizzazione delle articolazioni tarsali, metatarsali e metatarso-falangee, costrette ad operare in condizioni non fisiologiche. Da tale condizione derivano dislocazioni, frammentazioni e fratture ossee che modificano ulteriormente la morfologia del piede (piede cubico). In definitiva, l'ipotrofia muscolare, la incoordinazione osteo-tendinea, la perdita di capacità di adattamento alle varie sollecitazioni e le deformazioni del piede determinano dei sovraccarichi plantari in zone circoscritte che conducono alla formazione di ipercheratosi, creando, così, i presupposti per la formazione dell'ulcera. Ad aggravare la situazione si aggiunge la perdita delle sensibilità protettive (dolorifica, termica e tattile) che rendono il piede vulnerabile sia nei confronti di microtraumi sia verso altre situazioni potenzialmente lesive (taglio di unghie, temperature eccessive, calzature inadeguate, uso di callifughi ecc.).

La presenza di neuropatia autonoma periferica contribuisce alla formazione dell'ulcera sia attraverso la ridotta sudorazione, che conferisce secchezza alla cute rendendola più esposta alle fissurazioni, sia attraverso alterazioni del microcircolo. Il flusso ematico a livello del piede neuropatico è aumentato a causa dell'apertura di numerosi shunt artero-venosi che si traduce in un'ischemia del microcircolo nutrizionale e finisce per favorire lo sviluppo delle lesioni a carico del piede. Da rilevare, ancora, che le alterazioni a carico del sistema nervoso autonomo compromettono il riflesso che, nel soggetto normale, compensa l'ipertensione capillare determinata dal passaggio dal clino all'ortostatismo; l'attenuazione di questo riflesso, nei pazienti diabetici neuropatici, può tradursi in un danno della struttura dei piccoli vasi, mentre l'aumento della pressione idrostatica capillare, può portare alla formazione di edema, con maggior predisposizione alle infezioni.

L'ulcera neuropatica si localizza prevalentemente a livello plantare in corrispondenza delle teste metatarsali. Qualsiasi zona sottoposta a pressione elevata e ripetuta può divenire sede di ulcerazione come accade, per esempio, a livello della superficie dorsale delle dita deformate ad artiglio, o a livello del margine mediale e laterale dell'avampiede e del tallone. Intorno all'ulcera, che di solito è singola e non dolente, si trova un tessuto calloso.

L'ulcera vascolare è dovuta ad una alterazione di flusso ed alla formazione di zone ischemiche conseguenti alla presenza di arteriopatia obliterante a carico degli arti inferiori. Le lesioni aterosclerotiche riscontrate nel diabetico non differiscono, dal punto di vista istologico, da quelle che si riscontrano nel resto della popolazione. Presentano, comunque, delle caratteristiche peculiari, soprattutto dal punto di vista topografico, che contribuiscono, sicuramente, alla maggior prevalenza delle lesioni ischemiche del piede diabetico. In uno studio condotto con tecniche Doppler la prevalenza dell'arteriopatia ostruttiva periferica era del 22% nei diabetici di tipo II, di età tra 50 e 70 anni, rispetto al 3% dei soggetti di controllo.

Le ostruzioni arteriose nei diabetici interessano nella maggior parte dei casi entrambi gli arti, colpiscono più segmenti ed i loro circoli collaterali, coinvolgono preferenzialmente le arterie tibiali anteriori e posteriori e le interossee. Nel resto della popolazione le lesioni riguardano prevalentemente le arterie prossimali come le iliache, le femorali e le poplitee. L'interessamento nei soggetti diabetici delle arterie della triforcazione poplitea aumenta la frequenza delle lesioni ischemiche a carico del piede poiché queste arterie hanno minore capacità di formare circoli collaterali rispetto alle arterie prossimali. Ricordiamo, inoltre, che la bilateralità delle lesioni arteriopatiche nel diabetico influisce negativamente sulla prognosi dei pazienti sottoposti ad amputazione, dato che spesso si rende necessaria a distanza di qualche anno una seconda amputazione.

 

L'ulcera ischemica è di solito circoscritta, interessa cute e sottocutaneo; frequentemente si localizza in qualsiasi regione del piede sottoposta al trauma delle calzature, mentre è raro osservarla a livello plantare. In genere non è circondata da tessuto calloso, può avere un margine ben delimitato ed ha un fondo costituito da materiale crostoso o necrotico. L'ulcera è tipicamente torpida con scarsa tendenza a formare tessuto di granulazione ed è molto dolente in assenza della componente neuropatica. La gangrena è ben individuabile per la presenza di necrosi tissutale con colorazione nera dei tessuti coinvolti; essa può essere secca con buona demarcazione fra tessuti necrotici e sani oppure umida per la presenza di infezioni.

Bisogna sottolineare che spesso le lesioni del piede sono di tipo neuro-ischemico alla cui comparsa contribuiscono sia alterazioni di tipo neuropatico che ischemico. La contemporanea presenza delle due condizioni rende il piede più vulnerabile e conferisce alle lesioni delle caratteristiche cliniche particolari. La presenza di neuropatia, infatti, attenua il dolore muscolare da sforzo (claudicatio intermittens) ed anche il dolore a riposo mascherando, così, la presenza di una insufficienza arteriosa. La perdita delle sensibilità protettive può facilitare, inoltre, l'ulcerazione di zone ischemiche a causa dell'azione, inavvertita, da parte di microtraumi e di agenti lesivi esterni (fisici, termici e chimici).

Ricordiamo, infine, l'importanza delle infezioni nello sviluppo delle lesioni ulcerative del piede diabetico. In corso di infezione aumentano le richieste di ossigeno da parte dei tessuti interessati, viene esercitata un'azione compressiva sulle arterie del microcircolo da parte dell'edema della sede di lesione, si instaurano fenomeni trombotici locali ad opera delle endotossine liberate dai batteri e degli enzimi lisosomiali liberati dagli agenti patogeni e dai tessuti infetti. Nelle zone ischemiche i processi necrotici possono avere inizio in seguito ad infezione, ed i processi necrotici localizzati possono estendersi interessando aree del piede sempre più vaste tanto da rendere necessaria l'amputazione.

Le lesioni del piede diabetico sono la conseguenza di modificazioni fisiopatologiche indotte dalla presenza della neuropatia e dell'arteriopatia cronica ostruttiva degli arti. Tali modificazioni possono esse stesse essere causa delle lesioni, ma nella maggior parte dei casi agiscono da fattori predisponenti nei confronti dell'azione di agenti lesivi esogeni. Sono proprio questi che prevalentemente causano la lesione iniziale che, evolvendo ed infettandosi, può condurre fino all'amputazione.

Una volta classificata la lesione si esegue una esplorazione chirurgica che ha lo scopo di aprire la lesione e di delimitarla bene e successivamente di detergerla asportando il materiale necrotico. L'approccio metodologico da seguire nella terapia locale delle ulcere del piede diabetico comprende: la detersione dell'ulcera, la sua sterilizzazione e la stimolazione della riparazione dei tessuti. La detersione dell'ulcera può essere fatta con tre modalità: chirurgica, meccanica ed enzimatica. Alla fase di detersione segue la sterilizzazione grazie all'utilizzo di farmaci antibatterici; infine segue la fase di riparazione tissutale. Nei diabetici i processi di riparazione tissutale sono rallentati; bisogna fare le medicazioni con molta attenzione per evitare che esse stesse ritardino la guarigione. Fisiologicamente la risposta locale al danno viene suddivisa in tre fasi: infiammazione, formazione del tessuto di granulazione, fase di produzione della matrice connettivale e suo rimodellamento.

L'approccio terapeutico locale deve essere il più idoneo possibile a favorire i processi di guarigione. Si possono utilizzare prodotti che stimolano l'angiogenesi e la moltiplicazione delle cellule epidermiche favorendo i processi di riparazione. Un prodotto importante nel favorire la guarigione dell'ulcera è il collageno che aderendo al fondo della lesione offre la propria struttura come trabecolato inerte alla proliferazione di fibroblasti e poi viene inglobato nella struttura del collagene neoformato. In particolare, per quanto riguarda l'ulcera neuropatica la condotta clinica comprende tre fasi; rimozione del callo, eradicazione dell'infezione e riduzione delle pressioni di appoggio. E' fondamentale rimuovere tutto il tessuto necrotico e che le cavità ascessuali vengano drenate chirurgicamente. Per quanto riguarda le ulcere ischemiche è necessario effettuare regolarmente un curettage del piede rimuovendo il tessuto necrotico dalle ulcere. Le ulcere ischemiche sono spesso dolenti e l'azione analgesica rappresenta una parte importante del trattamento conservativo. E' importante eradicare eventuali infezioni con terapia antibiotica.

 

 

Prevenzione e terapia

 

Da quanto è stato detto sulle complicanze del diabete mellito ed in particolare sulle conseguenze socialmente invalidanti e sulla loro influenza nel determinismo delle cause di morte anticipata, appare evidente l'importanza che riveste il problema della loro prevenzione.

Numerosi elementi stanno ad indicare che il controllo delle turbe metaboliche del diabete, ottenuto con la terapia dietetica e medicamentosa, agisce efficientemente sia nella prevenzione sia nella cura delle complicanze del diabete.

Non soltanto il controllo dell'errore metabolico è un mezzo efficace per prevenire e ridurre l'entità delle complicanze del diabete, ma ancor più lo è nelle fasi iniziali delle complicanze stesse. Da ciò deriva la necessità di una diagnosi precoce della malattia diabetica.

La prevenzione delle complicanze si attua ovviamente innanzitutto con la prevenzione primaria della malattia diabetica. Date le differenze etiopatogenetiche fra le due forme della malattia diverse sono le norme da seguire.

Nel caso del diabete di tipo I (IDDM) le strategie preventive sono ancora in fase di organizzazione. Si può tuttavia prevedere che un certo rilievo avrà nel prossimo futuro la ricerca di anticorpi anti-insula (ICA) o anti-insulina nei consanguinei (fratelli, cugini) dei soggetti affetti da IDDM. La presenza di ICA positivi nel siero, con normali livelli di peptide C, anche in risposta al glucagone, potrebbe indicare un normale patrimonio di cellule beta di tali soggetti. In tal caso è ipotizzabile un possibile uso della terapia immuno-soppressiva con ciclosporina per impedire in questi soggetti l'insorgenza della malattia.

Per quanto riguarda il diabete mellito di tipo II (NIDDM) la prevenzione primaria consiste in un'azione di educazione sanitaria che induca i soggetti geneticamente predisposti a praticare una dieta equilibrata, povera di idrati di carbonio, specie nella forma di zuccheri semplici. Dovrà essere consigliato anche l'esercizio fisico e l'attività sportiva non agonistica. Tenuto conto della correlazione tra diabete e malattie cardiovascolari, nei soggetti a rischio di NIDDM sarà utile anche limitare l'uso del sale e dei grassi animali, specie se cotti.

 

La prevenzione e cura dell'obesità è un'altra norma da seguire nella profilassi del diabete mellito. Si deve correggere il sovrappeso e l'obesità, specie se familiari, perché in questi soggetti è più facile che si manifesti il diabete mellito di tipo II. I suggerimenti dietetici e di attività fisica prima esposti sono ugualmente validi, ma si dovranno prescrivere anche diete ipocaloriche personalizzate. Nell'obesità di grado notevole è giustificato l'uso di cicli di digiuno modificato con pasti fortemente ipocalorici alternativi.

La prevenzione secondaria delle complicanze del diabete mellito si attuerà invece quando ci si troverà di fronte ad una condizione di malattia conclamata. Innanzitutto si dovrà effettuare una diagnosi precoce nei pazienti nei quali si possa sospettare la presenza di intolleranze agli idrati di carbonio. A tal fine la curva glicemica da carico per via orale con prelievi per glicemia ed insulinemia (IRI) deve essere condotta in tutti i soggetti con predisposizione genetica, obesità, ipertrigliceridemia, glicosuria post-prandiale occasionale, iperucemia.

La prevenzione delle complicanze in caso di diabete conclamato si attua in primo luogo con un buon controllo metabolico della malattia.

Il giudizio di buon controllo si basa sui criteri clinici e sull'esame dei valori di alcuni dati di laboratorio. I criteri clinici dello scarso compenso della malattia sono: la poliuria, la perdita di peso, la tendenza alla chetoacidosi, le infezioni urinarie, le micosi cutanee, la craurosi vulvare nonché la difficoltà alla guarigione delle ferite. Per quanto riguarda i criteri di laboratorio per prima va considerata la glicemia. Questa non deve superare i 110 mg/dl a digiuno ed i 140 mg/dl due ore dopo i pasti. Tali valori sono indicativi per la glicemia sul sangue venoso totale, ma modeste correzioni debbono essere applicate se si misura la glicemia sul siero di sangue venoso o su sangue capillare totale. Il grado di compenso glicemico giornaliero è estremamente variabile e quindi va osservato per più giorni prima di esprimere un giudizio definitivo. Vi sono poi due indici indiretti del livello di compenso glicemico medio nel paziente: il primo che dà informazione sui livelli glicemici medi degli ultimi 15 giorni, costituito dal dosaggio della fruttosamina (valori normali 1,6-2,8 mmol/I); ed il secondo che dà informazioni sui livelli glicemici medi degli ultimi 60 giorni, costituito dalla emoglobina glicosilata (valori normali 3,4-6,1%).

A conferma di quanto esposto, nello studio americano pubblicato nel 1993 identificato con l'acronimo DCCT (Diabetes Complication Control Trial è stato dimostrato in maniera inequivocabile che il buon controllo della malattia diabetica (valori di emoglobina glicosilata tra 6,5 e 7%) determina una diminuzione significativa della insorgenza delle complicanze microvascolari, e rallenta in maniera altrettanto significativa la loro progressione, in un vastissimo campione di pazienti affetti da diabete mellito di tipo I e studiati per 10 anni.

La scelta terapeutica nei pazienti con IDDM non si pone perché la terapia sostitutiva insulinica è d'obbligo.

Al contrario, nel caso di NIDDM si dovrà seguire una scaletta terapeutica rigorosa. La terapia dietetica e l'esercizio fisico sono l'unica terapia della intolleranza agli idrati di carbonio ed il primo tentativo terapeutico obbligatorio nel NIDDM. Solo di fronte ad un provato insuccesso dietetico si procederà ad associare la terapia con antidiabetici orali. Si deve iniziare con una solfanilurea da sola in caso di NIDDM magro, mentre va data preferenza alla metformina da sola in caso di NIDDM obeso. La terapia di associazione dieta ed antidiabetici orali va mantenuta il più a lungo possibile, evitando un precoce esaurimento funzionale delle beta cellule mediante un opportuno continuo equilibrio tra calorie assunte, attività fisica eseguita e dose del farmaco in due o tre somministrazioni giornaliere. Quando l'uso di un solo antidiabetico orale non è più sufficiente a mantenere in compenso il paziente diabetico si procederà alla terapia di associazione tra solfanilurea e metformina. Qualora questa non sia in grado di assicurare il compenso metabolico si dovrà provvedere con la somministrazione di insulina. Prima di effettuare la sostituzione con l'insulina è opportuno effettuare un dosaggio dei livelli circolanti di insulina di base e dopo stimolo con glucagone, per poter documentare l'avvenuto esaurimento funzionale delle cellule insulari pancreatiche. Il trattamento insulinico convenzionale nei pazienti con NIDDM prevede, all'inizio, l'uso dell'insulina pronta prima dei tre pasti principali per stabilire il dosaggio ottimale. Sarà poi opportuno provvedere alla sostituzione con forme di insulina ritardo, in genere a durata intermedia. Nei pazienti con IDDM l'inizio del trattamento insulinico convenzionale prevede l'uso di composti ritardo (insulina lenta o ultralenta), con i quali poter assicurare una adeguata insulinemia in condizioni basali, integrati da somministrazioni di insulina pronta prima dei pasti.

E' da segnalare inoltre che attualmente la soluzione più avanzata per ottenere un compenso metabolico ideale è rappresentata dal pancreas artificiale. Data la particolare complessità e l'ingombro dell'apparecchiatura, tale sistema è usato solamente in ambiente specialistico ospedaliero. La somministrazione continua di insulina per via sottocutanea, basata sull'uso di una sola pompa di infusione e regolabile manualmente a seconda della necessità, è uno strumento più maneggevole, rispetto al pancreas artificiale.

Anche le tecnologie tese a sostituire la somministrazione di insulina esogena con sistemi biologici autoregolantisi (trapianto di isole di Langerhans, trapianto di pancreas, auto-trapianto di fibroblasti cutanei contenenti il gene della sintesi dell'insulina) stanno compiendo notevoli progressi e c'è da sperare che nei prossimi anni esse possano trovare applicazione affidabile nella pratica clinica.

Per quanto riguarda le terapie specifiche delle diverse complicanze del diabete mellito si possono distinguere due livelli di intervento.

Il primo consiste nell'uso di farmaci che agiscono su più di una complicanza, modificando il meccanismo patogenetico che hanno in comune. Questi farmaci sono di due tipi: gli antiaggreganti piastrinici e gli inibitori dell'aldoso-reduttasi.

L'uso degli antiaggreganti piastrinici trae la sua giustificazione dall'importanza che i meccanismi trombogeni hanno nella patogenesi della micro e macroangiopatia diabetica. L'uso di questi farmaci avrebbe notevoli vantaggi nella prevenzione della retinopatia diabetica, della arteriopatia, dell'infarto miocardico e della gangrena. Maggiormente usati sono l'aspirina a basse dosi e la ticlopidina.

Gli inibitori della aldoso-reduttasi (AR) appartengono alla più grande famiglia delle aldeido-reduttasi che sono ossidoreduttasi monomeriche NADPH-dipendenti. Essi inibiscono l'azione dell'enzima AR che viene attuata in tutti i distretti interessati alle complicanze del diabete mellito, in presenza di alte concentrazioni di glucosio. L'uso degli inibitori AR impedisce l'accumulo di sorbitolo che si è visto avere un ruolo determinante nella patogenesi di queste manifestazioni. Il primo di questi farmaci che è utilizzabile con la somministrazione per via orale è l'AY-22284, meglio noto come Alrestain. Successivamente sono stati sintetizzati altri farmaci quali Tolrestat, Statil, Sorbinil, Sulindac e Tetramethyleneglutarate (TMG). Vi sono numerosi dati sperimentali e clinici che indicano come gli inibitori dell'AR abbiano aperto interessanti prospettive nella prevenzione dell'insorgenza e della progressione delle complicanze del diabete mellito.

 

Oltre alle turbe metaboliche diversi altri fattori sembrano avere importanza nel facilitare l'insorgenza e nell'accelerare il decorso dell'una e dell'altra fra le complicanze del diabete mellito: l'ipertensione arteriosa, l'obesità, gli stati infettivi e il climaterio. La terapia di queste patologie associate deve essere costantemente attuata di concerto con quella della malattia diabetica.

Il trattamento specifico delle singole complicanze, riguarda la retinopatia, la neuropatia e la nefropatia e prevede interventi specialistici che meritano menzione separata.

Per la retinopatia va ricordato che un corretto trattamento prevede una diagnostica precisa. Sarà raccomandabile eseguire visita oculistica di controllo a tutti i pazienti diabetici con scadenza semestrale, con l'esecuzione regolare di retinografia nonché di fluorangiografia retinica ove se ne riscontrasse la necessità. Dal punto di vista terapeutico, oltre all'uso di antiaggreganti degli inibitori dell'AR, sarà raccomandabile, alla prima comparsa degli essudati molli, di eseguire cicli di foto-coagulazione con apparecchi laser.

Altrettanto importante è la diagnostica precoce per il trattamento della neuropatia diabetica. Sarà raccomandabile, in questo caso, eseguire periodicamente un accurato esame clinico, anche con l'uso regolare dei test diagnostici precedentemente elencati, in tutti i pazienti affetti da diabete mellito.

Anche nel caso della nefropatia diabetica è importante ricercare i reperti di laboratorio precoci che permettano di portare diagnosi della malattia nella sua fase iniziale. Si ricercherà quindi la microalbuminuria notturna, per più notti consecutive, dosandola con uno specifico e sensibile metodo radioimmunologico o immunoenzimatico. E' opportuno inoltre eseguire ai diabetici ecografie renali periodiche onde rilevare la iniziale ipertrofia renale. Dal punto di vista terapeutico molte ipotesi sono state formulate, ognuna delle quali è tesa a prevenire l'instaurarsi di uno dei meccanismi patogenetici. In merito è stato proposto:

 1) l'uso di dieta aproteica al primo comparire della microalbuminuria per eliminare il possibile effetto tossico sul rene degli aminoacidi;

 2) l'impiego precoce di diete iposodiche per agire sull'alterazione del controtrasporto sodio-litio;

 3) l'utilizzo degli inibitori della ciclo-ossigenasi per abolire gli squilibri nella sintesi di prostaglandine;

 4) l'uso di ACE inibitori nei pazienti anche non ipertesi serve a rallentare il progredire della lesione glomerulare, come documentato dalla scomparsa della microalbuminuria.

Nessuno di questi suggerimenti terapeutici ha, sino ad oggi, ottenuto un successo unanime tra i medici diabetologi; è quindi necessario attendere il risultato di ulteriori sperimentazioni. Nella prevenzione della nefropatia diabetica, pertanto, l'unico presidio sicuro a disposizione del medico resta il regolare buon controllo dell'equilibrio metabolico della malattia diabetica.

 

 

 

Letture consigliate

Alberti K.G.M.M., defronzo R.A., Keen H., Zimmet P. (eds.): International Textbook of Diabetes Mellitus. John Wiley, Londra, 1997.

Kahn C.R., Weir G.C. (eds): Joslin’s Diabetes Mellitus. Lea & Febiger, Londra, 1994.

Pickup J.C., Williams G.: Complicanze croniche del diabete, Edizione Italiana, Mediserve, Milano, 1995.

 

 

P. ARCANGELI

Professore Fuori Ruolo di

Clinica Medica Generale e Terapia Medica,

Istituto di Medicina Interna ed Immunoallergologia,

Università di Firenze

 

C.M. ROTELLA

Professore Associato di Malattie Metaboliche

E del Ricambio,

Istituto di Medicina Interna ed Immunoallergologia,

Università di Firenze

 

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PILLOLE DI STORIA CONTEMPORANEA

dal sito LA GRANDE CROCIATA

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Il resto del mondo
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Collana monografica: Annali dell’Africa Orientale Italiana

Questo sito racconta a grandi linee, attraverso immagini, suoni e resoconti, le vicissitudini che maggiormente hanno caratterizzato il NovecentoIL NOVECENTO

Immagini che hanno fatto la storia di questo secolo che sta finendo.

Questo sito [ The Great Crusade ] è uno STRUMENTO DELLA MEMORIA E DELLA COSCIENZA, uno dei tanti, a disposizione di coloro che vogliano per qualche momento essere presenti alla realtà e ricordare la Grande Crociata che fu combattuta, e che oggi ci permette di vivere serenamente della nostra quotidianità

 

La Grande Crociata

            

  Il sacrificio di milioni di esseri umani  per riscattare la barbarie nazista

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